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Domenica 18 ottobre
Francesco proclama quattro nuovi santi

Domenica 18 ottobre Francesco proclama quattro nuovi santi Vincenzo Grossi, Maria dell’Immacolata Concezione, Ludovico e Maria Azelia Martin che il 18 ottobre vengono proclamati santi da Papa Francesco, insieme danno una presentazione degli stati di vita nei quali la vocazione cristiana si può esprimere: la chiamata al matrimonio e alla crescita dei figli, la consacrazione religiosa mediante i voti, il sacerdozio.

Vincenzo Grossi 


di Marilena Borsotti

Don Vincenzo Grossi viene presentato come modello di vita evangelica vissuta attraverso un’intensa carità pastorale, esercitata, nelle “periferie” e portando su di sé “l’odore delle pecore”. Frutto maturo del suo ministero è la fondazione delle figlie dell’Oratorio, chiamate a collaborare con i parroci all’educazione della gioventù femminile più bisognosa.

Nato a Pizzighettone (Cremona) il 9 marzo 1845, da Baldassarre e Maddalena Capellini, è il penultimo di dieci figli. Il padre è mugnaio e tutta la famiglia è impegnata in questo lavoro che, se da una parte garantisce una certa tranquillità, dall’altra richiede fatica. A undici anni, dopo avere ricevuto la prima comunione, Vincenzo incomincia a sentire l’attrattiva verso il sacerdozio. Confida alla madre il desiderio di entrare in seminario, come già il fratello Giuseppe. Ma le motivazioni del padre impongono un’attesa: serve il contributo di Vincenzo, ragazzo forte e di buona volontà, nel lavoro al mulino.

Non si scoraggia e nel corso degli anni il suo ideale si rafforza. Unisce la doppia fatica del lavoro e dello studio. Attende “l’ora di Dio”, secondo un’espressione che gli divenne abituale. Nel frattempo si fa un programma di vita ed è fedele nell’osservarlo. La pazienza e la perseveranza creano il terreno adatto per la sua entrata in seminario, che avviene nel 1874, a diciannove anni.

Si applica con profitto agli studi, è gioviale, vivace e disciplinato. Si dedica all’apostolato fra i più giovani. Nelle rare confidenze, si definiva “come una chioccia con intorno i pulcini”. Ma l’itinerario formativo non è privo di ostacoli. Si scontra con una dura situazione sociale ed ecclesiale. Le vicende prima e dopo l’unità d’Italia e la confusione dottrinale all’interno della Chiesa creano un quadro complesso. Ordinato nella cattedrale di Cremona il 22 maggio 1879, fin dall’inizio opta per una sincera e indiscussa fedeltà al Papa e al suo magistero. Svolge il ministero a Gera di Pizzighettone, a Sesto Cremonese, a Ca’ de’ Soresini. Viene quindi nominato parroco di Regona, frazione di Pizzighettone, dove rimane per dieci anni. La posizione marginale, l’ambiente semplice e rurale, la povertà diffusa, l’indifferenza religiosa non scoraggiano il giovane sacerdote, che trova nella preghiera intensa e prolungata la forza per vivere l’intimità con Gesù, che si traduce in sollecitudine verso il suo popolo.

Prega, studia, apre la propria casa ai ragazzi per il catechismo, per dare un po’ di istruzione, perché possano giocare in un luogo sicuro e trovare un po’ di cibo, che possa compensare la povertà della mensa familiare. Tollera gli schiamazzi e anche qualche danno alle suppellettili. Lo conforta la consapevolezza che quando i ragazzi sono con lui possono stare lontani dai pericoli. Per se stesso sceglie uno stile connotato dalla sobrietà. È premuroso verso i sofferenti, che conforta, si dedica assiduamente al confessionale e alla direzione spirituale. Tempra la propria personalità con la pazienza dell’agricoltore che getta il seme, ma non pretende di vedere subito il frutto della propria fatica. Impara ad accogliere anche insuccessi e contraddizioni.

Da Regona viene trasferito a Vicobellignano, dove rimane per 34 anni. La nomina del vescovo sottolinea stima nei suoi confronti, vista la necessità di un parroco preparato che possa arginare una situazione pastoralmente difficile. E la presenza di una comunità protestante rende la situazione delicata. Ma anche qui, don Vincenzo si affida alla invisibile potenza della preghiera, convinto che il prete non può sacrificare un’ostia estranea, se non è disposto egli stesso a sacrificarsi con tale vittima. Il suo è un sacrificio totale, ma gioioso, non accigliato. Consapevole della diffusa ignoranza religiosa, della necessità di contrastare ideologie ingannevoli, si dedica con assiduità alla predicazione anche al di fuori della parrocchia. Viene chiamato in varie località del cremonese e del lodigiano. E gradualmente va seguendo un’intuizione, che lo porterà a fondare le figlie dell’Oratorio: giovani donne desiderose di donarsi interamente a Dio e di mettersi al suo servizio. Gradualmente le forma e resta ammirato dalla limpidezza delle loro intenzioni. Impressionato dalla miseria morale e materiale della gioventù femminile del suo tempo, forma piccole comunità di consacrate per fare fra le giovani “il maggior bene possibile”, e in questo modo collaborare con i parroci nella loro cura. A due condizioni: la disponibilità alla povertà e lo spirito di adattamento. Il loro patrono è san Filippo Neri, l’apostolo dell’amore di Dio fra i giovani. Il loro aspetto non le distacca molto dalle donne del tempo, hanno uno stile semplice e gioviale e come luogo di preghiera la chiesa parrocchiale; svolgono semplici opere educative per formare le bambine e le ragazze, soprattutto le più bisognose. E don Vincenzo segue attivamente e con discrezione quella che lui definisce “un’opera di Dio”, sempre rifiutando il titolo di fondatore.

Al momento della morte, avvenuta il 7 novembre 1917, esprime attraverso le sue ultime parole l’affidamento di sé e della sua opera al Signore: «La via è aperta: bisogna andare…». Queste parole sono diventate il motto dell’Istituto che, nel variare delle situazioni e dei tempi, cerca di essere fedelmente creativo all’ispirazione originaria. Don Vincenzo è stato beatificato il 1° novembre 1975.

Maria Isabel Salvat y Romero

di Alfonso Ramírez Peralbo

Nata il 20 febbraio 1926 a Madrid in una famiglia benestante, Maria Isabel Salvat y Romero il giorno seguente, fu battezzata nella parrocchia di Nostra Signora della Concezione. Nell’ambiente domestico fortemente motivato in senso religioso, assimilò i valori cristiani, che approfondì frequentando fin da bambina il collegio madrileno della Beata Vergine Maria, gestito dalle suore irlandesi.

Nel 1936, allo scoppio della guerra civile, la famiglia si trasferì in Portogallo; ma dopo due anni fece ritorno in patria, dapprima nella città basca di San Sebastián poi di nuovo nella capitale. Negli anni maturò qualità personali e culturali per poter progettare una vita sociale piena di soddisfazioni. Invece iniziò ad avvertire la vocazione alla vita religiosa. Ma non scelse le suore irlandesi, bensì le sorelle della Croce, istituto fondato a Siviglia da santa Angela della Croce, conosciuto attraverso le due religiose poveramente vestite che ogni mese passavano da casa sua per ricevere l’elemosina e si trattenevano a parlare. Accolta come postulante nel capoluogo andaluso nel 1944, l’anno successivo ricevette l’abito religioso, con il nome di suor Maria della Immacolata della Concezione. Durante il noviziato si distinse per impegno, spirito di sacrificio ed esemplarità. In particolare si evidenziavano in lei semplicità, amore alla povertà, comportamenti umili, spirito di obbedienza. Nel 1947 professò i voti temporanei.

Per la sua preparazione umana e spirituale, le venne affidata la direzione del collegio di Lopera, presso Jaén. Seguirono altri ruoli di responsabilità a Valladolid e a Estepa. Nel 1966 fu chiamata alla Casa madre di Siviglia, prima come ausiliaria poi come maestra delle novizie. Per lei, nella comunità, non esistevano lavori di due classi, uno più alto da’altro, tutti erano uguali perché tutti erano servizi resi ai fratelli e alle sorelle. Dopo due anni divenne provinciale, quindi consigliera generale, poi ancora superiora della comunità di Villanueva del Río y Minas (Siviglia), dove poté toccare con mano la povertà degli indigenti e degli anziani abbandonati che vivevano senza un tetto fuori città. Nel 1977 divenne superiora generale. E con il permesso della Santa Sede, fu rieletta per altre tre volte all’incarico, particolarmente delicato nei difficili anni che seguirono il concilio Vaticano ii e che la videro impegnata nell’aggiornamento delle costituzioni dell’Istituto. Il suo atteggiamento fu di un equilibrio dinamico: non visse la fedeltà come una stanca ripetizione di formule collaudate, ma come un desiderio di creatività per venire incontro alle esigenze che il Signore le faceva comprendere. In ogni circostanza guardò alla fondatrice sant’Angela, come a una sorgente perenne di coerente continuità nel necessario rinnovamento.

Ebbe una particolare sollecitudine per la formazione permanente delle consorelle, soprattutto per quante vivevano momenti di crisi e di smarrimento; e in quegli anni di sperimentazioni e incertezze la sua testimonianza di vita costituì un punto di riferimento per molte. Curò l’animazione vocazionale, i cui frutti maturarono in modo visibile, portando all’apertura di nuove case religiose in altre città della Spagna: Puertollano, Huelva, Cádiz, Lugo, Linares, Alcázar de San Juan. Una casa fu fondata anche a Reggio Calabria nel 1984.

La sua personalità serena e gioviale contribuiva a creare un clima di fiducia e di comunione. In lei si evidenziava un’intensa esperienza religiosa, vissuta con consapevolezza della presenza di Dio e nella costante ricerca della sua volontà, e alimentata alle sorgenti della preghiera e della contemplazione; una sincera disponibilità alle esigenze del prossimo, in modo particolare dei più bisognosi, e una vivace apertura verso i problemi contemporanei; un orientamento verso la perfezione, così da giungere a un fervoroso esercizio delle virtù umane e cristiane.

Nel 1994 le venne diagnosticato un tumore. Operata, affrontò la malattia con docilità e fortezza d’animo e per quattro anni continuò la sua attività. Negli ultimi giorni, quando la sofferenza si fece maggiormente sentire, rinnovò la sua fiducia nella bontà di Dio. Il 31 ottobre 1998 morì nella Casa madre. Al suo funerale parteciparono numerosi sacerdoti e religiose, insieme con un grande concorso di fedeli. L’inchiesta diocesana fu celebrata a Siviglia dal 20 febbraio al 15 novembre 2004. Beatificata il 18 settembre 2010, la postulazione ha poi sottoposto al giudizio della Congregazione delle Cause dei Santi la presunta guarigione miracolosa, verificatasi nel capoluogo dell’Andalusia nel 2012: un uomo di quarantatré anni caduto improvvisamente a terra in stato di incoscienza, venne ricoverato presso un ospedale cittadino dove si attivò un protocollo di ipotermia terapeutica e gli furono somministrati dei farmaci. Il paziente entrò in coma, con grave danno cerebrale. In quel contesto, una suora dell’Istituto invitò un’amica della madre del paziente a pregare la beata Maria dell’Immacolata Concezione. Le si unirono la suora stessa, una consorella, la madre dell’infermo e alcuni amici della arciconfraternità della Vergine Speranza “Macarena”, della quale era membro l’ammalato. A dodici giorni dal ricovero l’uomo si risvegliò dal coma e riconobbe i presenti.

Ludovico Martin e Maria Azelia Guérin

di Antonio Sangalli

Primavera 1858. Maria Azelia Guérin sta attraversando il ponte San Leonardo ad Alençon. Un giovane cammina in senso opposto e passa oltre. Nel cuore, chiara una voce: È lo sposo preparato per te! Lui è Ludovico Martin, orologiaio e gioielliere, ha 35 anni. Lei, provetta ricamatrice del prezioso “Punto d’Alençon”, ne ha 27. Entrambi hanno alle spalle una ricerca vocazionale sofferta. Luigi, dalla Normandia, era sceso fino alle Alpi per diventare canonico del Gran San Bernardo. Non accettato, rientra in famiglia, si dedica alla sua arte e partecipa alla vita parrocchiale attraverso i circoli culturali e caritativi. Maria Azelia, il “no” lo riceve dalle figlie di San Vincenzo: troppo fragile la sua salute. Non si perde d’animo e prega: Signore, poiché non sono degna di essere vostra sposa, entrerò nel matrimonio per compiere la vostra santa volontà, ma datemi molti figli e che vi siano tutti consacrati! Dio sembra accettare: nove figli nasceranno nella famiglia. Ultimogenita, la “piccola Teresa”.

Maria Azelia e Luidovico celebrarono le nozze ad Alençon, nella chiesa di Notre-Dame, tre mesi dopo quell’incontro, a mezzanotte, tra il 12 e il 13 luglio 1858, come allora era in uso. Un amore sponsale, il loro, che è stato luogo privilegiato della crescita spirituale più alta. L’essere ministri del sacramento, per gli sposi, non si esaurisce nell’atto della celebrazione liturgica. Da quel “sì” inizia per i due l’esercizio di un ministero che, nel quotidiano, passando attraverso gesti di tenerezza, è dono reciproco. Maria Azelia e Ludovico, all’inizio faticarono a intuirlo, ma presto, con l’aiuto di un confessore illuminato, s’incamminarono sulla via di una santità coniugale esemplare. La quale fu la matrice della consacrazione verginale delle figlie che essi hanno concepito, cresciuto, educato. Una terra santa, questa famiglia, in cui ogni comportamento dei genitori tra loro, verso gli anziani infermi — i nonni paterni e quello materno — e verso i figli è vissuto in un’ottica di fede semplice, fatta di affidamento a Dio, di preghiera, di partecipazione all’Eucaristia quotidiana, ai vespri, alla catechesi domenicale, e alle attività caritative.

Per imparare a pregare, mi bastava guardare papà; la sua era la preghiera di un santo: diceva Teresa. Una pratica assidua della confessione, una devozione tenerissima alla Vergine, l’amore verso i santi, s’intrecciavano con una catechesi familiare molto curata da genitori. Attraverso la meditazione del Vangelo, la lettura delle vite dei santi, dell’Année liturigique di Dom Guéranger, dell’Imitazione di Cristo, i genitori introducono le figlie nella profondità dei misteri di Cristo, soprattutto quelli della sua passione: la devozione al volto santo era peculiare in Ludovico. Per Leonia, la terzogenita, cagionevole di salute, che il temperamento caratteriale rende ribelle, sono messe in atto tutte le attenzioni e le delicatezze.

Per ogni nascita che in lei si annuncia, Maria Azelia chiede a Dio che il figlio sia un vero cristiano, un apostolo, un missionario. Quattro volte, straziata, vedrà morire i suoi piccoli. Tre a pochi mesi di vita, Elena, improvvisamente, a cinque anni. Quando chiudevo gli occhi dei miei cari figlioletti e li mettevo nella bara, provavo un dolore fortissimo, ma sempre rassegnato. Molti mi dicevano che sarebbe stato meglio non averli avuti. Non potevo tollerare questo linguaggio. I miei dolori, i miei affanni non possono essere commisurati con la felicità eterna dei miei bambini (Lettera al fratello, 17 ottobre 1871).

Quanto all carità, racconta Celina che suo padre non poteva vedere nessuna miseria senza soccorrerla. Una mattina incontrò un vecchio sfinito, lo rifornì di viveri e fece inginocchiare ai suoi piedi Teresa e lei perché le benedicesse.

Maria Azelia muore a 45 anni per carcinoma al seno. Dopo dolorose cure, il viaggio a Lourdes come ultima speranza, unito alla promessa: se la Santa Vergine non mi guarisce, la supplicherò di guarire mia figlia [Leonia], di aprire la sua intelligenza, di farne una santa. Farò tutto il possibile per ottenere il miracolo: ma, se non sarò guarita, cercherò di cantare lo stesso al ritorno (Lettera alla cognata, 20 febbraio 1877). Dieci giorni prima, quando la metastasi ha ormai invaso tutto l’organismo, si trascina fino alla chiesa per la messa festiva. L’unzione, il viatico alla presenza di tutta la famiglia (Teresa ha quattro anni e mezzo), segnano il suo commiato il 28 agosto 1877.

Mio Dio, voi mi onorate troppo: questo il commento di Ludovico quando le figlie gli manifestano l’intenzione di farsi religiose. L’entrata di Paolina al carmelo era prevista, non quella di Maria, il sostegno di casa. Tuttavia l’eroico padre dice il suo “sì” senza rimpianti a tutte, anche a Celina. Lo dirà pure a Leonia, che per ben due volte lascia la vita religiosa fino a entrare definitivamente alla Visitazione di Caen, dove morì in tarda età. Oggi, la più problematica delle figlie Martin, è serva di Dio. Di Teresa conosciamo la vocazione e il consenso pieno di Ludovico, che l’accompagna a Roma, per ottenere da Leone xiii il permesso di entrare al carmelo a soli 15 anni.

Costretto al ricovero nell’ospedale psichiatrico di Caen a causa di un’arteriosclerosi cerebrale, al medico che si meraviglia della sua serenità e della sua ininterrotta preghiera dice: nella vita ho sempre comandato e mi vedo ridotto a obbedire. È dura, ma so che è per il mio bene. Non avevo mai avuto umiliazioni, me ne occorreva una. Dio sia glorificato.

Poi completamente paralizzato fu accolto nella casa del cognato Isidoro, dove morì il 29 luglio 1894, assistito da figlia Celina. Poco dopo la morte, Teresa ricorderà la generosità del padre che aveva offerto l’altare maggiore alla cattedrale di san Pietro di Lisieux.

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