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Dopo un secolo Gaudí parla ancora al presente

· Il cardinale Gianfranco Ravasi e l’architetto Mario Botta a confronto su architettura e trascendenza ·

«Un medico può sempre seppellire i suoi errori ma un architetto può solo consigliare ai suoi clienti di piantare una vite americana» il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ha citato l’amara ironia di Frank Lloyd Wright, il celebre autore della Casa sulla cascata , per ricordare il grande divorzio tra arte e fede che ha segnato il Novecento e le periferie di tante città — non solo italiane — costellate di chiese-garage e chiese - sale riunioni, che nascondono la loro funzione piuttosto che esaltarla, o all’opposto da templi che esprimono solo verticalità e misticismo ma trascurano l’acustica, una sufficiente illuminazione e gli elementi necessari al culto, come il fonte battesimale o, talvolta, lo stesso tabernacolo: «Interrompe la purezza della linea del mio progetto, non si potrebbe farne a meno?», chiese candidamente un celebre architetto, qualche tempo fa, al cardinale, riassumendo inconsapevolmente in una frase tutto il dramma dell’individualismo autoreferente dell’artista del XXI secolo, spesso impermeabile al senso del mistero e al concetto stesso di comunità.

Lo spunto per parlare di questa ferita aperta nel tessuto delle nostre città e nel cuore stesso della cultura contemporanea è stato offerto da un omaggio al suo opposto speculare, la rigogliosa fioritura di bellezza, fede e simbolo fissata nella pietra dal genio dell’architetto catalano che ha progettato la Sagrada Família, capace di sposare, senza sforzo apparente, natura e oltrenatura in un tempio che allude, in ogni sua componente, a una realtà che lo supera, in un gigantesco “inno di gratitudine”. «A Gaudí — ha ricordato Maria Antonietta Crippa — piaceva molto anche il suo cognome, perché gli ricordava il latino gaudere e la felicità che provava nel compiere il suo lavoro».

Nell’occasione della mostra «Gaudí e la Sagrada Família: Arte, scienza e spiritualità» — inaugurata lo scorso 24 novembre, e che si può visitare fino al 15 di gennaio 2012 nel Braccio di Carlomagno presso la basilica di San Pietro in Vaticano — la Fondazione Joan Maragall e la Fondazione Junta Constructora del Templo de la Sagrada Família hanno organizzato due sessioni accademiche.

Il primo appuntamento si è tenuto al MaXXI, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, lunedì 12 dicembre, e ha visto gli interventi del cardinale Ravasi e dell’architetto svizzero Mario Botta, un dialogo a due voci moderato da Maria Antonietta Crippa (Politecnico di Milano) su «Architettura: simbolo e sacro. Un secolo dopo Gaudí».

Il secondo appuntamento, «L’epoca di Gaudí in Catalogna e in Italia», si terrà all’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede mercoledì 14 dicembre; vi prenderanno parte il saggista, critico letterario e presidente della Società Verdaguer, Ricard Torrents, e il direttore del nostro giornale, Giovanni Maria Vian, introdotti da Antoni Matabosch, presidente onorario della Fondazione Joan Maragall.

Gaudí parla ancora al presente: il dialogo fra architettura e trascendenza è sempre possibile perché l’Eterno è contemporaneo a ogni epoca, e non serve copiare nostalgicamente frammenti di antico per restituire ai fedeli il senso del sacro perduto.

Il neogotico rispecchia un’idea romantica di chiesa, scriveva un giovanissimo Gaudí, appena laureato, in un saggio sulla decorazione, denunciando i rischi dello stile eclettico: un tempio che rifà il verso all’antico — si chiedeva pensando alla chiesa del Sacré-Coeur, in quel periodo in costruzione a Parigi — reggerà il confronto con cattedrali “autentiche” come Notre Dame? Il giovane architetto catalano aveva già in mente i principi-guida della sua cattedrale ideale, che poi torneranno nell’opera più incompleta, più discussa e più significativa, il cantiere a cui ha lavorato più a lungo a Barcellona.

«L’architetto non può far altro che testimoniare la realtà del suo tempo — ha aggiunto Botta nel suo intervento — la mia generazione ha assistito, e in certi casi ha contribuito, all’impoverimento del modello stesso di città europea, allo svuotamento dei suoi significati ultimi: non esiste città senza un centro e un limite. Ho iniziato a progettare chiese per caso, e adesso è la cosa che amo fare di più; mi ha aiutato a riscoprire le ragioni più profonde del mio lavoro». E ha continuato Ravasi: «Da sempre, una comunità si raccoglie intorno a un centro, allo spazio delimitato del tempio. Analizzando l’etimologia della parola spazio, troviamo la radice spat , alla base di spatium e spes . Spazio e speranza, spazio e respiro sono intimamente connessi, come dimostra anche il termine opposto, angustia, che indica infelicità e chiusura. Non a caso, il “ciao” arabo è marhaban bika , che significa letteralmente “ti si allarghino gli spazi”. Nell’ebraico classico, una lingua povera e scabra come le pietre del deserto, ben (figlio) e banà (costruire) indicano che generare ed edificare nascono da una stessa radice. Nelle periferie desolate e inospitali delle nostre metropoli (città-madri, secondo l’etimologia greca) vediamo che la cattiva architettura non è solo “una questione di estetica” ma ha una forte ricaduta sociale». Botta ha poi raccontato come il cardinale Lustiger auspicasse «il ritorno del monumentale, non per ricreare i fasti di un trionfalismo retorico, ma per ridare allo spazio sacro tutta la sua forza evocativa». In questo l’insegnamento del «Dante dell’architettura», come lo definì il nunzio apostolico in Spagna, Francesco Ragonesi (1850-1931), dopo una visita guidata al cantiere di Barcellona, è ancora prezioso, perché «Gaudí sta al sacro come Einstein alla fisica» (Botta) e l’artista catalano può ancora parlare ai colleghi del XXI secolo. E persino far dialogare architetti e artisti sulla ricerca di un linguaggio contemporaneo che non censuri il bisogno di infinito in una futura edizione della Biennale di Venezia. Ma si tratta di un pr0getto — ha detto Ravasi — «molto difficile da realizzare. È un mio sogno. Ma, purtroppo, potrebbe anche restare tale».

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