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Donne che odiano la guerra

· Nel film «E ora dove andiamo?» di Nadine Labaki ·

Poche le voci fuori dal coro di generali consensi per il film E ora dove andiamo? di Nadine Labaki, presentato a Cannes nel 2011, premiato in autunno dal pubblico a Toronto, arrivato a gennaio nelle sale italiane. La scena culminante a noi potrebbe addirittura evocare il monologo-dialogo di Filumena Marturano quando, intuendo la sua prima maternità, si ritrova nel vicolo natio dinanzi all’immagine miracolosa della Madonna delle Rose e la interpella da donna a donna: «C’aggi’a fa’? Tu saie tutto». La Vergine non fa motto e Filumena incalza: «Sto parlanno cu’te! Rispunne!».

Diverso in apparenza il contesto referenziale, ma identico l’atteggiamento delle madri messe in campo dalla giovane regista e attrice libanese in un villaggio che intenzionalmente appare vago quanto a connotati topografici, ma risulta sin troppo nitido nei contorni universali della parabola: genere e patrimonio culturale cui Labaki ha diritto per nascita. Sta in questo il vero confronto, da più parti notato, con il realismo vivace e minimale del suo precedente film Caramel (2007), che imbastiva comunque un quadro molto complesso e condivisibile dal punto di osservazione apparentemente frivolo di un salone di bellezza. E ora dove andiamo? trae invece il titolo dalla domanda che implicitamente apre ed esplicitamente chiude la vicenda colorita con il pathos talora sovraccarico della tragedia greca, con tanto di coro. Il coro è quello delle donne nerovestite del villaggio, che accompagnano al cimitero le salme di figli fratelli mariti amici. Al cimitero o ai cimiteri? Sì perché la dicotomia tra fazioni avverse — qui tra estremismi religiosi — si perpetua nella terra dei morti, dove le portatrici di lutto sono costrette a dividersi. Nel cuore però, dove appoggiano le immagini dei loro uomini, la morte non soffoca ma anzi sembra ravvivare, quasi in risposta alla ricorrente sfida del male, un amore unitivo e fattivo all’interno della comunità.

È stato osservato che chiesa e moschea disegnano nel cielo della Labaki un improbabile skyline , ma forse la linea più sottile e tenace è quella dei ragazzi che s’arrampicano a cercare dove sia più forte il segnale radiotelevisivo: anche loro, guarda caso, per poter riunire tutto il villaggio (benché non tutti siano d’accordo sul programma da seguire, ma questa è un’altra storia). Chi arriccia il naso dovrebbe ricordarsi di quando lo spettacolo televisivo rappresentava una ghiotta occasione d’incontro; l’era don Camillo-Peppone è stata evocata da qualcuno a proposito del film, e forse vi è filtrata in qualche vena sottile, come può esservi rimbalzato Eduardo. Quella delle donne di Labaki, dal canto loro, è la parallela ricerca di un canale pacifico e vitale tra la comunità e un cielo privo di confini, al punto che persino eventi gravi vengono da loro minimizzati o taciuti per non innescare vendette a spirale e disseppellimenti d’armi. E addirittura una carovana di cabarettiste disinvolte può essere dirottata per distrarre gli uomini (considerati quasi unico grottesco personaggio), tanto più che basterà una sconsiderata esposizione al sole a mandare in tilt le potenziali etere. Né le madri coraggio arretrano dinanzi alla finzione di un miracolo mariano, dove a piangere presunte lacrime di sangue è la medesima statuetta devozionale della Vergine decapitata da un dispetto di parte avversa.

Una lacrima vera — anche se nessuno lo saprà — scende però da quello stesso volto, infranto e pazientemente ricostruito, dopo l’irruzione della madre cui una pallottola anonima ha portato via il figlio. Se costei s’ingegna di tacere finché può, anche con le amiche, per non scatenare le temute faide, è la porta della chiesa a spalancarsi con un gesto talmente violento da spegnere un lume ed è davanti alla “Madonna rotta” che la coraggiosa madre esplode senza remore: «Perché taci? Non sei mamma anche tu?».

Il film — prossimo a Caramel più di quanto appaia per quella stretta complicità femminile che qui alza il tiro armandosi di nonviolenza — si presta a esser letto in parallelo a un libro di Tito Amodei dal provocatorio titolo Signum Magnum: perché la Madonna vuole apparire kitsch? (2009). Dopo l’introduzione ove l’autore sostiene che certi languori neoclassici abbiano avuto, dall’Ottocento in poi, la dilagante tendenza a spalmarsi su gran parte delle immagini devozionali, desemantizzandole, la parola è lasciata alle rappresentazioni storiche ritenute più significative: dalla Madonna col Bambino del III secolo le cui tracce sono ancora visibili nelle Catacombe romane di Santa Priscilla alla statua in legno dipinto di Sant’Arcangelo in Potenza che rivela nella regalità una matrice bizantina; dall’Addolorata del Masaccio in Santa Maria Novella, nel cui volto «sono spariti tutti i parametri della bellezza istituzionale», al Compianto di Cosmè Tura, ove il dolore fa dei volti di Maria e Cristo «un’unione di sentimenti». Per Amodei, la Vergine col Bambino di Matisse sarebbe «una delle rare figurazioni valide della Vergine che sia apparsa nell’arte del secolo appena trascorso».

Forse non è un caso che almeno altri due film recenti, sempre di donne — Lourdes di Jessica Hausner (2009) e I baci mai dati di Roberta Torre (2010) — indaghino con sguardo impietoso le possibili ambiguità tra apparizioni e apparenze, rivelando la medesima ansia di verità e, insieme al recente film di Labaki, di autentica comunicazione. La regista libanese porta al confronto il valore aggiunto di un dialogo vissuto nei solchi della terra e nella carne delle donne, compatte nel dolore e nella ribellione a tutto ciò che si oppone al grido viscerale della vita.

«C’aggi’ ’a fa’?». «E ora dove andiamo?». È la stessa domanda non retorica, che contiene in sé la non scontata risposta fuori campo. «I figli son figli». Quando sente quella frase Filumena potrebbe girarsi, vedere da quale finestra o vicolo provenga, ma non lo fa: una visione molto più profonda, e femminile, la induce a chiedersi perché quelle parole siano state pronunciate proprio lì, proprio in quel momento, e a scegliere di conseguenza.

Tra le righe, al di là dei dettagli contingenti, la parabola di Nadine Labaki sembra suggerire che sia questo disarmante specchiarsi da donna a Donna, anche e soprattutto oggi, “l’apparizione” di cui il mondo ha grande bisogno.

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22 febbraio 2018

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