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Distruttore o architetto?

· ​"Napoleone il Grande" di Andrew Roberts ·

È possibile ricostruire con imparzialità la vicenda biografica e storica di Napoleone? Nel tentare una risposta esaustiva a questo interrogativo nel libro Napoleone il Grande (Torino, Utet, 2016, pagine 1063, euro 29) Andrew Roberts non nasconde le difficoltà legate a un’impresa che deve fare i conti, anzitutto, con coloro che, dopo la sua abdicazione, pur di avere un impiego o un vitalizio sotto i Borboni, compromisero l’oggettività delle loro preziose testimonianze, contribuendo così a diffondere la cosiddetta “leggenda nera”, a detrimento della figura del politico e del militare francese.

Napoleone e il trionfo di Austerlitz (2 dicembre 1805)  in una stampa d’Épinal (xix secolo)

Basti pensare alle lettere di Claire di Rémusat a suo marito, un cortigiano di Napoleone: tra il 1804 e il 1813 parlavano con affetto dell’imperatore, ma nel 1818 le sue memorie lo raffigurano come un uomo «incapace di generosità» e inoltre dotato di «un sorriso satanico». Tra il 1813 e il 1818 il marito di Claire de Rémusat aveva cercato di ottenere dai Borboni un incarico di prefetto di un dipartimento, e la consorte, per assecondare tale progetto, bruciò nel 1815 le vecchie carte. Non meno significativo è il fatto che le memorie di Talleyrand, ministro degli Esteri di Napoleone, scritte nel decennio successivo al 1820, vennero ampiamente rielaborate dopo il 1860 da Adolphe de Bacourt, profondamente antinapoleonico.
Questo scenario è quindi arricchito dai giudizi di segno opposto formulati da eminenti personalità dell’epoca. Per madame de Staël, Napoleone era «un condottiero senza patria e senza moralità, un nuovo Attila», mentre Goethe, che conobbe il generale nel 1808, lo descrisse come «in uno stato costante di illuminazione». Ecco allora, sottolinea lo storico inglese, membro del Napoleonic Institute, che la valutazione sul mito napoleonico continua a oscillare come un pendolo: fu un distruttore o un architetto? Un liberatore o un tiranno? Innumerevoli sono state le biografie dedicate all’imperatore dei francesi: alcune più votate all’aneddotica, altre concentrate sul versante politico e militare dell’epoca napoleonica, altre ancora in precario equilibrio tra faccende private e avvenimenti storici.
Il libro di Roberts ha il merito di investire su un materiale di gran pregio: a partire dal 2004, la Fondation Napoléon di Parigi sta redigendo e pubblicando le 33.000 lettere a noi pervenute di Napoleone, un terzo delle quali è inedito o ha subito tagli ed epurazioni nelle precedenti edizioni, comparse nel sesto e settimo decennio dell’Ottocento. «Questa nuova, titanica edizione — scrive l’autore — consente una vera rivalutazione di Napoleone e costituisce la base portante del mio libro».
Indubbiamente la pubblicazione di ampi stralci delle lettere rende particolarmente interessante la fruizione del libro, permettendo di conoscere dettagli della personalità dell’imperatore finora noti solo agli esperti del campo. E non si tratta solo di aneddotica spicciola, piuttosto di elementi, apparentemente marginali, destinati a rivelarsi in realtà funzionali all’esatta comprensione di certe scelte strategiche operate dal genio di Napoleone.
In una missiva scrive: «La mia vera gloria non è di aver vinto tante battaglie. Quello che nulla distruggerà, che vivrà per sempre, è il mio codice civile». Prima della disastrosa campagna di Russia, annotava: «È meglio avere un nemico sicuro che un alleato incerto». E intuendo il tragico esito della spedizione, così si rivolgeva al devoto cancelliere Pasquier: «Si tratta di un’impresa grandiosa, la più difficile. Ma ciò che è iniziato deve essere portato a termine». E nel vedere i disiecta membra della Grande Armée, imprecando contro il maresciallo Gioacchino Murat, scriveva: «Non mi costerebbe nulla farlo arrestare per dare un esempio. È un uomo coraggioso sul campo di battaglia, ma del tutto privo di intelligenza e di coraggio morale».
Sono parimenti interessanti le testimonianze scritte da coloro che conobbero il generale e che ne tramandarono, a beneficio dei posteri, manie e curiosi abitudini. Annotava un suo funzionario per descriverne il nervosismo: «Nel bel mezzo di un dibattito lo vedevamo con un temperino o un raschietto in mano forare i braccioli della poltrona e fare profonde incisioni. Eravamo sempre impegnati a portare pezzi di ricambio per la poltrona che, ne eravamo sicuri, avrebbe di nuovo fatto a pezzi il giorno dopo».
Nel commentare le principali gesta napoleoniche, i suoi successi e le sue sconfitte (combattè sessanta battaglie e ne perse solo sette) Roberts è equilibrato: fa parlare i fatti con l’ausilio di documenti cartacei che possono essere più illuminanti di una pur dotta disquisizione. Nel ricordare che Waterloo fu la battaglia che causò le maggiori perdite di tutte le guerre da lui condotte, seconda solo a quella di Borodino, (caddero circa 31.000 francesi) l’autore menziona ciò che Napoleone ebbe a dire all’indirizzo dei suoi generali: «È stata una giornata incomprensibile». E ammise di «non aver capito fino in fondo» la battaglia, aggiungendo comunque che la sconfitta era da addebitare principalmente a «una combinazione di straordinari fati». Lui che si vantava di vincere le battaglie anche perché sin da bambino aveva letto, o meglio divorato, i libri che raccontavano le gesta dei suoi due «eroi preferiti», Alessandro il Grande e Giulio Cesare, si rammaricò in seguito di non essersi rivelato più forte di quei fati avversi.
L’autore afferma che Napoleone era «assai carente» in un contesto di battaglia fondamentale come il mare: eppure era nato in una città portuale. «Non comprese mai le manovre navali» rileva lo storico. Sulla terraferma, però, era «un autentico genio militare». Non sorprende quindi che, quando gli venne chiesto chi fosse il più grande condottiero dell’epoca, il duca di Wellington, il principale vincitore della celeberrima battaglia di Waterloo, rispose: «In quest’epoca, in quella passata, o in qualsiasi altra: Napoleone».

di Gabriele Nicolò

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