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Donne contro draghi

· Simboli nella Bibbia ·

C’è chi crede che i draghi li abbia inventati Il trono di spade, nulla di più lontano dalla realtà. Storie antiche raccontano che molto tempo fa i draghi lottavano con gli umani e avevano, come ora, lunghe code con cui spazzavano le stelle dal cielo. Persino la Bibbia ne parla. C’è un racconto fantastico di una donna ammirevole che ingaggiò una lotta mortale con un drago nel cielo e ne uscì vittoriosa.

Questo articolo tratta proprio di draghi, di serpenti che parlano, di donne sagge, decise e buone, che spesso assomigliavano agli animali e gli animali a loro.

Nel mondo della Bibbia, come in altre letterature antiche, la donna è circondata da un alone di mistero, dovuto alla non conoscenza della sua fisionomia e allo stupore che suscitava nell’uomo il fatto che la vita esplodesse nel ventre femminile come un evento misterioso, mitico e quasi sacro. Nell’Israele di epoca biblica (ca. 1850 a.C. – 100 d.C.) la donna è sottomessa all’uomo in quasi tutti gli ambiti della vita, ma ci sono state civiltà più antiche in cui la situazione era diversa: per esempio in quella Indoeuropea, dove esisteva il matriarcato. Nella società biblica patriarcale l’uomo è il responsabile e il custode della donna e degli altri «beni», quali sono gli animali. In tal senso la donna e gli animali hanno vari punti in comune: sono considerati proprietà dell’uomo e li unisce un’aura di mistero e di forza vitale naturale, spesso considerata incontrollabile. In senso positivo hanno in comune la bellezza, la tenerezza e l’innocenza.

Nel decalogo c’è un ricordo dell’ideale primigenio della creazione (Genesi 1 e 2) nel comandamento del sabato, quando il Signore proibisce di lavorare a tutte le sue creature perché riposino come ha fatto Lui: «Tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te» (Esodo 20, 10 e Deuteronomio 5, 14). Ci si potrebbe chiedere dov’è in questo comandamento la donna, la sposa. La risposta può apparire ovvia: i comandamenti si formulano pensando a uomini e donne israeliti adulti. Ma, se è così, perché nell’ultimo comandamento leggiamo: «Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo» (Deuteronomio 5, 21)? La Bibbia, che è saggia, forse non ha fatto altro che constatare la realtà, ossia che le donne casalinghe non riposano mai durante la settimana, e ancora oggi è così.

Con un pizzico di umorismo, i comandamenti si potrebbero riassumere dicendo che nella Bibbia si proibisce con fermezza di desiderare la donna, l’asino o altri animali che appartengono a un prossimo uomo. La vicinanza tra donne e animali si evince anche dai nomi propri, che non venivano scelti in modo aleatorio, ma rispondevano a mode o estetiche. Spesso erano l’espressione della vocazione a cui era chiamato chi lo portava e denotavano la sua essenza più intima. Non a caso alcune donne avevano nomi di animali apprezzati per la loro bellezza o la loro tenerezza.

Nella Bibbia abbiamo diversi esempi, come quello di Rachele, la figlia di Làbano — di cui s’innamorò nei campi Giacobbe — il cui nome significa pecora (Genesi 29, 6-9). Curiosamente era pastorella: una pecora che pasceva altre pecore. Non dimentichiamoci che il simbolo della pecora e del pastore è molto ricorrente nella Sacra Scrittura, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Il salmo più caro a un ebreo è ancora il numero 23: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla» (v. 2); e come non ricordare che Gesù diceva di conoscere le sue pecore per nome e che loro riconoscevano la sua voce? (Giovanni 10, 3. Un’altra donna con nome di animale è Sefora o Zippora (in ebraico) che significa passero (Esodo 2, 21). Era figlia di Jetro, grande sacerdote di Madian, che accolse Mosè durante la fuga dall’Egitto e gliela diede in sposa. Molto conosciuta è anche Debora (Giudici 4-5), profetessa e giudice, che amministrava la giustizia ai piedi di una palma in epoca premonarchica. Era una donna completa: cantava, danzava, era una grande teologa che ricordava ai suoi concittadini le imprese di Dio e dava loro speranza per il futuro. Non a caso era nota come «la madre di Israele» (5, 7). Il suo nome significa «ape», animale molto prezioso nella «terra che emana latte e miele».

Contemporanea di Debora è Giaele (Giudici 5, 24-27), il cui nome significa capra, stambecco; grande eroina che sconfisse Sisara, capo dell’esercito cananeo nemico di Israele, quando si presentò con il latte nella sua tenda per ucciderlo, mentre dormiva, e gli conficcò un picchetto nella tempia. Ciò che non era riuscito a fare Barac, e nessun altro uomo tra i guerrieri israelitici, lo fece una donna, forte come l’animale di cui portava il nome. Perciò Debora cantò «Sia benedetta fra le donne Giaele […] benedetta fra le donne della tenda!» (Giudici 5, 24). «A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabita, nome che significa “gazzella”» raccontano gli Atti 9, 36, molto amata dalla comunità perché distribuiva elemosine e faceva opere di carità. Quando morì, Pietro la riportò in vita invocando il nome di Gesù. Nello stesso brano viene chiamata indistintamente con il suo nome aramaico (Tabita) e greco (Dorcas).

Da questi esempi deduciamo che c’erano animali molto apprezzati dagli ebrei di epoca biblica: altrimenti non avrebbero dato alle proprie figlie il loro nome. Animali molto vicini alle case, addomesticati, come la pecora, apprezzati per i loro prodotti come l’ape, ammirati perché capaci di volare e cantare come gli uccelli, stimati per la loro bellezza e la loro andatura stilizzata, come la gazzella.

Ci sono alcune associazioni simboliche tra animali e donne che, trascendendo le pagine della Bibbia, sono diventate un punto di riferimento nel paradigma culturale e artistico dell’umanità. Forse la più conosciuta è la coppia formata dalla donna e il serpente (Genesi 2-3). Nella Genesi, nel secondo racconto della creazione (x secolo a.C.), l’essere umano viene punito da Dio per avergli disobbedito mangiando dall’albero del bene e del male. Nella maledizione al serpente, per aver ingannato la donna, Dio gli dice: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Genesi 3, 15). Curiosamente il serpente e l’asina di Balaam (Numeri 22) sono gli unici due animali nella Bibbia che parlano e perciò influenzano i loro interlocutori umani. Questo passo è stato definito «proto-vangelo» perché presenta il primo scontro della lotta tra la Donna e il Serpente, tra la vita (hawwāh), che è il nome di Eva in ebraico, e la morte. Questa simbologia la riconosciamo nelle rappresentazioni dell’Immacolata, la Donna che schiaccia con il piede la testa del serpente.

Il testo biblico dice che il serpente «era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio» (Genesi 3, 1). Astuto in ebraico si dice ‘arum, che significa anche «nudo». Nudo perché privo di pelo o piume e astuto perché simboleggia le potenze sotterranee della vita, la sapienza creatrice e il potere del sesso che i cananei avevano divinizzato in Baal e Ashera o Astarte, dei della fertilità. Il serpente simboleggia, in modo ambivalente, sia la morte (veleno) sia la vita (medicina). È anche il prototipo dell’idolatria d’Israele che è sempre stata vincolata in modo particolare alle donne. Ma Eva, riconoscendo la sua colpa e che il serpente l’ha ingannata, inaugura un cammino di superamento dell’idolatria. Sebbene non sia riuscita a essere madre-dea, potrà essere madre umana con limitazione e dolore; potrà generare vita come un dono di Dio o con desiderio superbo e vanitoso, idolatrico.

Sia Eva che il serpente appaiono come madri; sono testa o principio (rosh) di due stirpi. Nella tradizione biblica, come vediamo nelle saghe patriarcali, sono gli uomini a fondare le genealogie dei «semi» o discendenze (zera in ebraico, sperma in greco). Eva tuttavia qui appare con piena legittimità come la madre dei viventi (Genesi 2, 15).

Sono vari gli animali a cui ricorre il Cantico dei Cantici per elogiare l’amata. La colomba e la cavalla sono due di essi, anche se non gli unici. Le sue chiome sono paragonate a un gregge di capre (4, 1; 6,5); i suoi occhi e la sua persona sono come colombe (1, 15; 2, 14; 5, 12; 6, 9); i suoi denti assomigliano a un gregge (4, 2; 6, 6), i suoi seni a cerbiatti (4, 5; 7, 3) e lei stessa è come la cavalla del cocchio del faraone (1, 9). Il simbolo della colomba rappresenta il candore, l’innocenza e la semplicità. Non dimentichiamo il detto di Gesù: «Siate… semplici come le colombe» (Matteo 10, 16). Questo simbolo appare diverse volte nella Scrittura e ritorna con forza nel Nuovo Testamento, soprattutto a partire dall’episodio del battesimo di Gesù: lo Spirito discende su di lui sotto forma di colomba (Marco 1, 10). Nelle icone orientali non è strano vedere lo Spirito Santo rappresentato con caratteri femminili. Curioso circolo tematico tra la colomba, la donna e lo Spirito.

Il brano della donna siro-fenicia che chiede un miracolo a Gesù (Marco 7, 25-30), ha un incanto che può sfuggire al lettore. Gesù si trova in territorio pagano (Tiro e Sidone, ossia la Fenicia), e una donna lo supplica di guarire la figlia. Lui le risponde in modo poco delicato che è venuto solo per le pecore sperdute d’Israele, che non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cani. Quella donna coraggiosa non si mette a discutere con Gesù, sa che avrebbe la peggio. È molto più intelligente; gli dà ragione, però aggiunge un “ma”: «Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli» (Marco 7, 28). Per capire meglio, basti pensare che ancora oggi alcuni ebrei chiamano con disprezzo «cani» gli stranieri. La donna rigirò l’insulto e lo trasformò in una delle più sorprendenti dichiarazioni di fede: cambiò il termine «cani» con «cagnolini», molto più tenero e affettuoso, e si abbassò attendendo il miracolo anche se sotto forma di briciole. Quella donna intelligente aprì gli orizzonti umani di Gesù, che le concesse il miracolo, e lo aiutò a diffondere il suo messianismo al di là degli angusti limiti d’Israele.

Nel libro più fantasioso di tutta la Bibbia nel cielo si staglia la figura di un drago rosso con sette teste e dieci corna che vuole divorare il Figlio che nascerà da una splendente donna vestita di sole (Apocalisse 12, 1-7). Nella scena seguente appaiono Michele e i suoi angeli, e dopo una dura battaglia, lo scacciano dal cielo. Allora il drago finisce sulla terra e perseguita la Donna — che fugge nel deserto — e i suoi discendenti (12, 13-18). La stessa Apocalisse chiarisce che il drago è «il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana» (12, 9). Alla fine della Bibbia riappare la lotta tra la Donna e il Diavolo: l’escatologia è una protologia. La Donna è incinta e urla per il travaglio del parto (12, 2): è la madre che partorisce con dolore, come Eva. Non si parla di uomo; è una maternità primigenia o forse divina. Sebbene sia una figura celeste, non è una dea, simboleggia il popolo d’Israele sul punto di dare alla luce il Messia. Il drago rosso è il simbolo del sangue e della morte.

All’inizio della Bibbia c’è la Madre dei viventi, che lotta con il serpente; alla fine riprende nuovamente la battaglia tra la Donna senza marito, madre di un Figlio e di molti altri, e il Drago, principio di morte. L’Apocalisse riscrive la Genesi. Il Drago continuerà a lottare contro il seme o discendenza della Donna per mezzo delle Bestie (Apocalisse 13). Alla fine sarà sconfitto dall’Agnello e dai suoi, prima per mille anni (20, 2), poi per l’eternità (20, 7-10). La sconfitta definitiva è il trionfo di Dio e del suo Agnello. La donna dell’Apocalisse finisce col mostrarsi come fidanzata e sposa dell’Agnello, città celeste che accoglie tutti nel suo seno, madre universale dove dimora Dio nella sua nuova e definitiva creazione.

Sono molti i testi biblici in cui Dio viene paragonato ad animali femmina che accudiscono i propri figli e vegliano su di essi. Per esempio, l’orsa e la leonessa che attaccano con furia quanti fanno del male ai loro cuccioli (Osea 13, 8). Si parla di Lui anche come di un’aquila che insegna a volare ai suoi piccoli (Deuteronomio 32, 11) e si dice che ha ali protettrici (Rut 2, 11-12) che coprono con la loro ombra (Salmi 17, 8; 36, 7; 57, 1; 63, 7). Lo stesso Gesù utilizzò questa simbologia parlando di sé come di «una gallina [che] raccoglie i pulcini sotto le ali» (Matteo 23, 37).

Chi dice che la Bibbia è noiosa? Donne nemiche di serpenti che parlano, draghi che lottano contro donne, brani sensuali dove l’amata viene immaginata come colomba, cavalla o gazzella, e pagine dove lo stesso Dio sembra assumere forma animale. Volete saperne di più? È facile: sta tutto nella Bibbia.

di Inmaculada Rodríguez Torné

L’autrice

Sivigliana di nascita, laureata in Filologia classica, in Filologia biblica trilingue, in Teologia e dottore in Filologia biblica con una tesi dal titolo: Ellibro de Proverbios, trestextos, treslecturas. Ha insegnato all’Università Complutense di Madrid e attualmente insegna Ebreo biblico e Teologia nel Centro Teológico S. Agustín dell’Università Pontificia di Salamanca. È inoltre direttrice della rivista «Tierra Santa» in lingua spagnola. 

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