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Donna di frontiera

· ​La devozione popolare cattolica e islamica verso Maria ·

«Se vuoi sapere chi è Maria, chiedilo ai teologi, se vuoi sapere come si ama Maria, chiedilo al popolo”, così Papa Francesco in una intervista a padre Alexandre Awi Mello. Speriamo che ci siano teologi che sanno amare Maria, oltre che indicarne l’identità e che il popolo di Dio accompagni la propria devozione alla Madonna con un’adeguata riflessione, per evitare i rischi sempre incombenti del paganesimo idolatrico e del bigottismo, alimentato anche da certi media cosiddetti cattolici. Quanto all’identikit di Maria di Nazareth abbiamo i quattro dogmi che ce ne consegnano la natura: Madre di Dio, Vergine (prima, durante e dopo il parto), Immacolata concezione e assunta in cielo. Ma dietro le formule si cela e si svela la persona di questa donna non solo straordinaria, ma unica. La sua figura interpella il pensiero e la filosofia, tanto che un pensatore del calibro di Massimo Cacciari, le ha dedicato un volume, dal titolo suggestivo Generare Dio (il Mulino, 2017). Il pensiero è provocato dal paradosso della “madre di Dio”, di fronte al quale saltano tutte le logiche binarie e si ritrova superato lo stesso principio di non contraddizione. Di fatto il titolo di theotokos nell’antichità era attribuito ad Iside, la madre di Horos, sposa di Osiride. Ma si trattava di una dea, che, come naturale, genera il dio. 

 Sandro Botticelli «Annunciazione» (1485)

Nel cristianesimo, invece, è una donna a generare Dio, come insegna il concilio di Efeso. E questa fecondità trova il suo grembo verginale in una scelta libera di abbandono alla Parola. Né si può sostenere che l’essere stata creata immune dal peccato d’origine (immacolata) limiti o condizioni la sua libertà. Del resto Eva, che pure non ancora era affetta dal peccato, ha compiuto la scelta opposta a quella della madre di Dio. Il suo è l’esercizio di una libertà liberata e quindi incondizionata, per cui il suo si viene valorizzato e diventa fondante le scelte della sua esistenza, ponendosi anche a modello della nostra.
Ma Maria è donna di frontiera, anche perché ci consente un incontro fecondo con la spiritualità islamica. Il fatto che quest’anno il mese islamico del digiuno del Ramadan coincida con quello cattolico dedicato al culto della Vergine Madre può essere considerato “provvidenziale”, anche alla luce del recente documento di Abu Dhabi. L’icona di Maria è, infatti, un comune riferimento per la devozione popolare e per la fede delle due religioni. Mentre rivolgiamo, come cristiani e cattolici, la nostra attenzione devota a Maria, nel mese a lei dedicato, dobbiamo fondarla sulla persona piuttosto che sulle formulazioni dottrinali che ne rivelano l’identità. Infatti, come insegna Tommaso d’Aquino, la nostra fede non ha come destinazione ultima le formulazioni, ma la stessa realtà, nel nostro caso la persona della Madonna. In questo orizzonte va letta e interpretata, ma soprattutto vissuta, la devozione popolare, cattolica e islamica verso di lei. È la pietà popolare, piuttosto che il contesto accademico, a costituire l’orizzonte di una sana teologia. E sarà il comune riferimento alla persona della Madonna a far germogliare il miracolo della pace fra culture, religioni, appartenenze diverse e che spesso il mondo contrappone.
Se può sembrare scontata e di facile interpretazione l’attenzione della religiosità cattolica verso la Madre di Dio, non sempre si percepisce e si riesce a cogliere il sentimento di devozione che pervade l’Islam verso Maria, la madre di Gesù di Nazareth. E questo fin dalle origini. Infatti il Corano le dedica una sura intera, la xix, descrivendo in termini certo immaginativi, ma non meno efficaci, il suo ruolo di madre vergine di Gesù. In questa sura risultano fondamentali la presenza dello Spirito Santo e la mediazione dell’arcangelo Gabriele. Fino a denominare Maria nei termini di “donna di verità”. E, in un racconto trasmesso dallo storico Azraqi, nel contesto in cui si descrive il rispetto di Mohamed e del suo primo nucleo di discepoli verso Maria, si dice che, durante la conquista della Mecca, il profeta avesse ordinato la cancellazione di tutte le immagini sacre (ritenute idolatriche), tranne che di quella (iconica) della Vergine madre col bambin Gesù in grembo.
In questo senso, la “donna di verità”, indica la necessità del dialogo e della condivisione, piuttosto che la divisione e il conflitto. E, nel dialogo, la prima attitudine da esercitare non è quella del giudizio dell’altro, bensì quella dell’ascolto, di cui Maria è maestra. E, se è vero che Maria ha ricevuto da Dio il dono ineffabile della maternità verginale (paradosso della fede), è altresì ineludibile il fatto che ella ha vissuto nella storia e nelle sue scelte quotidiane la fedeltà alla sua opzione fondamentale. In questo senso ha ragione papa Francesco quando ha affermato che “Maria è diventata santa”, come del resto anche il suo figlio è cresciuto “in sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini” esercitando la sua libertà nella storia.
Infine Maria è donna di frontiera anche all’interno del dialogo interconfessionale: non sarà fuori luogo, in questo mese mariano, il richiamo al mirabile testo di Lutero, che propone il suo Commento al Magnificat, insieme a quello sull’Ave Maria (entrambi databili fra il 1521 e il 1522: gli anni della rottura con la Chiesa romana). La leva e la chiave di volta di questi scritti è l’umiltà di Maria. E da essi traiamo il messaggio secondo cui senza una profonda e radicata umiltà non possiamo attingere la verità e non possiamo attivare un autentico dialogo. E questa espressione del monaco agostiniano ci viene incontro mentre concludiamo il mese che da cattolici abbiamo dedicato alla Madre di Dio: «Le sue parole sono l’espressione di un grande amore e di una vivissima gioia, ciò̀ spiega perché il suo animo e la sua vita si elevano nello spirito. Maria non dice: Io magnifico Dio, ma l'anima mia; come se volesse dire: tutta la mia vita e i miei sensi sono come sorretti dall'amore di Dio, dalla sua lode e dalla gioia che è in Lui, tanto che, non più padrona di me stessa, vengo elevata più̀ di quanto io non mi elevi alla lode di Dio, come accade a tutti coloro che, pervasi da una dolcezza divina nello spirito, sentono più di quanto non riescano ad esprimere; lodare Dio con gioia non è infatti opera umana, ma è piuttosto o un subire gioiosamente un'influenza che deriva solo da Lui, che non si può esprimere a parole, ma che si può percepire solamente con l’esperienza».

di Giuseppe Lorizio

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21 agosto 2019

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