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all’azione della grazia

· Gemma Galgani e il manoscritto bruciato dal diavolo ·

Entrare nell’esperienza viva, densa di fatiche, sofferenze, dubbi, aiuta a comprendere come la vita dei santi sia profondamente umana e che pertanto non può essere idealizzata esaltandone solo i lati spirituali, soprannaturali, completamente avulsi dall’esperienza sensibile ed esistenziale.

Gemma Galgani

Lo scopo per cui padre Germano Ruoppolo della Congregazione dei passionisti, e direttore spirituale di santa Gemma Galgani, invitò la stessa, anzi quasi le impose, di scrivere «la confessione generale di tutta la vita», era infatti proprio quello di poter conoscere a fondo «il lavoro della Grazia Divina in quest’anima», anche al fine di redigerne poi una Biografia, come di fatto fece pubblicandola nel 1907. La santa era molto riluttante a esternare i segreti della sua esperienza interiore e accettò solo per obbedienza. Come afferma in una lettera inviata allo stesso: «Io, babbo mio, non ne ho voglia. Se ne faccia da sé un’idea: tutti i peccati che si possono commettere nel mondo, io li ho tutti commessi, di ogni specie: bugie, disobbedienze». Per quanto contrariata si dedicò a questo lavoro, che chiamò Il libro dei miei peccati, fra il febbraio e il maggio del 1901, ovvero due anni prima della sua morte, avvenuta l’11 aprile del 1903, alla giovanissima età di 25 anni. Ma l’angelo custode, al quale si era rivolta per chiedere aiuto affinché le risvegliasse la memoria, le disse: «Non solo i peccati, devi fare come un compendio di tutta la tua vita, tutto il male, e tutto il bene». Così è nata questa importante opera attraverso cui possiamo conoscere dal vivo come agisce la grazia, con le reazioni a tinte forti che provoca nell’umanità di chi acconsente, mettendone in luce gli straordinari doni, ma insieme i limiti, le resistenze, le paure. Diviene così più comprensibile come, proprio in quell’humus umano, si accenda un’altra vita, prenda corpo quasi modellata dall’interno attraendo tutto a sé.
Questo testo assai noto, conosciuto con il titolo di Autobiografia, fu pubblicato per la prima volta a Roma nel 1943, insieme alle Estasi, al Diario e altri scritti della santa, a opera della Postulazione dei padri passionisti. Ne seguirono diverse ristampe. Nel 2004 fu poi inserito nell’edizione critica delle Lettere; nel 2009 fu nuovamente pubblicato con a fronte la riproduzione del manoscritto originale per la cura del padre passionista Max Anselmi. Ma quest’ultima e preziosa edizione ( Autobiografia, Lucca, Santuario Santa Gemma, 2016, 2 volume), a cura di Marinella Rizzone e Antonino Terzo, stampata in sole 250 copie, oltre all’accurato volume comprensivo di una corposa introduzione, trascrizione diplomatica del testo e trascrizione normalizzata supportata da note critiche, presenta un altro volume che riproduce in copia fac-similare il manoscritto originale mantenendone invariate le misure, la colorazione delle carte, la legatura dei quaderni, la coperta in carta marmorizzata e cartiglio sul quale si può distintamente leggere l’intitolazione: «Al babbo mio che lo bruci subito». In effetti questa riproduzione ad alta risoluzione evidenzia ancora più nitidamente i danni subiti dall’originale che sembra veramente salvato in extremis dal fuoco. Tutte le pagine manoscritte presentano ampi aloni neri, tracce evidenti di bruciature e fumi. Si scorgono parti abrase e marcate impronte digitali. Un effetto inquietante, tanto più forte, in quanto, come sappiamo dal testo, a ridurre il manoscritto in tale stato fu il diavolo stesso che, da quanto Gemma racconta, le dichiarò guerra appena lo ebbe terminato, tanto che una notte lo vide portarsi via il libro. Lei stessa incredula chiese alla signora Cecilia Giannini, alla quale la santa era stata affidata dopo che era rimasta orfana e mancante di tutto, di controllare se fosse sempre custodito nel cassettone dove era stato riposto. Ma era sparito. Dopo vari esorcismi fatti da padre Germano, come afferma in una lettera la signora Cecilia, il libro ritornò «tutto nero, e in qualche posto anche bruciato».
Se andiamo ad analizzare questa narrazione così fresca e quasi ingenua, emerge un punto focale dal quale sembra prendere avvio l’azione divina. Un atto d’amore puro, innocente, attraverso cui la grazia comincia a penetrare come da varco che si apre nel cuore. La risposta d’amore data da Gemma nella primissima età all’amore senza riserve della mamma, va a intessere una speciale relazione fra loro, una tale intimità da fare delle due un’anima sola. Dopo quattro figli maschi, grandissima era stata la gioia di Aurelia Benedetta, madre di Gemma, per la nascita della bambina. Poi però la malattia, la sua consapevolezza di una prossima dipartita, andranno a costruire quel forte vincolo destinato a superare i limiti dell’amore umano: «Dovrò morire, ti dovrò lasciare, o se potessi condurti con me, verresti? […] E dove si andrebbe, gli chiedevo? In Paradiso, con Gesù, con gli angeli... Fu la mamma mia, babbo mio, che cominciò, da piccina a farmi desiderare il Paradiso». L’esperienza vissuta, così intima e totale e insieme così lacerante, produce lo svettamento che radica il loro amore nell’amore eterno, lo introduce nella comunione di amore che si effonde dalla Santissima Trinità per imprimersi nel cuore per sempre: «Non volevo mai staccarmi da lei, non uscivo più dalla sua camera». Questo incardinamento dei due cuori in uno solo diviene una forza purificante che non si ritrae di fronte al dolore, realtà ineludibile, ma vivibile. L’intensità d’amore spinge oltre, rende partecipe Gemma di quella passione d’amore che caratterizzerà tutta la sua breve esistenza e che sarà da lei vissuta fino in fondo, come da Gesù, che più volte le appare crocifisso: «Sentivo crescere una brama di amare tanto Gesù Crocifisso e insieme a questo una brama di patire e aiutare Gesù nei suoi dolori». È la forza di un amore soprannaturale che dunque la spinge ad aprirsi sempre di più alla sofferenza. Gesù le dice: «Da te non voglio che amore». Gemma risponde: «Il mio cuore, o Gesù è pronto a far tutto, e pronto a scoppiare per il dolore».
Le prove di questa giovane vita offerta saranno tante: gravi lutti, incomprensibili malattie miracolosamente guarite, dopo la morte del padre strappo dalla famiglia e perdita di ogni bene, dal 1899 le stigmate, ma mai verrà meno in lei quel vincolo d’amore incardinato nell’eterno che la porterà, insieme alla costante partecipazione al dolore, a ricevere grandi doni spirituali. Il soprannaturale si incide nel naturale dilatandolo, trasformando i sensi fino a dischiuderli all’invisibile. Non servono spiegazioni, il mistero rimane invalicabile, solo la sapienza di un cuore nudo può penetrarlo.

Non sono quindi i limiti umani a frenare l’irruzione dello Spirito, non lo sono i peccati, le disobbedienze. Non dobbiamo credere che l’azione di grazia operi solo in chi trova perfetto. Essa agisce se trova disponibilità interiore. Prende campo proprio a partire dall’intimità, impregnando l’umanità nella sua fragilità che lentamente si rivela purificandosi. L’azione di grazia produce una costante presenza al peccato e di conseguenza chiede di assumerne la sofferenza. Gemma fin da bambina soffre per le proprie mancanze. Soprattutto nel periodo della scuola in cui frequenta le suore di Santa Zita, l’istituto fondato a Lucca dalla beata Elena Guerra: «Mi trovarono così cattiva e ignorante che erano proprio sgomente, cominciarono a istruirmi a darmi tanti buoni consigli, ma io divenivo sempre più cattiva». Un altro elemento dolente per il quale è più volte ripresa è «il brutto peccato della superbia». La santa dimostra un forte senso del peccato, senza dubbio esagerato, secondo quell’eccesso tipico del suo tempo, ma comunque segno evidente dell’azione di grazia che la tiene sveglia a se stessa: «Questo dolore dei peccati mi riduceva in uno stato di tristezza da morire». La luce dello Spirito illumina le ombre facendole vedere e soffrire. Così libera e santifica. Il peccato non è un impedimento all’azione della grazia, al contrario è proprio la disponibilità all’azione della grazia che permette di prendere coscienza di quello che siamo, di uscire dal nostro comodo nascondimento in cui falsamente crediamo di proteggerci.

di Antonella Lumini

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24 maggio 2019

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