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Disuguaglianze in crescita

· Un rapporto dell’Ocse ·

La grave recessione economica che dal 2008 ha colpito tutto il mondo volge al termine. Lo sostengono tutte le più autorevoli istituzioni internazionali. Tuttavia il quadro esce assai diverso da come si prospettava negli anni passati. Nei Paesi più avanzati sono aumentate le distanze sociali e un vasto ceto medio che si era formato negli ultimi vent’anni vive un senso di oggettivo impoverimento nel reddito disponibile e nell’incertezza del futuro. Anche nei grandi Paesi emergenti, come la Cina o il Brasile, vi è un senso di inquietudine e di preoccupazione perché, se rallentano i Paesi maggiori, la loro crescita potrebbe rivelarsi fragile, sia per le basi monetarie e finanziarie, che per il rischio di dover affrontare nei prossimi anni nuove e più incisive recessioni. Per i Paesi più deboli, poi, la situazione si presenta ancor più complessa perché diminuiscono le disponibilità dei donatori e le spinte di apertura e di integrazione economica e sociale.

Queste grandi tendenze, in una economia mondiale sempre più interdipendente, sono ben sintetizzati in un recente rapporto dell’Ocse che analizza la crescita delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito negli anni recenti. Le fasce sociali più benestanti vedono crescere le loro risorse, mentre i gruppi medi e bassi arretrano nella scala sociale. Le distanze così, dopo essersi in parte avvicinate nei primi decenni del dopoguerra, sono tornate a crescere, e le prospettive, in assenza di mutamenti di rotta, sembrano così orientate. L’indagine Ocse, condotta tra la metà degli anni novanta e gli anni recenti, fa emergere come il divario si allarga in Paesi come gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia, il Regno Unito, l’Italia, Israele, la Germania. Gli squilibri sociali crescono ovunque, anche nei Paesi scandinavi che, da tempo, hanno scelto modelli più inclusivi ad alta socialità, dove cioè la ricchezza privata delle famiglie viene integrata da una robusta dotazione di infrastrutture e servizi per la vita comunitaria.

Una recente analisi dell’Istat ha messo in luce come in Italia, in conseguenza della minor disponibilità di reddito, si registrano anche tendenze alla diminuzione del risparmio che, tradizionalmente, è stato uno dei fattori di stabilità e di coesione della nostra società. Lo studio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico evidenzia, con realismo e senza pessimismo, e con una metodologia particolarmente accreditata, questi fenomeni e i loro possibili effetti sull’economia mondiale in termini di crescita limitata e di instabilità. Le nuove generazioni sono quelle più esposte in uno scenario nel quale un inserimento stabile nella società non sembra più favorito come in passato. Ma, come ha pubblicamente sottolineato il Segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria: «la crescita della disuguaglianza non è un trend inevitabile. Un mercato del lavoro più inclusivo ed efficiente verso i giovani e le donne, insieme a politiche sociali attive e non assistenziali, sono le chiavi per affrontare le minacce che si possono profilare».

La creazione di un maggior numero di occasioni di lavoro, unita al miglioramento delle retribuzioni medie, sembrano dunque terapie non propriamente filantropiche quanto dettate dalla stessa necessità di aumentare il volume e la qualità della crescita, per potere innestare quelle misure di riequilibrio prospettivo indispensabili per la coesione sociale a medio e lungo termine. Nella situazione odierna, tuttavia, non vi può essere una ricetta o un modello certo da perseguire per nessuno. Ciascun Paese, e tutta la comunità mondiale, sono chiamati a costruire adeguati equilibri sociali, capaci di contemperare la necessaria libera crescita con un più alto grado di giustizia sociale. Lo chiede il mondo occidentale, lo pretendono i giovani e le donne del Maghreb e del Medio Oriente. Potrebbe chiederlo tutto il mondo islamico se potrà trovare nell’occidente interlocutori all’altezza della sfida culturale. Lo chiedono tanti popoli dell’Africa e dell’America latina che, con tempi e percorsi diversi, sono avviati su sentieri di progresso democratico e sociale.

Il benessere economico di un Paese non si misura, infatti, esclusivamente sulla quantità dei beni prodotti; si deve anche tener conto del modo in cui essi vengono prodotti e del grado di equità nella distribuzione del reddito, che a tutti dovrebbe consentire di avere a disposizione ciò che serve allo sviluppo e al perfezionamento della propria persona. Un’equa distribuzione del reddito va perseguita non solo sulla base della giustizia commutativa — compenso per il valore oggettivo delle prestazioni lavorate — ma anche di giustizia sociale ovvero considerando la dignità umana dei soggetti che le compiono. Un benessere economico autentico si persegue, dunque, anche attraverso adeguate politiche sociali di ridistribuzione del reddito che, tenendo conto delle condizioni generali, considerino opportunamente i meriti e i bisogni di ogni cittadino.

Nella prospettiva dello sviluppo integrale e solidale, si può dare un giusto apprezzamento alla valutazione morale che la dottrina sociale offre sull’economia di mercato o, semplicemente, economia libera: «un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità dei mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, è la risposta certamente positiva… ma la libertà nel settore economico deve essere inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso». ( Centesimus annus , 42). Così viene definita la prospettiva cristiana circa le condizioni sociali e politiche dell’attività economica. Una prospettiva che, con semplicità, si apre al confronto con altre visioni per la costruzione del bene comune.

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