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Diventare gesuita

· La Compagnia di Gesù tra Cinquecento e Seicento ·

Non si tratta del primo libro che ripercorre la storia dei gesuiti attraverso quella fonte unica e straordinaria che sono i loro testi autobiografici, conservati ancora oggi in numero considerevole nell’archivio della curia generalizia, ma certo si tratta della ricerca che — per la grande competenza storica dell’autore — sviluppa meglio il significato e il ruolo che i gesuiti, e quindi la Compagnia, hanno svolto per l’intera cultura, non solo europea. Se già in lavori passati era stato sottolineato il fascino dirompente che la proposta dei gesuiti, così nuova e avventurosa, aveva esercitato sulla gioventù dell’età moderna, l’ultimo libro di Adriano Prosperi (La vocazione. Storie di gesuiti tra Cinquecento e Seicento, Torino, Einaudi, 2016, pagine XIX + 250, euro 25,50) ne approfondisce ogni aspetto, permettendo così di ripensare alla storia dei gesuiti nel suo complesso, e di arrivare fino alla vocazione del cardinale Martini, modello nuovo che segue un copione antico, e perfino portarci a capire meglio Papa Francesco. Che, proprio nell’intervista al suo confratello Spadaro, ha dichiarato che «la Compagnia si può dire solamente in forma narrativa. Solamente nella narrazione si può fare discernimento, non nell’esplicazione filosofica o teologica, nelle quali invece si può discutere».

Il frontespizio degli «Esercizi spirituali» stampato a Roma  nel 1548  da Antonio Blado

Le fonti vengono innanzitutto esaminate come una straordinaria occasione per studiare il rapporto fra l’autorappresentazione e l’immagine riflessa, e per capire come si sia affermata — e in poco tempo — un’immagine così forte del nuovo ordine. Da una parte, infatti, «l’impresa gesuitica si fissò nei sogni, nei sentimenti e negli ideali di una vasta e nutrita schiera di giovani con una forza tale da rinnovare l’epopea delle crociate e il fervore del movimento francescano», dall’altra «i gesuiti divennero immediatamente bersaglio di un’accusa che doveva accompagnare da allora in poi il loro nome: l’ipocrisia». In ogni caso, lo stereotipo che si accompagna nell’immaginario comune alla parola “gesuita” ha il merito di disegnare un tipo umano speciale, diverso dagli altri. Un’elezione divina che rende differente e riconoscibile tra gli altri chi è stato scelto. E diversamente dalle vicende narrate dei santi della tradizione medievale «quelle dei gesuiti furono storie di uomini per i quali la risposta alla chiamata divina non cancellava la loro identità individuale, ma ne esaltava le potenzialità intellettuali e morali mettendole a servizio degli altri».
La prima tentazione che gli scrittori delle autobiografie dovevano vincere — e della quale non si dichiarò immune neppure Ignazio — era la vanagloria. Tutti affermano perentoriamente che stanno scrivendo per obbedire a un ordine dei superiori, dal più oscuro novizio fino al cardinale Bellarmino. La risposta si trovava nel motto della Compagnia, ad maiorem Dei gloriam, punto di arrivo e di conciliazione fra la volontà individuale di conquista e di vittoria e la professione dell’umiltà come virtù suprema. Per il gesuita, a differenza dei calvinisti, l’azione nel mondo poteva rendere maggiore, o anche minore, la gloria di Dio.
La scrittura costituì fin dall’inizio il principale strumento di organizzazione strategica e di connessione dei padri fra di loro: Juan Alonso de Polanco, il più stretto collaboratore di Ignazio, istituì un sistema regolare di lettere circolari che raccoglievano e rilanciavano informazioni inviate dai confratelli da ogni parte del mondo. E la paziente e sistematica raccolta di fonti autobiografiche — fra le quali venne subito compresa quella del fondatore — costituisce una prova di come i gesuiti considerassero importante la storia per costruire l’immagine della compagnia e per addestrare al nuovo modello le nuove vocazioni.
Nei loro archivi si è così venuta ad accumulare una massa di fonti eccezionale, e «si può affermare senza tema di smentite che nessun altro ordine religioso e nessun corpo collettivo della prima età moderna hanno lasciato una maggiore quantità e una più intensa ed elaborata qualità di testimonianze personali e di notizie biografiche su come e perché i suoi membri sono entrati a farne parte». Un progetto culturale chiaro e di ampio respiro, «la storia di cose straordinarie compiute da uomini, in cui la gloria umana contribuiva solo a esaltare la gloria di Dio». La vicenda della Compagnia era fatta delle storie di chi vi era entrato accogliendone il programma.
Coloro che chiedevano di entrare nell’ordine venivano selezionati severamente, come rivela il questionario di ventidue domande al quale dovevano rispondere, e che costituiva anche una traccia per redigere il racconto dettagliato della loro vocazione. A questa prima selezione seguiva un lungo periodo di preparazione. La composizione sociale dei gesuiti appare molto variegata: piccoli commercianti accanto a cavalieri e nobili, che avevano in comune gli studi e le pratiche fondamentali della religiosità gesuitica, cioè la confessione generale e l’abitudine all’esame di coscienza quotidiano. Questo non ha certo impedito che molti abbandonassero il progetto, anche se è difficile quantificarne il numero.
Naturalmente nelle autobiografie cominciarono presto a spiccare quelle degne di un riconoscimento di santità, che sarebbero servite a consolidare l’ordine nato da poco. Questo possibile sviluppo agiografico delle biografie spiega come mai da una costola della Compagnia sia nata l’opera dei bollandisti, i gesuiti fiamminghi artefici della pubblicazione degli Acta sanctorum, un’opera immensa, all’avanguardia della filologia e della critica storica.
Prosperi dedica molte importanti pagine alla creazione dei collegi, alla loro funzione sempre più centrale nella vita della Compagnia; anche per il fatto — non secondario — che proprio nei collegi nasceva il maggior numero di vocazioni. La crisi manifestata dalla Riforma rendeva infatti necessaria per tutti una maggiore preparazione dottrinale, così da essere in grado di combattere le eresie, e furono solo i gesuiti a prenderne atto, fondando una vasta rete di istituzioni educative di alto livello: un sistema di formazione onnicomprensivo e con la prospettiva di sostituirsi alle università. Nei collegi i giovani venivano addestrati alle lettere, e le doti personali e le capacità intellettuali dei singoli allievi erano oggetto di attenta e costante valutazione, anche ai fini della selezione dei nuovi membri della Compagnia.
Si trattava di una strategia vincente, ma anche rischiosa: spesso le famiglie, soprattutto quelle altolocate, avevano altri progetti sull’avvenire dei figli mandati a studiare nei collegi, e in questi conflitti familiari l’ordine, famoso per la sua obbedienza, divenne invece l’alleato dei figli che disobbedivano al padre, cioè il garante della loro libertà di scelta. L’autore riporta storie di contrasti durati anni, di fughe rocambolesche dal collegio prima che la forza pubblica, chiamata dal genitore, venisse a prendere il giovane conteso, storie nelle quali le madri giocano spesso ruoli decisivi. Era un atteggiamento che costò anche caro ai padri gesuiti, tanto da costringerli alla chiusura, temporanea, di alcuni collegi: l’obbedienza al padre, infatti, non era solo il fondamento della famiglia, ma anche la pietra angolare dell’ordine politico. In questo senso, scrive Prosperi, i gesuiti erano una sorta di “rivoluzionari di professione”.
Ed è una tradizione autobiografica che continua: anche Carlo Maria Martini, a diciassette anni, allievo di un collegio dei gesuiti, si scontrò con la famiglia che non accettava la sua vocazione, e lo racconta. Mentre Jorge Mario Bergoglio ha consegnato a uno storico salesiano, Cayetano Bruno, la storia della sua vocazione, la sua scelta di gesuita. Come si può ben vedere, il modello collaudato da Ignazio e Polanco funziona ancora, e non si può proprio dire che funzioni male.

di Lucetta Scaraffia

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17 ottobre 2019

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