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Donne senza voce

· Nelle fotografie di Sheila McKinnon ·

Far crescere la consapevolezza sui diritti delle donne e sull’urgenza di combattere con decisione le disuguaglianze e le ingiustizie che le colpiscono nel mondo.

«Benin»

È quanto si prefigge la mostra fotografica di Sheila McKinnon «Born invisible» allestita al Museo di Roma in Trastevere: cinquanta immagini che, come si legge all’inizio del percorso, trattano «dell’eredità del silenzio, dell’inudibile presenza di ragazze e donne senza una voce; anime ed esseri trascurati, i cui destini sono gestiti senza il loro consenso». Cinquanta foto che di fatto vogliono contribuire a rompere il silenzio e l’indifferenza. Perché guardi le donne ritratte e non puoi non pensare alle bambine stuprate e uccise in India, alle moderne schiave, vittime della tratta, sfruttate in lavori duri e pericolosi o nel turpe mercato del sesso, e alle innumerevoli vessazioni e situazioni di dolorosa sottomissione cui sono costrette molte altre nel mondo.

Quello di McKinnon non è tuttavia un lavoro documentaristico di denuncia, ma concettuale, fatto sulle singole immagini, ricche di colore e spesso rielaborate, che nel loro insieme, pur partendo dalla realtà, «insegnano — come sottolinea la curatrice della mostra, Victoria Erics — a guardare a una reale possibilità di libertà, di pace e di divenire visibili». E lo fanno senza mostrare alcuna violenza o sopruso. La fotografa al contrario «fronteggia l’orrore della violenza che si trova appena sotto la superficie con la bellezza che c’è al di sopra». «Quella che emerge da queste fotografie — scrive nel catalogo della mostra Maria Giovanna Musso, professore di sociologia del mutamento e di sociologia dell’arte alla Sapienza di Roma — è un’immagine estratta dall’ombra, è un disegno che prende gusto all’idea del possibile, che si fa narrazione non solo di ciò che è, ma anche dell’eventuale, e dall’oscurità estrae un’idea di riscatto, una progettualità del cuore. È un’immagine che esalta l’aura degli esseri e delle cose, che si veste di colori inusitati, che gioca con l’improbabile e, senza sentimentalismi né retorica, sorridendo, invita al divenire. Sono ri-velazioni dell’invisibile».

Gaetano Vallini

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25 agosto 2019

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