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Dissolvenze che portano alla verità

· ​"Transumanar", la mostra di Fabio Calvetti ·

«Transumanar» è il titolo della mostra dedicata a Fabio Calvetti e allestita, dal 29 giugno al 31 ottobre, all'interno delle cappelle di San Vivaldo, la piccola “Gerusalemme”, in Toscana, costruita dai francescani cinquecento anni fa. Ben si compenetrano l’esposizione e il luogo che la ospita. Da un lato, infatti, c’è lo sviluppo di un percorso artistico caratterizzato da opere che riflettono una devozione sublimata dalla tensione al divino; dall’altro, l’ineffabile carisma di San Vivaldo, in cui si specchiano spiritualità, storia e civiltà. Calvetti, artista delle solitudini, dei silenzi e delle attese ha saputo perfettamente entrare in sintonia con la dimensione interiore incarnata da San Vivaldo: di conseguenza il visitatore ha l’opportunità di contemplare entrambi i versanti, composti in felice sintesi. Il catalogo della mostra contiene i testi di Antonio Natali, di Giulia Gaggelli e di Maurizio Gronchi, del cui saggio, in questa pagina, pubblichiamo uno stralcio.

Dissolvenze. Potremmo definire così l’effetto visivo prodotto dalle opere di Fabio Calvetti, realizzate con varie tecniche espressive ed esposte nelle cappelle della Gerusalemme di San Vivaldo. Tra le ceramiche di terracotta cinquecentesche si avventura coraggioso l’artista, per apparire e scomparire. Il visitatore è accompagnato nel mistero della passione del Signore con accurata discrezione. Chi entra in una cappella è subito attratto dal gruppo statuario di terracotta dipinta che rappresenta una scena della via dolorosa di Gesù. Ma nel volgersi attorno si accorge di un volto o di una figura, viene colpito da un leggero contrasto cromatico di nero e rosso, si sofferma, riflette, medita. A questo scopo furono destinate le cappelle della Gerusalemme di Toscana quando, agli inizi del Cinquecento, si offrì la possibilità di un pellegrinaggio al popolo cristiano che non aveva i mezzi per recarsi in Terra Santa. 

«Un dolore» (2019)

Oggi, le opere d’arte di Fabio Calvetti riescono pienamente a riconsegnare all’ospite contemporaneo il percorso spirituale di San Vivaldo, col valore aggiunto di renderlo attuale, senza diventare né invadenti né dissonanti. Le figure esposte colpiscono ma non trattengono, penetrano senza ferire, attraggono e lasciano andare. Quel che conta è vedere, percepire, immaginare: la contemplazione avviene ad occhi chiusi e con gli occhi aperti, come avviene nei volti di Calvetti. Accanto al visitatore, le opere guardano la scena principale, fanno compagnia al pellegrino, con rispetto cercano posto vicino al cuore. Non commentano. In silenzio, con gli sguardi abbassati — talvolta smarriti — i volti di Cristo, delle donne e degli uomini sono parte del dolore del mondo, custodiscono le pene più intime di ognuno di noi. Il mirabile effetto creativo dell’artista introduce all’evento della Passione mettendosi contemporaneamente dal lato dell’Uomo della croce e da quello dell’umanità intera. Perciò si può stare davanti e dentro la scena, al tempo stesso.
L’intento del pittore raggiunge il suo scopo quando, una volta entrati nelle cappelle, si abbandona l’umana pretesa di leggere, di capire, di classificare, lasciando alla grazia il sopravvento nel cuore e nella mente. Come scrive Dante nella Commedia: «Trasumanar significar per verba / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperïenza grazia serba» Paradiso, canto I, 70-72). Per giungere a pienezza, l’umano va attraversato fino in fondo, correndo il rischio di smarrirsi. Solo una volta abbandonati al dono inatteso, si dischiude l’intima superiore bellezza nascosta nell’immagine sfigurata dell’Amore crocifisso. In questo senso potremmo intendere le dissolvenze del trasumanar — che dà il titolo alla mostra di San Vivaldo.
Inoltre, le opere artistiche di Fabio Calvetti corrispondono a quanto Ignazio di Loyola raccomandava a coloro che iniziavano gli esercizi spirituali, ovvero di disporsi alla meditazione cominciando dalla “composizione di luogo”. «Il primo preludio è la composizione vedendo il luogo. Qui è da notare che nella contemplazione o meditazione di una realtà sensibile, come è contemplare Cristo nostro Signore che è visibile, la composizione consisterà nel vedere con l’immaginazione il luogo materiale dove si trova quello che voglio contemplare: per luogo materiale si intende, ad esempio, il tempio o un monte dove si trova Gesù Cristo o nostra Signora, secondo quello che voglio contemplare» (Esercizi spirituali, 47).
Il cammino proposto al visitatore della Gerusalemme di San Vivaldo non è organico, e anche questa è una nota di originalità. Le cappelle non intendono tracciare un’ideale linea retta, cronologica, formale. Gli eventi e i volti s’intrecciano, come avviene nella vita, in un permanente andare avanti, tornare indietro, fermarsi e riprendere il cammino. Perciò, si possono visitare con libertà, lasciandosi sorprendere e affascinare di volta in volta. Tuttavia, merita cercare un ordine nella storia di Gesù culminata nell’evento pasquale della sua passione e glorificazione, per seguire il cammino spirituale e artistico che ci viene offerto.
Fabio Calvetti ci ha così accompagnato dentro il mistero del mondo, sporgendosi con umiltà e delicatezza, avvicinando i sentimenti del Signore Gesù e di ogni uomo e donna, credente o meno, mettendo continuamente in relazione il grande tesoro della tradizione cristiana con quello universale dell’arte. L’operazione ardita e complessa che tenta di stabilire connessioni tra il particolare dell’evento di Cristo e l’universalità dell’umano accomuna il pensiero credente e la creazione artistica. L’uno, perché intende Gesù Cristo come l’universale concreto in grado di attraversare misteriosamente le frontiere del cuore di ogni uomo. L’altra, in quanto espressione di un dono che trascende l’artista e lo consegna, mediante la sua opera, all’ammirazione e al giudizio di tutti. In comune, la fede e l’arte hanno la percezione della forma, che in concreto significa intuizione del bello, del vero e del buono. Come infatti scrive Hans Urs von Balthasar, uno dei più grandi teologi del Novecento: «La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto». Ed è alla bellezza sfigurata del Crocifisso e trasfigurata del Risorto che ci guidato Calvetti, con le sue opere a San Vivaldo, lasciando aperta la porta della verità e dell’amore alla libertà del visitatore. La coraggiosa e altamente impegnativa mostra di Trasumanar è un prezioso tassello che lascia traccia nel mosaico iridescente dell’evento più caro alla fede cristiana, e ci auguriamo anche nel cuore di coloro che avranno la felice opportunità di apprezzarla.

di Maurizio Gronchi

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14 ottobre 2019

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