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Donne che non si fermano

Solidarietà si scrive al femminile: il 70 per cento delle opere di volontariato nel mondo è svolto da donne. Nelle nostre culture latinoamericane e caraibiche, negli ambienti più popolari e semplici, accade ancora spesso di vedere donne, vicine, sostenersi a vicenda: dalla condivisione di un po’ di cibo all’aiuto nella cura dei bambini. Forse siamo più sensibili a questa solidarietà per la situazione d’invisibilità e di emarginazione che per molti anni si è vissuta all’interno della società.

Nel corso di questi anni, nel mio servizio come presidente della Clar (Conferencia latinoamericana y caribeña de religiosas y religiosos) ho avuto il privilegio di accompagnare molte donne che, dalla loro consacrazione nella vita religiosa, stanno costruendo il Regno, a partire dalla solidarietà e dalla cura della casa comune.

Alfredo Ramos Martínez«Vicino a Ixmiquilpan» (1933)

In America latina, soprattutto a partire dal concilio Vaticano ii e dalla sua ricezione nella conferenza di Medellín, la vita consacrata femminile si lascia interpellare nel più profondo delle sue radici, e con generosità e passione si lascia coinvolgere nel movimento dello Spirito che la porta a cercare cammini d’incarnazione, a rileggere i suoi carismi partendo dal Vangelo e dal carisma fondazionale, come pure dai segni dei tempi.

Questo processo vivo ha attirato religiose che arrivano da Stati Uniti, Irlanda, Francia, Canada per vivere con radicalità evangelica i loro carismi, in unione con le congregazioni femminili originarie dell’America latina e dei Caraibi. Credo che non ci sia stata congregazione religiosa che non si sia chiesta dove camminare, come rispondere, che direzione seguire. Da lì sono nate numerose risposte, ma tutte hanno cercato di dare seguito, sulla base dei loro carismi, a questo momento favorevole (kairòs) dello Spirito. Per questo possiamo parlare della vita consacrata come di un solo corpo, che nella sua diversità carismatica risponde allo Spirito.

Donne, religiose sono presenti nei luoghi più isolati dell’Amazzonia, in comunità piccole, semplici, condividono il clima, i lavori, le penurie della gente che accompagnano e assistono. Donne molto felici che narrano le loro esperienze con vera gioia e a volte in lacrime. Donne che vivono in zone a rischio, che hanno dovuto accogliere famiglie, intere comunità, prendendosi cura della loro vita, e mettendo spesso a rischio la propria. Che viaggiano in canoa lungo i fiumi, che rimangono in luoghi da cui tutti vogliono fuggire, perché vogliono stare lì, accompagnare e assistere.

Donne che, partendo dall’educazione, si occupano del cuore dei bambini e dei giovani, aiutano a prendere coscienza dell’essere cittadini, del fatto che, a forza di piccoli sacrifici quotidiani, costanti, possiamo fare la differenza. Donne che insegnano nelle grandi università e negli angoli più poveri, ma dalla stessa prospettiva teologica, mosse dalla compassione solidale. Donne che accompagnano i migranti nel loro cammino, che, insieme ad altre donne, cucinano, preparano e vanno incontro ai cammini della morte, delle “bestie”, i treni che solcano le vie dirette a nord. Donne samaritane che si sono trasferite in luoghi di passaggio per andare incontro a quanti sono in cammino. Accanto alle patronas de Amatlán, c’è una comunità religiosa che accompagna; e in un centro di accoglienza per migranti le religiose accolgono ogni giorno sessanta, settanta o più persone, dando loro un tetto dove, come Maria di Guadalupe, «dimostrano a esse tutto il loro amore», offrendo pane, un tetto, ma soprattutto un ascolto attento alle loro storie e ai loro sogni.

Donne che accolgono i deportati, come a Nogales, nel nord del Messico, curando le ferite del deserto, le vesciche del cammino, e soprattutto il cuore trafitto dalla disperazione per non aver realizzato il proprio sogno e per aver dovuto lasciare la propria famiglia.

Donne che s’impegnano a favore dei diritti umani, in processi di giustizia e pace e d’integrità del creato, che mettono in discussione le politiche migratorie, come suor Norma; che fanno udire la loro voce e aprono spazi dove ancora è difficile entrare, sia nella società sia nella Chiesa stessa. Molte di loro sono presenti all’Onu, dove perorano, giorno dopo giorno, la causa dei poveri e la cura del creato. Durante una marcia per la pace in Messico, alla quale erano state invitate tutte le famiglie messicane, quando la gente vedeva le religiose prendervi parte, diceva loro: «Sorelle, con voi sì troviamo il coraggio di uscire».

Donne le cui comunità si trovano in zone dove il traffico di esseri umani e la prostituzione sono molto evidenti, comunità dalle porte aperte per ascoltare, orientare, per occuparsi dell’ecologia dello spirito, tanto devastata dal peccato sociale e personale. Nella calle 22 di Bogotá c’è una comunità inserita in un quartiere frequentato da prostitute. Insieme a loro ho percorso le vie per salutare le donne che lavorano lì, che mi hanno detto di guardare sempre negli occhi, perché così si sentono trattate come persone.

Alfredo Vilchis Roque«Las patronas» (2000)

Donne che non hanno avuto figli biologici ma hanno molti figli dell’anima, che vegliano sui loro sogni, che sono madri e sorelle.

Donne che cercano di formare nella costruzione di spazi di vita, che sanno seminare e aiutano gli altri a farlo, che curano terreni, che piantano fiori, che abbelliscono l’ambiente e gli spazi che toccano, che riciclano, riusano, e che generano armonia. Papa Francesco lo ha detto: è la donna a mettere armonia nella vita.

Molte di queste donne visitano le carceri, ascoltano i detenuti, vanno dalle loro famiglie, pregano con loro e li aiutano a compiere percorsi di perdono e di riconciliazione.

La vita consacrata femminile si sta impegnando a formare reti contro la tratta di persone, reti di giustizia e di pace, reti a favore della cura dell’Amazzonia; a riunirsi in comunità inter-congregazionali assistendo popolazioni colpite dai terremoti, come le comunità inter-congregazionali ad Haiti, o da inspiegabili incendi, come le comunità che sono appena nate in Cile; donne che non si fermano perché sono meno di prima o perché hanno più anni di prima, ma che con creatività cercano la loro forza nella comunione e nell’interrelazione, confidando nelle meraviglie che lo Spirito compie quando ci uniamo, quando agiamo a partire dalla comunione.

Credo si stiano generando cambiamenti che stanno trasformando il mondo. Perché «molta gente piccola, in molti luoghi piccoli, che fa cose piccole, è capace di trasformare il mondo».

di Mercedes Leticia Casas Sánchez

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07 dicembre 2019

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