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Alla base dell’umanesimo ebraico

Il Dio della Bibbia chiede l’assoluta fiducia e devozione ma risponde a una tale fiducia con un reciproco patto di fiducia nell’uomo, Abramo, rappresentante dell’umanità intera. Sarà la fiducia di Dio nell’uomo a farlo crescere e a sviluppare in lui una moralità universale di rispetto per ogni vita umana creata da Dio. Applicando l’emotività della ragione universale, il carattere divino dello stesso uomo splende ancora di più. Questo messaggio biblico e questa antropologia biblica vengono interpretati dal Midrash in un rapporto complicato di rispetto e invidia fra Adamo e gli angeli che non possono fare a meno di portare rispetto all’uomo che contiene in sé l’immagine divina. E che, quando lo vedono camminare, ci racconta il Midrash, si inchinano davanti a lui come se fosse la divinità stessa a presentarsi.

Nik Spatari «Abramo e Isacco» (1969)

Tale consapevolezza della dimensione divina dell’uomo sarà poi alla base dell’umanesimo ebraico sviluppato dal pensiero ebraico post kantiano. L’uomo, la sua mente e struttura potenziale contengono in sé questa dimensione divina universale capace di ragionare e trovare una morale e un modo di ragionare universale.

In questo dibattito voglio vedere l’apertura di una nuova dimensione, una nuova epistemologia e teologia sul rapporto fra morale divina e morale umana, enorme e fondamentale capitolo sulla reciprocità della fede e del patto fra il Dio dell’universo e l’uomo. Abramo, come rappresentante dell’umanità, diventa l’interlocutore del divino anche in materia di giustizia e moralità, portando la divinità stessa a confrontarsi con la percezione della giustizia dalla parte dell’uomo non solo come forma e immagine ma anche e soprattutto nei contenuti. L’uomo alleato del divino ha diritto anche alla parola e alla riflessione sulla moralità, se non su quella religiosa, su quella civica. 

di Joseph Levi

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20 agosto 2019

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