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​Donne sentinelle ambientali

Troppa o poca pioggia sta provocando un’emergenza umanitaria progressiva: secondo un rapporto della Environmental Justice Foundation, entro il 2050 i rifugiati climatici saranno circa mezzo miliardo, e almeno duecentomila si sposteranno dall’Africa. Su «Noi Donne», Emanuela Irace racconta di popolazioni senza più terra, di dati statistici e cifre che si tende troppo spesso a dimenticare rapidamente. Tsunami, cicloni, siccità, allagamenti: intere famiglie dirottate nei campi profughi, vittime di un modello di sviluppo che produce rifugiati ambientali con cifre da capogiro. Un’emergenza umanitaria progressiva, meno eclatante della guerra, ma che, come la guerra, richiede protezione. Se nel 1986 venne coniata l’espressione environmental refugees per indicare gli oltre trecentomila evacuati in seguito all’esplosione del reattore nucleare di Chernobil, da allora in ambito accademico la configurazione giuridica si è evoluta. «Il punto — spiega la giurista Anna Brambilla — è trovare una categoria di protezione umanitaria che connoti i rifugiati climatici dando loro uno status giuridico che li differenzi da altre categorie di migranti e richiedenti asilo». Questo popolo di invisibili è composto prevalentemente da donne, contadini e pescatori che hanno perso ogni capacità di autosostentamento. Intere comunità che in ogni parte del globo sono costrette a migrare perché il mare entra dappertutto e il sale brucia la terra; perché la stagione delle piogge dura meno, con conseguenze drammatiche in tutta l’Africa australe e non solo. In Mali, nella comunità peules sono le donne le prime sentinelle ambientali: attente ai particolari, sono le prime a monitorare il territorio perché sono loro da sempre a cercare cibo e acqua per la famiglia. Che si abbracci la tesi negazionista o si esageri nell’allarmismo, resta un dato incontrovertibile: sono sempre meno le terre a disposizione. E senza terra non c’è cibo.

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15 dicembre 2019

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