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Donare non impoverisce

· Da più di settant’anni i volontari dell’Assistenza sanitaria San Fedele a Milano garantiscono farmaci e cure mediche ·

Ha superato i settant’anni e con la sua attività rappresenta un ottimo esempio di come la Chiesa possa essere davvero «un ospedale da campo dopo una battaglia», per poter assistere i più deboli, gli emarginati, gli ultimi, a partire dalle loro esigenze più elementari. È l’«Assistenza sanitaria» del centro San Fedele – Opera padre Maino, «nata nel 1948 per merito del padre gesuita Lodovico Maino, grazie all’attenzione e all’interesse per il tessuto sociale milanese dell’allora cardinale Alfredo Ildefonso Schuster», come racconta all’Osservatore Romano il presidente, padre Francesco Cambiaso. «Può contare sul lavoro di medici, farmacisti e di una novantina di volontari, attivi sul territorio della provincia del capoluogo lombardo, che operano in stretta collaborazione con un’ampia rete di realtà dell’associazionismo socio-sanitario».

L’attività principale è quella di “sportello farmaceutico”: «Forniamo farmaci, dietro la presentazione di ricetta medica, a tutti coloro che non potrebbero avervi accesso, perché per esempio non hanno il denaro necessario per acquistarli o perché magari sono stranieri senza permesso di soggiorno, oppure perché sono ex detenuti appena usciti dal carcere. Si tratta sempre di persone che, dopo essere state visitate negli ospedali o negli ambulatori della Caritas o di altre strutture come ad esempio l’Opera di San Francesco — aggiunge padre Cambiaso — hanno appunto bisogno di medicinali per le terapie che vengono loro prescritte». A quest’attività di assistenza si affianca anche quella del recupero dei farmaci: «Utilizziamo quelli che provengono dal Banco Farmaceutico (la fondazione che ogni giorno raccoglie, da donatori e aziende, medicinali da distribuire alle strutture caritative), ma anche da normali cittadini che vogliono dar via medicine ancora valide di cui non hanno più bisogno, o ancora da aziende che cedono lotti mal confezionati, oppure dall’apposito servizio istituito dal Banco Farmaceutico, in collaborazione con il Comune di Milano, attraverso specifici bidoni di raccolta collocati all’interno di una cinquantina di farmacie. Tutto — sottolinea padre Francesco — viene rigorosamente controllato sia attraverso uno specifico software sia da una verifica manuale, effettuata dai nostri volontari».

L’assistenza sanitaria del centro San Fedele, che comprende anche uno studio medico pediatrico, uno fisiatrico e uno ortopedico, svolge un ruolo molto importante sul territorio della provincia di Milano anche dal punto di vista dell’educazione sanitaria. «I nostri medici e tutti gli altri operatori — aggiunge Tommaso De Filippo, coordinatore dell’assistenza sanitaria del San Fedele — parlano approfonditamente con le persone che si rivolgono a noi, in modo da capire meglio le loro esigenze, cogliere i tratti caratteristici delle singole culture, insegnare il rapporto con i farmaci e spesso anche l’uso che se ne deve fare. I nostri pazienti arrivano da 70 paesi, rappresentano culture spesso molto diverse dalla nostra, dunque è indispensabile un lavoro di mediazione, educazione e informazione. Non a caso nei colloqui con i pazienti, insieme con i nostri medici c’è sempre anche un mediatore culturale». Su cosa vertono in particolare questi colloqui? «Per fare un esempio, poco tempo fa — racconta De Filippo — abbiamo organizzato un incontro tra nostri nutrizionisti e un gruppo di donne arabe, per spiegare loro alcuni concetti base dell’alimentazione corretta. Ebbene, nozioni che per noi occidentali possono risultare elementari, come la piramide alimentare, cioè il modello che descrive l’alimentazione sana ed equilibrata, risultavano a loro totalmente sconosciuti».

Più conoscenza reciproca tra culture e abitudini equivale ad abbattere muri, costruire ponti e abbassare il rischio di creare conflitti. «Il San Fedele — precisa padre Cambiaso — è anzitutto un centro culturale, nel cui ambito rientra l’attività di assistenza sanitaria. Ma lo scambio, il dialogo e il confronto restano una costante fondamentale. I volontari sono preparati ad assolvere a questo compito, sanno benissimo che è la chiave per far funzionare tutto al meglio. Chi lavora con noi arriva qui quasi sempre tramite il passaparola oppure dallo sportello Caritas Volontariato, è in prevalenza italiano, ma abbiamo un discreto numero di ex pazienti giunti da noi come stranieri bisognosi di aiuto, che hanno deciso di darci una mano in modo stabile».

«Il grosso dei volontari è costituito da pensionati, ma ci sono anche i più giovani, che in genere provvedono all’accoglienza e allo smistamento del pubblico che si rivolge al nostro sportello farmaceutico», sottolinea De Filippo. Tutti hanno una caratteristica che li accomuna: «La volontà di donare agli altri qualcosa di loro stessi — conclude padre Cambiaso — la consapevolezza che donare non impoverisce».

di Valentino Maimone

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26 febbraio 2020

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