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​Domande proibite

· Solo i bambini non provano imbarazzo a parlare di Dio ·

Augustin Pajou, "Blaise Pascal" (XVIII secolo)

Avete mai notato come tutto quello che appartiene al campo della credenza in Dio, delle pratiche religiose, della fede sia divenuto nel tempo una questione quanto mai privata? Come mai è considerata un’intrusione nella sfera del personale, dell’intimo, chiedere a un amico, a un amante, a un familiare se crede in Dio o se va a messa o in sinagoga o in moschea nei giorni di festa? Lo scrive Anna Foa aggiungendo che gli unici che possono ancora porre legittimamente queste domande sono i bambini, che infatti ti rivolgono tranquillamente le domande “proibite”: Sei ebrea? Credi in Dio? Festeggi il Natale? Ancora innocenti, presto scopriranno che domande del genere sono giudicate sconvenienti, che non si debbono porre, che chi è interrogato arrossirà o tossirà con imbarazzo o cercherà di far scivolare la domanda, dalla sua persona a un generico “ebreo”, un generico “cattolico” e fin un generico non credente. Anche interrogare sulla mancanza di fede, sulla militanza ateistica, è considerato infatti intrusivo, imbarazzante. Avete mai sentito qualcuno chiedere a un altro: «Scusa, ma tu sei ateo?», a meno proprio che non ti trovi in piazza con i seguaci dell’Associazione del Libero Pensiero a commemorare Giordano Bruno? Insomma, sono domande che si possono fare solo se sai già la risposta. Chi sta commemorando Giordano Bruno in quel contesto non può essere religioso, chi prende la comunione in chiesa non può non essere cattolico. Insomma, sono domande che non possono essere rivolte all’altro, ma solo al tuo simile. Che non ampliano la tua conoscenza ma si limitano a confermarla.

E se provassimo a ipotizzare che l'imbarazzo non nasce dal rifiuto, non è un fenomeno attribuibile al fatto che la religione non è importante, ma si origina invece da una carica nascosta o meglio rimossa di interesse?

Divenuto un mistero, di cui nessuno parla se non per sussurri, Dio ci interpella, fosse anche per negarne o porne in dubbio l’esistenza. Nessuno più fa la famosa scommessa di Pascal, scommettere sull’esistenza di Dio. Semplicemente, facciamo finta che non esista. O che non esista la domanda, che solo i bambini ormai sono più in grado di fare.

Scriveva oltre cent’anni fa Rainer Maria Rilke proprio a proposito delle domande su Dio dei bambini: «E chiedessero soltanto: “Dove va quel tram a cavalli? Quante sono le stelle? E diecimila è più o meno di molto?” Ben altre cose vogliono sapere! Per esempio: “Il buon Dio parla anche cinese? Com’è fatto il buon Dio? Il buon Dio, sempre il buon Dio! Quando di lui si sa davvero così poco!”».

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23 aprile 2019

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