Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Diventare donna
è un nascere per strappi

Virginia Woolf, invitata nel 1929 a parlare sul «problema della vera natura della donna e della vera natura del romanzo», chiede: «Avete un’idea di quanti libri si pubblicano sulle donne in un anno? Avete un’idea di quanti fra questi libri sono scritti da uomini? Sapete di essere, forse, l’animale più discusso dell’universo?».

16Mikhail Vrubel,illustrazione per il romanzo ««Anna Karenina»

In effetti, tra la fine dell’Ottecento e i primi del Novecento, un universo femminile va sostituendosi ai protagonisti maschili della scena letteraria del secolo precedente. Nei secoli che preparano il passaggio alle società industriali a struttura prevalentemente metropolitana, romanzi il cui titolo era costituito da un nome e cognome — Oliver Twist, Robinson Crusoe — testimoniavano vicende dove i personaggi passavano da identità sfumate a identità più specificate. Un passaggio che avviene prima per gli uomini e solo più tardi per le donne. Inoltre, se i protagonisti maschili della scena letteraria affrontano nelle storie narranti la vastità del mondo, ai personaggi femminili spettano gli spazi angusti della casa e dell’ambiente domestico. Introdotte dai loro nomi e cognomi, Thérèse Raquin, Anna Karenina, Effi Briest sono donne verosimili sulle quali vegliano Émile Zola, Lev Tolstoj, Theodor Fontane. E fin qui nulla di strano, il nome dell’autore campeggiando anche sulla copertina dei romanzi maschili. Ma Thérèse Raquin, Anna Karenina, Effi Briest vivono già nel titolo più volte dipendenti. Oltre che dal loro autore, anche dal cognome di un altro uomo: padre o marito. Così quei titoli finiscono per esprimere una legge, sottolineando che non a caso l’etimo di “nome” è nòmos, cioè legge. E nel caso di questi romanzi femminili la storia è sempre di una trasgressione cui farà seguito la relativa condanna da scontare.

Si impone a questo punto una domanda. Perché, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, si assiste a un tale proliferare di protagoniste che, uscendo dalle mura domestiche, incappano in una condanna sociale? Forse per via delle trasformazioni epocali indotte dalla rivoluzione industriale e dalla prima guerra mondiale, che ridefinirono sulla base di necessità materiali compiti e ruoli maschili e femminili. Infatti, proprio in quegli stessi anni le donne iniziavano a muoversi in aree tradizionalmente riservate agli uomini. Erano anche gli anni in cui Freud, un intellettuale ignoto, in condizioni di emarginazione in quanto esponente della minoranza ebraica, di oscura appartenenza sociale e in misere condizioni economiche, ebbe la forza di assumere, come ha scritto Silvia Vegetti Finzi, «gli scarti, i margini del discorso, le cadute di intenzionalità, come oggetto d’indagine privilegiato» e di dare vita a uno stile cognitivo particolare, che eleva a fattore terapeutico la parola dei pazienti.

Si stagliano, nei titoli degli scritti di Freud, le figure di altre protagoniste: Anna O., Dora, nel ruolo di «co-autrici dell’impresa psicoanalitica ai suoi esordi», donne che testimoniano del bisogno, ormai irrinunciabile, di divenire “soggetto”.

Auguste Rodin«Naiade»

L’ipotesi che si può quindi fare per comprendere la ragione di tanta insistenza nei romanzi citati sulla colpa connessa al desiderio femminile di far proprie aree tradizionalmente riservate agli uomini concerne il sospetto che gli uomini temessero il fatto che le donne iniziassero a muoversi sul terreno della libertà. Ma non basta. Ci si può infatti chiedere se, nell’intento esplicito di mantenere la donna nei ruoli a lei tradizionalmente assegnati, non possa essere accaduto che, in funzione di una trasformazione della femminilità invisibile ma continua e sicura, i romanzi citati non abbiano paradossalmente contribuito a ottenere l’effetto opposto a quello perseguito. La mia impressione è, in altri termini, che queste storie abbiano reso manifesti e possibili scenari prima impensabili come scelte di vita e perciò rese storie di trasgressione. Scenari di ambizioni, bisogni, desideri che, trovando accesso a un piano di “dicibilità”, ad esempio con Freud e con la psicoanalisi, hanno potuto iniziare a venire allo scoperto, trovando a quel punto il modo di declinarsi da storie di trasgressione in storie di formazione.

Ma l’inconscio cambia molto più lentamente del conscio, e quindi è legittimo chiedersi quanto resta in noi donne, a nostra insaputa, di sensi di colpa, interiorizzati nei secoli, relativi alle attività extradomestiche, stigmatizzate a livello sociale come vere e proprie trasgressioni? È per questo che le donne vivono nei confronti sia del lavoro che della famiglia un disagio che spesso ha il sapore della colpa? Mi spiego. Se a livello conscio la “normalità” (e, nel caso di ceti sociali meno abbienti, addirittura la necessità) è avere un lavoro e anche degli interessi fuori casa, può capitare (e molto spesso capita) che a livello inconscio la riprovazione connessa in passato a interessi e ambizioni extradomestici crei un disagio colpevolizzante: mi sento quindi in colpa se non ho nulla che mi porti nel mondo, dal momento che a livello conscio ritengo che la normalità sia avere un lavoro fuori casa. Ma, al contempo, mi sento in colpa se tale dimensione mi dis-trae (letteralmente mi es-trae) da quella che a livello inconscio ritengo essere per me donna la dimensione «normale». In tal senso, è il fantasma della riprovazione sociale che in un caso come nell’altro crea nella donna un senso di colpa. Se non lavoro e non ho interessi fuori casa non sono “normale”; ma, se a una certa età non ho ancora una relazione di coppia stabile e, soprattutto, non ho bambini, non sono “normale”.

 Un’opera di Nicki de Saint Phalleper il suo «Giardino dei tarocchi» a Garavicchio (Grosseto)

Il timore della riprovazione sociale fa sentire minacciata la propria appartenenza al gruppo di riferimento e, dal momento che di questa appartenenza abbiamo estremo bisogno, è colpevolizzante sentirsi per propria scelta “diversi”: se non lavoro perché non lavoro, se lavoro perché non sono a casa a occuparmi delle faccende domestiche. Si tratta del «bisogno di appartenenza», che rende insopportabile la percezione di una propria non appartenenza. Diventare donna contemporanea obbliga dunque a ritenere desiderabile e normale sentirsi proiettata nel mondo esterno. Ma diventare donna obbliga anche a fare i conti con coniugalità e maternità, quest’ultima sedimentata nel nostro mondo interno in modo ancora oggi inestricabilmente connesso a vissuti di colpa se non realizzata. A tale problematica allude il mito delle Danaidi, condannate dagli dei a versare per sempre acqua in giare bucate per aver ucciso i propri mariti. Nel mito “delle acque perse” la ricchezza femminile si trasforma in una perdita senza fine, evocando la perdita che nell’inconscio femminile si connette alla rinuncia alla maternità. Uccidendo gli sposi, le Danaidi si condannano a essere non madri e a versare per sempre acqua in giare bucate.

Oggi inevitabilmente la scelta di diventare madri deve fare i conti con i vissuti di colpa connessi all’eventuale rinuncia a una propria realizzazione professionale e, viceversa, e inevitabilmente, il suo contrario: non diventare madre, non fare bambini, oltre che sanzionato da se stesse a livello inconscio nel proprio mondo interno, espone al rischio di percepirsi “diverse”, “fuori norma”. Nicki de Saint Phalle, l’artista che ha creato il Giardino dei tarocchi, scrive, a proposito dei figli spesso trascurati per la vita artistica: «Un giorno avrei voluto fare qualcosa di imperdonabile, la cosa peggiore che una donna potrebbe fare. Avrei voluto abbandonare i miei figli per il mio lavoro, gli uomini molto spesso lo fanno. Avrei voluto darmi una buona ragione per sentirmi in colpa!».

Beata Nicki de Saint Phalle! Mentre l’esperienza più comune è quella dei versi di Armanda Guiducci utilizzati come titolo di questo lavoro.

di Daniela Scotto di Fasano

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

21 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE