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Don Sturzo e la ricetta per il Mezzogiorno

· Per il fondatore del Partito popolare l’unità non poteva dirsi conclusa senza risolvere la questione meridionale ·

Nel commemorare i centocinquanta anni dell’unità d’Italia non si può dimenticare il contributo teorico e pratico di don Luigi Sturzo. Egli sottolineò che alla maturazione del problema nazionale, che preparò l’atmosfera per l’indipendenza e l’unità, contribuirono soprattutto cattolici liberali e neoguelfi, che ipotizzavano un’Italia confederata con a capo il Papa.

Sturzo non rifiutò l’unità d’Italia come risultato del Risorgimento, ma il modo con cui si realizzò, con un centralismo soffocante che ridusse l’unità a uniformità e con una politica antiecclesiastica. Conciliò la fedeltà alla Chiesa con l’amore alla patria sostenendo nel discorso di Caltagirone del 1905: «Oggi possiamo affermare che fu un bene l’unità della patria, che fu un bene per essa si fosse lottato; e che però, nel perseguire questo ideale, molti generosi ebbero slanci di virtù, molti ingannarono e fecero male. Il patrimonio di oggi può essere inquinato, rovinato anche dalle ipoteche di un passato dilapidatore; ma ci ha dato una vita, e l’affermiamo questa vita col nostro intervento».

Ricordando la fine del potere temporale scrisse: «Quel che sembrò e fu allora una disfatta, a poco a poco divenne un nuovo motivo di maggiore simpatia del mondo cattolico, e di quello non cattolico di buona fede, verso il papato. Tolto il peso del principato terreno, sembrò a molti che il potere papale si fosse, anche nelle apparenze, più spiritualizzato».

Nella sua attività socio-politica, il sacerdote avvertì la necessità che lo Stato unitario si desse un’articolazione organica attraverso l’autonomia degli enti locali e una «federalizzazione delle varie regioni» che lasciasse intatta l’unità di regime. Riteneva, però, che l’unificazione non potesse dirsi risolta senza la soluzione della questione meridionale che chiamerà «il secondo risorgimento». In un discorso pronunciato a Napoli nel 1917, don Sturzo afferma che la questione meridionale è «un problema morale e politico di primissimo ordine (...) che ha una decisiva importanza per il nostro avvenire e il nostro secondo risorgimento».

Sempre a Napoli, il 18 gennaio 1923, in veste di segretario del Partito popolare italiano, illustra la sua impostazione della questione meridionale, auspicando una politica mediterranea di ampio respiro: «Se la politica che la nazione italiana, non solo i governi ma la nazione italiana, saprà fare, sarà una politica forte e razionale, orientata al bacino mediterraneo, cioè atta a creare al Mezzogiorno un hinterland che va dall’Africa del nord all’Albania, dalla Spagna all’Asia minore; se questo significherà apertura di traffici, circolazione di scambi, impiego di mano d’opera, colonizzazione sotto il controllo diretto della madre patria; tale fatto darà la spinta a creare nel Mezzogiorno un’agricoltura razionale e maggiore sviluppo di commerci, pari alla propria importanza produttiva».

Sturzo si rende conto della gravità dei problemi del sud, del suo ritardo in campo economico, culturale e sociale, ma intuisce che non possono essere risolti con un assistenzialismo governativo piovuto dall’alto e con una politica clientelare che tende a dare risposte parziali e contraddittorie. Occorre, invece, collegare il problema del mezzogiorno a quelli generali della comunità nazionale e internazionale. Vi sono infatti aspetti di natura non solo economica e politica, ma anche culturale e morale che, in una visione di largo respiro e a lunga scadenza, devono far investire tutte le energie delle popolazioni meridionali e della nazione italiana in una prospettiva aperta alla speranza. «Il risorgimento meridionale non è opera momentanea e di pochi anni, o che dipenda da una qualsiasi legge, o che venga fuori dalla semplice volontà di un governo; è opera lunga, vasta, di salda cooperazione nazionale; e che come spinta, orientamento, convinzione, parta dagli stessi meridionali».

Certo il progetto di Sturzo per lo sviluppo del Mezzogiorno, fondato sul protagonismo delle sue popolazioni disposte a rischiare, in un mondo globalizzato e in un contesto storico-culturale dominato da una politica assistenzialistica, questo progetto di un risorgimento sociale ed economico all’interno di una rinnovata solidarietà nazionale sembra difficile. Ma la centralità che sta riprendendo l’area mediterranea nell’economia e nella politica mondiale, il ruolo che nel terzo millennio giocherà l’Africa, la necessità di nuove regole di natura morale nell’economia dopo la crisi finanziaria dei nostri giorni e il dibattito sul federalismo, ci dicono che alcune intuizioni di Sturzo rimangono ancora valide.

La concezione autonomistica all’interno dell’unità nazionale era da lui concepita non solo in chiave economica e politica in funzione di motivazioni contingenti, ma scaturiva da una profonda esigenza etica e religiosa basata su un’antropologia sociale ispirata ai valori cristiani e ai principi della sussidiarietà, della solidarietà e del bene comune propugnati dalla dottrina sociale della Chiesa.

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