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Disordine e abusi nella Chiesa post-tridentina

· In un ampio studio di Stefano Dal Santo sulla diocesi di Padova ·

Andrea Michieli, «La Processione del Santissimo Sacramento» (xvi secolo)

Ma quanta fatica! A far che? A riportare il clero alla dovuta disciplina ecclesiastica. Oggi? No, per nostra fortuna, cinque secoli fa. È quanto ricaviamo da uno studio imponente e incredibilmente meticoloso di Stefano Dal Santo sulla diocesi di Padova dopo il Concilio di Trento, una diocesi particolarmente significativa perché è una delle più estese e ricche d’Italia: Il clero della diocesi di Padova attraverso le visite pastorali post-tridentine. 1563-1594 (Istituto per la storia ecclesiastica padovana, Padova, 2016, 2 tomi, pagine 1147, euro 75, con un cd che riproduce mappe d’epoca di Padova e del territorio diocesano). Direttore della biblioteca e dell’archivio capitolari padovani, Dal Santo fornisce in questo lavoro ampia prova della sua perizia nel maneggiare, leggere e interpretare le “antiche carte”. Sulla documentazione d’archivio, infatti, oltre che su una vasta conoscenza della bibliografia in argomento, è fondata la sua ricerca, che si riferisce al trentennio successivo alla conclusione del Concilio di Trento e all’episcopato patavino di quattro vescovi cui spettò il compito di applicare in questa diocesi enorme, estesa dal Piave all’Adige e dall’Adriatico all’altipiano di Asiago, le prescrizioni della riforma cattolica: Girolamo Vielmi (1563-1570), Nicolò Ormaneto (1570-1577), Federico Corner (1577-1590) e Alvise Corner (1590-1594). Tre di questi furono legati a Federico Borromeo (Vielmi fu suo professore a Roma, Ormaneto suo vicario generale a Milano, Federico Corner lo ebbe visitatore apostolico quando occupava la sede di Bergamo), il che li colloca proprio nel cuore del rinnovamento tridentino, accanto al suo interprete più celebrato.
L’attenzione del libro si focalizza su quattro punti: la residenza, l’istruzione, la pastoralità, la condotta morale. Di ciascuno di questi aspetti viene indicata, attraverso le risultanze degli atti vescovili (non tutto si è salvato, ciò che rende l’autore sempre cauto nel ricavare conclusioni assertorie), la situazione precedente e seguente l’applicazione del disciplinamento imposto dal concilio.
La residenza. Prima di Trento, in questa diocesi, era un disastro. Lo era a partire dai vescovi stessi, dato che la sede di Padova fu per 43 anni un feudo della potente famiglia veneziana dei Pisani, che vi insediò prima Francesco e poi, lui ancora vivente, suo nipote Alvise, in una sorta di diarchia nella quale è quasi impossibile districarsi. Dobbiamo loro la splendida villa sui Colli euganei — tuttora esistente, chiamata appunto Villa dei Vescovi — ma non certo esempi di zelo. Sembravano fatti per la «ruina» delle anime «con li loro malissimi exempli» piuttosto che per la loro «edificazione», si legge in un libello del tempo. Incassavano i soldi, ma a Padova, i due Pisani, non c’erano quasi mai. A governare erano altri, fra i quali spiccò appunto Girolamo Vielmi, vescovo suffraganeo e figura ineccepibile.
Quanto al clero curato, fino a metà del Cinquecento si può calcolare che circa il 70 per cento dei preti non risiedesse nella propria sede. La titolarità delle chiese, soprattutto quelle più ricche, serviva solo a ricavare denaro. Alcune erano occupate addirittura da vescovi e cardinali (Dal Santo, sempre minuzioso, indica sette casi certi), ovviamente in tutt’altre faccende e in tutt’altri luoghi affaccendati, oppure da rampolli di potenti famiglie dell’epoca, privi degli ordini sacri. E il gregge? O abbandonato a se stesso o gestito da sostituti, pagati allo scopo dai titolari. Per porre fine a questo scandalo, che generava disgusto nei fedeli più avvertiti, come si ricava da molte testimonianze riferite in questo libro, l’azione dei vescovi post-tridentini fu spietata e, risulta, condotta senza guardare in faccia a nessuno, applicando a colpevoli e recidivi le sanzioni più severe, dalla privazione del beneficio alla scomunica. A fine Cinquecento il risultato era raggiunto e i curati non residenti erano ridotti a una manciata.
Questa della residenza in sede, dai titolari di diocesi ai titolari di parrocchie e cappellanie, fu la via maestra della rinascita. Il prete, in primis il vescovo, doveva esserci, farsi vedere, farsi sentire, farsi controllare e giudicare, per potere a sua volta controllare e ammaestrare il gregge. L’obbligo della residenza serviva, infatti, dall’alto verso il basso, ma anche dal basso verso l’alto. Nel senso che il vescovo che risiedeva in diocesi e la visitava di frequente teneva sotto controllo i preti e i fedeli. Ma i preti e i fedeli, a loro volta, tenevano d’occhio il vescovo e la curia, li giudicavano.
Sull’istruzione del clero la documentazione è molto più avara. Perché? Ma perché al clero pretridentino non si chiedeva niente più che un minimo di indottrinamento e di conoscenza delle formule della liturgia e dei sacramenti. Il prete era solo un amministratore del sacro. Fu la riforma cattolica che fece nascere il “sacerdozio come professione”, come è stato definito dalla storiografia, conferendogli una superiorità sulla gente, che richiedeva, per essere riconosciuta, capacità, cultura, conoscenze, studi e moralità adeguate. Saranno i seminari a creare la nuova figura del prete tridentino. Quello di Padova, reso celebre alla fine del Seicento dal vescovo Gregorio Barbarigo, nacque subito dopo la conclusione dell’assise conciliare, tra mille comprensibili difficoltà, in un ambiente (Padova è solo il focus di una crisi che altrove era analoga, se non peggiore) in cui la decadenza della Chiesa era giunta a limiti intollerabili.
Per questo motivo anche la valutazione dell’azione pastorale è difficile. Prima di Trento la popolazione chiedeva al sacerdote solo atti di culto (il battesimo ai bambini, il funerale ai morti, la celebrazione delle messe) e la filiera del controllo era molto precaria. Inoltre la natura stessa della fonte di cui si serve Dal Santo (cioè gli atti delle visite pastorali dei vescovi alla diocesi) rende difficile la risposta. Il prete è un indagato dal suo vescovo, ma anche un testimone riguardo alle condizioni del suo popolo. E il popolo, che pure viene interrogato, è oggetto di un giudizio, ma è anche giudice nei confronti del proprio parroco. Una vischiosità che induce lo storico ad essere guardingo e a non generalizzare le conclusioni. Ma tutto fa pensare che il livello pastorale pretridentino fosse molto basso. La ripresa, anche in questo caso, ebbe bisogno di una nuova generazione di preti formati nei seminari, di un’organizzazione ecclesiastica diocesana rinnovata, meno venale, consapevole del proprio ruolo. Ad alzare il livello del clero curato giovò molto anche la diffusione della pratica dell’insegnamento della dottrina cristiana attraverso i catechismi, tipica della riforma cattolica. Per insegnare il catechismo, i preti dovevano prima apprenderlo, capirlo loro stessi.
L’ultimo punto preso in esame dall’autore è la moralità del clero. Dal Santo non tace nulla di quanto emerge dalle fonti, compresi i particolari più scabrosi, quasi incredibili, ma anche in questo caso evita di esprimere giudizi. E ha perfettamente ragione. Ma chi legge il libro, mettendo insieme tutti gli elementi (compreso il fatto che nell’archivio patavino è andato disperso l’intero dossier delle cause criminali contro il clero, eccettuato un solo processo) non può che trarre sconsolate conclusioni circa lo stato della moralità della chiesa pretridentina. In una diocesi importante come Padova c’era di tutto: preti che giravano armati, ladri, accusati di omicidio, frequentatori di gente da galera, giocatori e bevitori incalliti che andavano all’osteria invece di accompagnare i defunti al camposanto o battezzare i neonati in pericolo di vita. Tanto che la convivenza con donne e la presenza di figli, casi molto frequenti, quasi abituali, sui quali si concentra inevitabilmente la nostra curiosità, diventa quasi un aspetto secondario di questo scadimento. Anche le misure prese dai vescovi per porvi fine (senza alcun riguardo per le conseguenze che i loro interventi avevano sul destino delle donne e dei figli dei preti, fa notare giustamente Dal Santo, segnalando un aspetto sempre trascurato) sono di una mitezza che sorprende e contrasta con la draconianità delle ingiunzioni tridentine. Forse perché i vescovi sapevano quanto diffuso fosse l’abuso e quanto difficile e duro l’estirparlo. Probabilmente confidavano di più nella pedagogia, nell’educazione, nella costruzione di una nuova figura di pastore e di comunità cristiana, piuttosto che in un’opera repressiva che avrebbe stupito la stessa popolazione, quasi abituata a tollerare l’irregolarità della posizione del sacerdote, purché facesse almeno il suo mestiere.

di Gianpaolo Romanato

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14 ottobre 2019

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