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Acqua
che spegne il fuoco

· La diplomazia pontificia secondo il cardinale Mamberti ·

«La macchina da guerra dei pontefici non getta fiamme, ma dolce acqua con cui finisce il fuoco della guerra». Il noto distico del cardinale Maffeo Barberini — dedicato nel 1644 alla fontana della Galera nei giardini vaticani — potrebbe applicarsi efficacemente alle caratteristiche della diplomazia della Santa Sede, chiamata a lavorare per mettere in comunicazione, appianare gli ostacoli, smussare le situazioni più spigolose.

La fontana della Galera  in una stampa del 1743

Ne abbiamo parlato con un diplomatico di lungo corso, il cardinale Dominique Mamberti, primo dei porporati creati nel Concistoro del 14 febbraio scorso, oggi prefetto del Supremo tribunale della Segnatura Apostolica dopo più di otto anni trascorsi alla guida della sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.

Nel saluto al Papa durante il Concistoro lei ha detto che i cardinali devono uscire da se stessi. In che senso?

Penso che uscire da noi stessi significhi anzitutto aprirci al Signore che ci chiama a essere — per usare un’espressione di Joseph Ratzinger — «servitori della gioia» di tutto il suo popolo.

Quali sono i nuovi compiti a cui è stato chiamato come prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica?

Si tratta ovviamente di un settore diverso da quello in cui ho servito finora, la diplomazia pontificia, ma mi piace rilevare la convergenza degli obiettivi. La giustizia, infatti, è l’indispensabile fondamento per la pace.

In uno scenario internazionale segnato da conflitti e tensioni, c’è spazio per la diplomazia della Santa Sede?

La diplomazia della Santa Sede non muove da interessi specifici e particolari. Il suo unico interesse è il bene di ogni persona e di tutta l’umanità. Per questo credo che il suo compito oggi sia soprattutto quello di indicare una direzione ideale, la cui meta concreta è l’edificazione del bene comune e della pace e alla cui base vi è la promozione della dignità trascendente della persona. Non si dà pace, infatti, laddove la dignità della persona è calpestata. In questa prospettiva la diplomazia della Santa Sede si adopera per «costruire ponti», come il Papa ha indicato fin dalla sua elezione. 

di Nicola Gori

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23 ottobre 2019

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