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Divorante nostalgia in uno stile implacabile

· La morte di Ágota Kristóf ·

«Il mio bilancio è che settant’anni — ed era il 2005 — sono sufficienti. Ho vissuto abbastanza». Abbastanza per entrare nella storia della letteratura moderna come una delle poche scrittrici all’altezza dell’orrore dei tempi. Ágota Kristóf, ungherese di nascita, svizzera d’adozione e francese di scrittura, è certo l’autrice di La chiave dell’ascensore (1999), di Ieri (2002), di La vendetta (2005) e di Dove sei Mathias? (2006), oltre che di numerose piéces teatrali, ma ogni ricordo di lei, oggi (alla notizia della sua morte a Neuchâtel il 27 luglio), come ogni citazione della sua opera, fino a ieri, non ha mai potuto prescindere da Trilogia della città di K. (1988-1998).

Spettatrice dell’invasione nel suo Paese dei carri armati sovietici nel 1956, fugge col marito a rischio d’arresto in quanto anticomunista nell’elvetica Neuchâtel (da dove per altro non s’è mai mossa) e, costretta a lavorare in una fabbrica d’orologi, giunge tardi alla pagina scritta.

Ma vi giunge con tutta la disperazione psicologica e morale possibile, figlia di un’esperienza allucinante e impietosa, carica della divorante nostalgia dell’esiliata e della radicale frattura dei valori di civiltà in un frangente di devastazione da guerra e miseria.

Due gemelli animano la trilogia ( Il grande quaderno , 1986; La prova , 1988; La terza menzogna , 1991), anche se non sempre insieme, a cominciare da un «noi» narrante a un superstite «io» in attesa di ricomposizione. Due ragazzi che in un mondo, sia pure senza tempo né luoghi, schiantato da un terribile quanto inatteso conflitto (certo la seconda guerra mondiale, ma anche l’inattesa e inaccettabile occupazione «rossa»), prima che a vivere sono costretti a imparare a sopravvivere: arrangiarsi, mentire, abbandonare, uccidere, passare oltre, evitare l’ordine e approfittare del disordine. Ed eventualmente seminarlo.

Bisogna subito rendersi conto che Kristóf fa di questa consecutio la struttura portante della sua narrativa (guerra uguale annientamento fisico ma non di meno morale), anche perché il suo stile implacabile, inteso a sigillare nella parola la violenza della vita, invita a cogliere il fallimentare nichilismo dei tempi, nella convinzione che non c’è nulla a umana portata per porvi un qualche rimedio.

Quel «bisogna saper uccidere quando è necessario» risuona sciaguratamente, e non è facile trovare un appiglio che non abbia una luce trascendente per smentirlo quando tutto ha perso significato, quando un inaudito totalitarismo piomba sui legami affettivi e di coscienza, sulle individuali identità e sulle comunitarie premure a dissolvere il passato, a imporre un intollerabile presente, a cancellare una qualsiasi speranza futura.

Non a caso sono adolescenti, almeno in partenza, i protagonisti della Trilogia , perché è proprio a quell’età che la menzogna ufficiale annulla la fiaba e instaura la tragedia; la brutalità del contingente sostituisce il mito, e al consapevole giudizio su ciò che accade subentra quel qualcosa di impossibile che sta accadendo, anzi è accaduto.

Privati dei sentimenti e brutalizzati nell’esistente, essi rimediano alla illogicità del mondo in cui sono stati deietti con sostenibile leggerezza d’esistere specchio di quella dell’essere. Vivono ciò che in condizioni normali rimuoverebbero: cresciuti violentemente in fretta e sinistramente innocenti, si trasformano in assassini inflessibili, freddi e implacabili, ma secondo loro giusti (e perché non ricordare, al proposito, i bambini di strada, i bambini soldato, i bambini africani, e così via).

Ágota Kristóf non parla per simboli o per metafore: i due atroci dioscuri del caso muovono gesti di cupa ferocia, «aiutati», per così dire, da un lessico gelido e crudo, triste e volontaristicamente «distante» dall’oggetto narrato. Eppure, ogni stilizzazione è partecipe e sofferta, tormentata, penetrante e perturbata. Il grado zero della scrittura, quasi telegrafata e mai narrante, che in totale mancanza di luce mostra gesti e parole nel vuoto vorace di una fiaba nera, lascia nel lettore un desiderio d’aria e d’alta quota, più che non un diretto richiamo, un esemplare ammonimento.

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