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Discorso che resiste all’usura del tempo

· Nei testi di Paolo VI ·

Ciò che colpisce in questi testi scelti da Vian è la moderna semplicità del linguaggio di Montini (Paolo vi, Un uomo come voi — Testi scelti 1914-1978 a cura di Giovanni Maria Vian, Genova, Marietti, 2016, pagine 212, euro 16). Un linguaggio che non muta dopo l’elezione al soglio pontificio. Assume certo una sua rotondità solenne, ma non perde in chiarezza e sincerità. È un eloquio elegante ma nello stesso tempo popolare. Una scrittura colta ma non cattedratica. Il suo è un discorso pubblico che resiste all’usura del tempo. Ed è la prima sorpresa di questo libro. 

Vincent van Gogh, «Notte stellata  sul Rodano», 1888

Condizionati dall’immagine storica che abbiamo di Paolo vi, un po’ distante, algida, professorale, fatichiamo a credere che sia proprio lui a rivolgersi agli artisti, in un incontro del 7 maggio del 1964, con queste parole. «Ci permettete una parola franca? Voi ci avete un po’ abbandonato, siete andati lontani, a bere ad altre fontane». Il Papa non blandisce i suoi ospiti, li sfida. Così: «Qualche volta non si sa che cosa dite. Lo sapete anche voi. Una babele, una confusione. Allora dov’è l’arte?». «Ma per essere sincero e ardito — continua il Pontefice — anche noi vi abbiamo fatto tribolare». Ecco un verbo lombardo, che fa tenerezza. E conclude con un appello agli artisti. «Facciamo la pace? Vogliamo ritornare amici? Qui?».

Francesco usa normalmente questo tono colloquiale, diretto, amichevole. Non ci stupiamo più. È lessico quotidiano. Siamo abituati a un Pontefice che parla in prima persona, che dice «chi sono io per giudicare?». Ma, pensare che queste parole siano state pronunciate più di mezzo secolo fa, quando anche la società laica era molto più ingessata e formale — e forse anche più educata — ci fa un certo effetto. Ha ragione Vian nel dire che «i contorni del suo pontificato e della sua figura sembrano lontanissimi e sbiaditi», stretti fra Roncalli e Wojtyła, se si accettua il breve interregno di Luciani. La causa di canonizzazione avviata da Bergoglio farà risaltare ancora di più il ruolo storico di profondo rinnovatore di Paolo vi e forse lo risarcirà anche dei troppi silenzi e dei vuoti di memoria della Chiesa.

Quando, il 4 ottobre del 1958, guida il pellegrinaggio lombardo ad Assisi, Montini rappresenta una grande diocesi, la più grande, ma anche la Milano del miracolo economico. I pericoli della ricchezza «che si impadronisce delle anime» e che «toglie la libertà interiore» sono descritti con la consueta lucidità, ma non vi è alcuna concessione pauperista o anticapitalista. Ricorda che san Francesco si priva di ogni personale proprietà ma «non la condanna in altri». Dice: «Non si vive per l’economia anche se si deve vivere di economia» e chiede che i lavoratori non si sentano estranei nelle aziende, ma chiamati a far parte di un progetto, artefici di un comune interesse, nel rispetto della loro dignità. Siamo negli anni Cinquanta. Lo statuto dei lavoratori sarà legge nel 1970.

di Ferruccio de Bortoli

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24 agosto 2019

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