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Distinzione da evidenziare

· ​Cure palliative e suicidio medicalmente assistito ·

«L’eutanasia e il suicidio medicalmente assistito non devono essere inclusi nella pratica delle cure palliative»: così recita letteralmente la raccomandazione 14 del white paper dell’Associazione europea di cure palliative (Eapc, European Association of Palliative Care) appena pubblicato sulla rivista «Palliative Medicine». L’articolo, redatto da un gruppo di medici palliativisti di vari Paesi europei e commissionato dal board dei direttori della Eapc, ha come scopo primario quello di fornire ai professionisti delle cure palliative un quadro etico di riferimento su eutanasia e suicidio assistito. Alla versione finale, adottata come posizione ufficiale dell’Eapc, si è giunti dopo vari passaggi tra i quali una survey online che ha coinvolto le principali strutture di cure palliative europee affiliate all’associazione. Frutto di questo lungo lavoro preparatorio sono ventuno raccomandazioni che spaziano dalle definizioni condivise dei soggetti in questione (cure palliative, suicidio assistito, suicidio medicalmente assistito, eutanasia, sedazione palliativa) ai temi etici connessi. 

Orlando Sora, «Consolazione»

Alcuni punti assumono un significato particolare rispetto al dibattito attuale sulla fine della vita, un significato reso ancor più pregnante dalla veste di ufficialità con la quale viene proposto. La raccomandazione numero 5 si sofferma ad esempio sulle non treatment decisions, le decisioni di non trattamento, sia in relazione a terapie sproporzionate sia in relazione al rifiuto del paziente di essere sottoposto a determinati trattamenti. Si precisa che tali decisioni vanno distinte dall’eutanasia in quanto «non intendono accelerare la morte ma accettarla come un fenomeno naturale» ma non si specifica a quale stadio della malattia ci si riferisca lasciando in tal modo la porta aperta ad alcune perplessità e inquietudini.
A titolo di esempio si potrebbe pensare ad un paziente diabetico che rifiuti l’insulina e che per tale rifiuto deceda: francamente sarebbe difficile in tale caso parlare di morte come «fenomeno naturale» e non pensare invece a un abbreviamento della vita. La raccomandazione numero 12 si sofferma invece sulla sedazione palliativa, definita poco prima come «l’uso monitorato di farmaci allo scopo di indurre uno stato di diminuzione o di assenza della coscienza al fine di alleviare il peso di una sofferenza diversamente intrattabile (...)». Si sottolinea con chiarezza che «la sedazione palliativa in coloro che sono prossimi al decesso deve essere distinta dall’eutanasia» e che tale pratica «mai deve avere l’intenzione di abbreviare la vita». A sostegno di tale affermazione si citano alcuni lavori scientifici recenti che dimostrano che la sedazione, se correttamente intesa e applicata, non abbrevia la vita dei pazienti morenti. Cruciale è poi quanto esposto nella citata raccomandazione 14. Potrebbe sembrare scontato che eutanasia e suicidio non facciano parte del bagaglio della medicina palliativa ma così non è. Nonostante la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità sia chiarissima in proposito specificando che le cure palliative non intendono «né accelerare né ritardare il decesso», vi sono medici, soprattutto nei Paesi della regione del Benelux ma anche altrove, che propongono il modello delle «cure palliative integrali» che considera un’opzione praticabile quella di offrire al malato la possibilità di morire per mano del medico. Emergono chiaramente dall’articolo i rischi connessi alla legalizzazione o alla tolleranza di queste pratiche, rischi che in Olanda si concretizzano (0,4 per cento di tutti i decessi secondo uno studio pubblicato sul «New England Journal of Medicine») nella soppressione di pazienti che non ne hanno fatto richiesta o nell’estensione di un presunto «diritto alla morte» anche a pazienti dementi o depressi.
«Le cure palliative — conclude l’articolo — sono basate sull’idea che, anche nei momenti più difficili per un paziente, una comunicazione delicata, fondata sulla fiducia e sulla collaborazione possa migliorare la situazione e rendere evidente il fatto che la vita vale la pena di essere vissuta». Questa stessa idea si fa evidente tutti i giorni al capezzale dei nostri malati.

di Ferdinando Cancelli

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26 febbraio 2020

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