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Don Bosco feriale

· Il settimo volume dell’Epistolario ·

A meno di due anni dalla pubblicazione del testo precedente che riguardava le lettere scritte nel biennio 1878-1879, il salesiano Francesco Motto ha dato alle stampe il VII volume dell’Epistolario di Giovanni Bosco in edizione critica (Istituto Storico Salesiano, Fonti, Serie prima, 14, Roma, LAS 2016, 555 pagine). Anche in questo caso il curatore pubblica le lettere di un altro intenso biennio della vita del santo piemontese (1815-1888), vale a dire quelle scritte nel 1880 e 1881 (in ordine cronologico sono le lettere 3121-3561).

Don Giovanni Bosco e i suoi ragazzi  in una foto d’epoca

Su 441 lettere, 151 erano sconosciute sia agli autori delle monumentali Memorie biografiche, sia al primo curatore dell’Epistolario negli anni Cinquanta del Novecento, Eugenio Ceria. L’arricchimento si deve alla ricerca estesa a molti archivi e biblioteche, pubbliche e private, in Europa e America latina, sebbene i testi siano ovviamente sempre inferiori a quelli scritti dall’autore. Le lettere reperite sono per lo più autografe, ma anche allografe con firma autografa, minute. Varie lettere inedite indirizzate alle più alte autorità ecclesiastiche e civili, trattando di argomenti importanti per la congregazione salesiana e il suo fondatore, scrive Motto, offrono materiale tale «da far ritoccare, e talora riscrivere, intere pagine di biografie su don Bosco e di saggi su di lui» (p. 5). Questa prima considerazione fa riflettere sui motivi per cui una storia non è mai scritta in modo definitivo, tanto più se mancano all’appello fonti primarie. Le lettere sono tra queste e nel caso di don Bosco sono la fonte princeps. Di conseguenza, l’accesso alle fonti, la conoscenza e lo studio aggiornato è un’esigenza ineludibile perché gli scritti, i saggi, le interpretazioni che a volte si moltiplicano, come nel caso di date celebrative (nel 2015 ricorreva il bicentenario della nascita di Giovanni Bosco), non poggino su basi incerte, come luoghi comuni e anacronismi, riduzionismi semplificatori o amplificatori.

Lettera dopo lettera, questione dopo questione, interlocutore dopo interlocutore, seguendo l’autore attraverso il filo degli scritti a inchiostro (in assenza di telefono e internet per fortuna dei posteri) emergono i pensieri, le motivazioni, la mentalità, i condizionamenti, le direttive di un fondatore dell’Ottocento piemontese. Trattandosi di una persona pienamente identificata con la propria missione educativa, in più con l’attitudine a coinvolgere molte persone in un’impresa ritenuta primaria per il bene dei ragazzi e dell’intera società, le lettere attestano il tenore delle relazioni intrattenute in un biennio della maturità umana e religiosa. L’osservatorio torinese postunitario, le implicanze della politica italiana ed estera, specie francese, per la vita delle congregazioni religiose, la diffusione dell’opera salesiana a livello internazionale, soprattutto in America latina, si concentrano nel caso salesiano che è sì specifico, ma per certi versi emblematico di quanto accadde ad altri istituti religiosi negli stessi anni.

Gli indici, come sempre ben curati, sono lo strumento fondamentale per lo studio del volume. La sua lettura continua mette a contatto diretto con il don Bosco vero, feriale, pronto alla battuta e serio, confidente e preoccupato, acciaccato nella salute e talora stanco. Non è un “altro” don Bosco, ma il don Bosco ormai anziano che viaggia, scrive, pensa, affronta direttamente i problemi legati alle istituzioni da lui fondate più che la vita quotidiana tra i ragazzi nel cortile di Valdocco. Per questo sembra di conoscere un’altra persona, dato che le rappresentazioni più comuni si fermano allo stadio iniziale della sua opera. Governare il consolidamento e la diffusione di due congregazioni era meno entusiasmante, ma coltivava il terreno per creare radici solide.

di Grazia Loparco

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23 maggio 2019

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