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​Per disinnescare
la bomba degli estremismi

· ​A colloquio con il vescovo Ayuso Guixot sul dialogo tra le religioni in Africa centrale ·

In Africa centrale «la disoccupazione giovanile è una bomba a orologeria prossima all’esplosione e facilita il reclutamento tra le fila dei gruppi estremisti come Boko Haram. Per questo il dialogo tra le religioni è un dovere se si vuole disinnescare il pericoloso ordigno del fondamentalismo». Ne è convinto il vescovo Miguel Ángel Ayuso Guixot, segretario del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, che ha partecipato a Yaoundé, dall’8 al 12 luglio, ai lavori dell’undicesima assemblea plenaria dell’Associazione delle Conferenze episcopali della regione dell’Africa centrale (Acerac).

Wassily Kandinsky, «Circles in a Circle» (1923)

Nella capitale camerunese si sono dati appuntamento i presuli dei sei Paesi prevalentemente francofoni che si trovano a cavallo dell’Equatore: il Ciad a nord, il Camerun e la Repubblica Centrafricana al centro, la Guinea equatoriale sull’Atlantico, il Gabon e la Repubblica del Congo a sud. Un’area abitata da 46 milioni di persone, in cui è in sensibile crescita la consapevolezza della necessità di un cammino ecumenico per fronteggiare, insieme, le minacce provenienti dai gruppi religiosi fondamentalisti, non solo islamici, che gettano il terrore e l’insicurezza tra le popolazioni civili, in un contesto politico non sempre adeguato a garantirne l’incolumità.

A tale scopo, le commissioni per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso degli episcopati membri dell’Acerac si erano riunite già nello scorso mese di ottobre a N’Djamena, in Ciad, per una sessione di formazione e di confronto, dalla quale è poi scaturito l’Instrumentum laboris della plenaria di Yaoundé. E il dicastero vaticano, accogliendo l’invito delle Chiese dell’Africa centrale, ha partecipato sia per manifestare il sostegno della Santa Sede a tale linea pastorale, sia per offrire ulteriore incoraggiamento alle comunità di questa regione, così ricca di risorse umane, vista la giovane età media dei suoi abitanti, e di materie prime il cui sfruttamento non genera quasi mai reddito per le economie locali. Di ritorno dal Camerun — dov’è stato accompagnato da monsignor Lucio Sembrano, officiale del dicastero — il vescovo Ayuso Guixot traccia per «L’Osservatore Romano» un bilancio della missione.

«Con 200 milioni di africani di età compresa tra i 15 e i 24 anni — esordisce — il continente ha la più grande popolazione giovanile al mondo. E stando al rapporto della Banca mondiale dello sviluppo, questa dovrebbe raddoppiare entro il 2045». Purtroppo però, aggiunge, «sempre secondo gli stessi dati, i giovani rappresentano il 60 per cento di tutti i disoccupati africani e le giovani donne sono le più colpite. In particolare, nella maggior parte dei paesi della regione sub-sahariana e in quelli del Nord Africa, a parità di livello di esperienza e competenze, è più facile per gli uomini che per le donne ottenere un posto di lavoro».

Ciò, denuncia il presule comboniano, «è evidentemente inaccettabile per un continente con una riserva così impressionante di giovani talentuosi e creativi». Anche perché, fa notare, in tale contesto «la disoccupazione giovanile è una bomba a orologeria, che ora sembra pericolosamente vicina all’esplosione. Dieci, dodici milioni di giovani si affacciano ogni anno sul mercato del lavoro africano. Inoltre l’afflusso di giovani verso le aree urbane è destinato a far aumentare la disoccupazione. Nelle grandi città è facile imbattersi in giovani che girano alla ricerca di un lavoro, qualunque esso sia, dovendo affrontare numerosi ostacoli, tra cui la discriminazione a causa della mancanza di esperienza». Anche perché i più fortunati, quelli cioè «che riescono a trovare un impiego, sono primi a essere licenziati in caso di crisi economica». Tutto ciò, avverte monsignor Ayuso, costituisce un’occasione propizia «per i gruppi estremisti come Boko Haram» che grazie alla disoccupazione dilagante nel Nord della Nigeria e nei paesi vicini riesce a reclutare facilmente giovani, ben al di là della motivazione ideologica dei membri di questa setta».

Ecco allora che di fronte a una tale sfida, «la Chiesa cattolica non può restare ai margini»: al contrario «è chiamata a condividere la vita delle persone e imparare a scoprire i loro interessi, le loro aspirazioni, così come le loro ferite più profonde e cosa esse si aspettano da noi». Per evitare di cadere nella sterilità, il vescovo segretario ha raccomandato ai confratelli dell’Acerac che i mezzi di evangelizzazione non siano concepiti «a tavolino», seduti dietro una scrivania, «ma solo dopo essersi immersi tra la gente». Nella consapevolezza che «non esiste una soluzione miracolosa, se non quella di lottare contro la disoccupazione e la sottoccupazione, di agire a favore della creazione di posti di lavoro sicuri e decenti per i giovani, di incoraggiarli a optare per l’insegnamento tecnico e la formazione professionale, di prestare maggiore attenzione allo sviluppo rurale e agli investimenti in agricoltura, turismo ed edilizia e ai progetti d’impiego, vigilando affinché i giovani lavoratori specialmente quelli nelle zone rurali e poco qualificati, abbiano l’opportunità di acquisire le prime esperienze professionali. Dai giovani dell’Africa, il cui numero continua a crescere, dipende infatti la prosperità futura del continente».

di Gianluca Biccini

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16 dicembre 2017

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