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Diritto
non concessione

· ​L’episcopato vietnamita e la nuova legge sulle religioni ·

Hanoi, 20. Elementi positivi, come la preoccupazione di rispondere ai bisogni religiosi delle persone ricoverate o residenti nelle istituzioni educative, oppure degli stranieri, in particolare di coloro che studiano nei centri di formazione religiosa. Ma anche aspetti negativi, come la vaghezza nel definire la partecipazione delle organizzazioni religiose alle attività in ambito educativo e sanitario. Luci e ombre, secondo la Conferenza episcopale, nella nuova legge sui credi e la religione in Vietnam, approvata dall’Assemblea nazionale il 18 novembre 2016 e in vigore dal 1° gennaio 2018. I vescovi sono intervenuti con una lettera — datata 1° giugno 2017 e inviata alla presidente dell’Assemblea nazionale, Nguyên Thi Kim Ngân — nella quale elencano le loro osservazioni. Ieri, 19 settembre, la redazione di «Églises d’Asie», agenzia d’informazione delle Missions étrangères de Paris, ne ha diffuso una traduzione in francese sottolineando l’importanza del documento per la comunità cattolica in Vietnam e non solo.
Se un precedente disegno di legge (del 17 agosto 2016) stabiliva che le organizzazioni religiose avevano «il diritto di creare istituzioni educative conformemente al sistema educativo nazionale» così come strutture destinate alla diagnosi e alla cura delle malattie od organismi di protezione sociale, nel provvedimento adottato, affermano i presuli, tale questione è sommariamente riassunta all’articolo 55 in termini generali e vaghi: «Le organizzazioni religiose possono partecipare alle attività di educazione, formazione, assistenza sanitaria, protezione sociale, beneficenza, e alle attività umanitarie, conformemente alle determinazioni della legge» in materia. Ai deputati l’episcopato chiede in cosa si concretizzerebbe tale partecipazione. Preoccupa inoltre l’utilizzo ripetuto di alcune espressioni quali «chiedere l’autorizzazione», «dare l’autorizzazione», «registrare», «revocare», «proporre». La modalità del «chiedere per ricevere», secondo i vescovi, «mostra che la libertà di credo e di religione non è veramente considerata come un diritto dell’uomo ma al più una concessione» da richiedere.

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22 novembre 2019

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