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Donne-coraggio ebree, ieri e oggi

· Nei testi sacri ·

Nelle Scritture d’Israele

Le storie di Miriam, Iochebed e le levatrici, Miriam e Debora, Rut ed Ester, così come di altre donne nelle Scritture d’Israele, insegnano con il loro coraggio. Hanno vinto le paure, agito invece di aspettare che lo facessero altri e lasciato il loro ambiente sicuro per liberare le persone dall’oppressione.

La parola ebraica che di solito viene tradotta con «coraggio» è ometz, che ha l’accezione «essere forte» o «agire». È usata spesso con il sostantivo lev, «cuore»: pertanto, ometzlev significa «forza di cuore». Ometz compare più di quaranta volte nel Tanakh, Dio spesso esorta il popolo ad avere coraggio dinanzi al pericolo. Isaia 41, 10 rassicura il popolo: «Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e anche ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa». I Salmi parlano del coraggio che ci viene donato da Dio.

Il mese prima Roshha Shanah, il capodanno, che quest’anno cade il 30 settembre, gli ebrei recitano due volte al giorno il Salmo 27; e s’incoraggiamo l’un l’altro: «Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore». La preghiera prepara a compiere le azioni per creare un mondo più giusto. Il punto è non sedersi ad aspettare che l’aiuto arrivi dall’alto. È riconoscere sia l’amore divino sia la responsabilità umana. A ogni Shabbat e ogni festa cantiamo Adon Olam (“Signore del mondo”), che proclama ’imruchi g’viati, Adonai li v’lo ira, “anche se mi perdo d’animo, Dio è con me, non avrò paura”.

Immagini di donne ebree coraggiose sono non solo nel Tanakh. Il secondo e il quarto libro dei Maccabei raccontano di una vedova «che assomigliava ad Abramo nei suoi sentimenti» (4 Maccabei 14, 20), la quale guarda i figli morire da martiri nella loro fedeltà alla Torah prima di morire lei stessa. Questa vedova, come Giuditta, non compare nel canone ebraico, ma entra nella memoria storica ebrea. Il Talmud babilonese, Gittin 57b, ne ricorda la storia. Citando il Salmo 44, 23, «Per te ogni giorno siamo messi a morte…», Rav Yehuda ha detto: «Questo verso si applica alla donna e ai suoi sette figli, morti come martiri per la santificazione del nome di Dio».

Il midrash (racconto rabbinico) più famoso sul coraggio riguarda Nachshon ben Aminadab. Quando i figli d’Israele si trovarono tra l’esercito del faraone e il Mar Rosso, Mosè ordinò di andare avanti. La gente ebbe paura, finché Nachshon non entrò in acqua. Per ottenere la libertà dobbiamo avere il coraggio di compiere il primo passo.

Il coraggio spinse la poetessa Hannah Senesh, durante la seconda guerra mondiale, a farsi paracadutare in Jugoslavia per sostenere i partigiani nel suo paese, l’Ungheria. Prima di varcare il confine scrisse Blessedis the Match: «Fortunato è il cuore per la forza che ha di fermare i suoi battiti per salvare l’onore / Fortunato è il fiammifero consumato nell’accendere la fiamma». Catturata, subì torture senza tradire i suoi amici. Fu fucilata nel 1944: aveva 23 anni.

di Amy-Jill Levine

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12 dicembre 2019

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