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Diritto e libertà schiacciati tra clericalismo e anticlericalismo

· Chiavi di lettura del conflitto tra Chiesa e Stato nella Spagna degli anni Trenta del secolo scorso ·

La Seconda Repubblica spagnola attaccò la monarchia e la società aristocratica e, poco dopo, fatalmente, il conflitto coinvolse pure la Chiesa, anche se nessuno volle esplicitamente questo scontro frontale e si cercò di evitarlo da entrambe le parti. Fu una guerra non dichiarata, perché la repubblica, nonostante la sua legislazione laicista, non intendeva, secondo quanto affermano alcuni storici, sradicare il cristianesimo, sebbene varie misure concrete da essa adottate inducano a pensare il contrario. Se la repubblica non volle espressamente la guerra contro la Chiesa, o quantomeno contro quei cattolici che restarono attaccati alle loro tradizioni e persino alla monarchia e non abbracciarono pienamente i principi repubblicani, resta tuttavia il fatto che, tenendo conto della situazione della Chiesa nel regime precedente, non era facile evitare il conflitto. La Chiesa appariva talmente vincolata alla monarchia, e alla società borghese, che la caduta di entrambe nel 1931 causò problemi nei quali la confusione fra il potere temporale e quello spirituale era del tutto prevedibile.

Uno dei più grandi errori della repubblica fu di non aver capito che una parte maggioritaria degli spagnoli era cattolica e desiderava continuare a esserlo, sebbene non praticasse assiduamente la religione o mantenesse forme di religiosità popolare molto discutibili. Lo sbaglio dei cattolici tradizionali o conservatori fu di credere che la Chiesa e la monarchia dovessero essere difese come due facce della stessa medaglia. Ma non tutti i cattolici erano monarchici né conservatori, poiché c'erano anche cattolici di tendenza liberale e spirito democratico che accettarono sinceramente la repubblica. Per questo nacque un conflitto che ebbe conseguenze disastrose.

La repubblica inoltre commise un altro gravissimo errore nel non rendersi conto, o nel non volere accettare il fatto, che la Spagna avesse trovato nel cattolicesimo la sua identità storica e la sua unità nazionale. Vale a dire che la Chiesa cattolica esisteva in Spagna prima dello Stato e, naturalmente, molto prima dello Stato democratico; che la Chiesa aveva dato solidità alla nazione non solo attraverso la fede cattolica, ma anche e soprattutto attraverso la lingua e la cultura, conservata, arricchita e trasmessa come patrimonio comune grazie ai vescovi e agli abati, ai sacerdoti e ai monaci. Per molti secoli in Spagna l'idea di nazione coincise con l'idea cattolica in quanto tale. Nell'evolversi della storia contemporanea sono state fondamentali — e continuano sempre a esserlo — le relazioni Chiesa-Stato e, di conseguenza, la questione religiosa. Dall'inizio del XIX secolo si cominciò a chiamare quella religiosa «la questione delle questioni». La confessionalità dello Stato spagnolo ebbe una storia plurisecolare, che si concluse con la costituzione del 1978. Fino a quel momento, il protagonismo socio-politico della Chiesa era stato incontrovertibile, al punto che non si può comprendere la storia della Spagna se si prescinde dalla storia della Chiesa e viceversa. Unamuno parlava della «consostanzialità della religione cattolica con la Spagna, perché la Spagna nella storia è san Giacomo e il cristianesimo militante». Nella legislazione, e fondamentalmente nei testi costituzionali che si sono succeduti dal 1808 al 1978, è evidente che quella religiosa è stata fra le questioni che hanno suscitato i dibattiti più appassionati, poiché è stata sempre legata alla lotta per i diritti individuali, al modo di intendere il potere politico e al ruolo della Chiesa e della religione cattolica nella società.

Con la repubblica si ruppe questa armonia plurisecolare e iniziò un gioco sottile, e persino violento, di seduzione e di rivalità fra il potere ecclesiastico e il regime repubblicano. Mentre l'antica monarchia aveva avuto bisogno di una certa sacralità per legittimare e giustificare le proprie ambizioni, e l'aveva trovata nella Chiesa, quest'ultima in numerose occasioni si lasciò tentare dall'idea di porre la religione cattolica al centro della società e non esitò a concludere alleanze con il potere politico. In altre parole, l'Altare e il Trono, la Croce e la Spada si aiutarono reciprocamente per essere ognuno al centro della nazione.

Tutto ciò provocò aspre lotte e conflitti, che si risolsero però senza grandi traumi, malgrado alcune tensioni nel corso del XIX secolo che furono particolarmente violente e persino cruente. Da un lato lo Stato cercò di sottomettere la Chiesa e dall'altro la Chiesa pretese di controllare il potere politico o di influenzarlo. La storia contemporanea della Spagna è piena di episodi significativi che rivelano la rivalità reciproca fra Chiesa e Stato, in cui le ambizioni degli ecclesiastici a volte suscitarono gesti di intolleranza e reazioni a catena e senza scrupoli. Questi conflitti spiegano la nascita e lo sviluppo dell'anticlericalismo, che affonda le proprie radici negli ultimi decenni del XVIII secolo e ha assunto caratteristiche più radicali alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX, quando l'intransigenza della Chiesa è divenuta più accentuata e l'integralismo di molti sacerdoti e vescovi ha raggiunto il suo culmine. Il trionfo repubblicano del 1931 e lo scoppio rivoluzionario del 1936 furono i momenti culminanti dell'anticlericalismo spagnolo, nato, alimentato e preparato lentamente cento anni prima. La Spagna repubblicana serbò un ricordo tormentato di queste rivalità, il che spiega in molti casi le violenze dell'anticlericalismo.

La repubblica sviluppò l'idea dello Stato assoluto come ultima istanza, ma in molti, già allora, misero in discussione l'esistenza di un «assoluto» incarnato e rappresentato dall'istituzione umana dello Stato, in quanto la coscienza religiosa esige la libertà di appellarsi a Dio quale base e garanzia di tutte le libertà. La repubblica non accettò una libertà religiosa generosa e rispettosa. E la libertà civile e politica che promosse e difese non ebbe fondamenta solide in quanto non riconobbe né riuscì a radicare la libertà religiosa dei suoi cittadini.

Questo fu il gravissimo errore della repubblica, soprattutto durante la guerra civile nell'area ad essa fedele, poiché non solo vi fu una persecuzione cruenta contro la Chiesa, ma mancò anche quella libertà religiosa che, secondo gli insegnamenti del concilio Vaticano II e degli ultimi pontefici — accettatati quasi universalmente ai nostri giorni dai moderatori delle nazioni politicamente più evolute — è il fondamento di tutte le altre libertà.

La Seconda Repubblica spagnola coincise con il decennio di maggiore apogeo del paganesimo nazista e del dogmatismo marxista. Due ideologie totalitarie che, come disse Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica del 27 agosto 1989, in occasione del cinquantesimo anniversario dell'inizio della Seconda guerra mondiale, ebbero la «tendenza a divenire religioni sostitutive». In effetti, «già ben prima del 1939, in certi settori della cultura europea appariva una volontà di cancellare Dio e la sua immagine dall'orizzonte dell'uomo. Si iniziava a indottrinare in tal senso i fanciulli, fin dalla loro più tenera età».

Anche la Repubblica spagnola seguì purtroppo questa linea. I vescovi e i cattolici denunciarono il pericolo in numerose occasioni. Il giornale «El Debate» — la voce cattolica di maggior prestigio e autorità in quegli anni di controlli e censure statali, sospeso in varie occasione per aver denunciato gli abusi del potere politico, che si vantava di essere pluralista e tollerante — non esitò a parlare del calcolo e dell'accuratezza con cui a partire dallo Stato si stava organizzando il piano generale di persecuzione, e smascherò la «nuova fase della guerra al cattolicesimo», iniziata nel febbraio del 1936, caratterizzata dall'ipocrisia, in quanto a partire dal Governo s'intendeva, «con costanza degna del più grande impegno (...) scristianizzare la Spagna», negando ai cattolici le libertà più elementari.

Si dirà che la Chiesa è stata l'unica a serbare della Seconda Repubblica spagnola un ricordo conflittuale e polemico. È però indubbio che per oltre settant'anni è stata data un'interpretazione esclusivamente politica alla persecuzione violenta che in sostanza prese di mira solo ed esclusivamente la Chiesa. Molti responsabili di quella tragedia cercarono di far credere — e le loro tesi sono difese ancora oggi da storici che s'identificano ideologicamente con loro — che la Chiesa e i cattolici e, più in concreto i sacerdoti e i religiosi, non furono perseguitati in quanto tali, ma perché apparivano vincolati a una monarchia screditata e perché avevano collaborato con la dittatura.

Il settimanale repubblicano «Nueva Política» nel suo ultimo numero di maggio 1933 pubblicò un editoriale al quale appartengono i seguenti paragrafi: «La prima e più urgente possibilità contemplata dalla nostra area è l'incanalamento delle relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e lo Stato spagnolo verso la firma di un convenio (patto) — abbiamo deliberatamente omesso la parola con cui si è soliti designare gli accordi fra Stato e Chiesa — che ridia al cattolicesimo, anche se solo in parte, la tranquillità perduta».

«Fortunatamente — scriveva il giornale cattolico «El Debate» nel commentare tale articolo — le aggressioni di cui è stata oggetto la Chiesa non sono riuscite a interrompere la relazione fra i due poteri. Nella storia moderna dell'Europa è difficile trovare un esempio di serenità migliore di quello offerto al mondo dalla Chiesa spagnola in questo momento di aggressività laicizzante. Quest'ultima avrebbe potuto legittimamente comportarsi in maniera diversa, mettendo possibilmente a rischio la stessa tranquillità pubblica. Alla dichiarazione di guerra contro la coscienza cattolica da parte di una maggioranza parlamentare priva di senso della responsabilità storica — ben poche persone di fronte a oltre venti milioni di cittadini — la Chiesa avrebbe potuto rispondere accettando la lotta civile sullo stesso terreno in cui le veniva offerta. E tuttavia non lo fece. In questo equanime, ponderato, nobilissimo atteggiamento della Chiesa spagnola, che non potranno che riconoscere anche i suoi più astiosi nemici, si deve cercare il punto di appoggio per costruire un ponte capace di unire il presente con il futuro. Ponte provvisorio, ma che, quantomeno, serva da collegamento fra la Chiesa e lo Stato. Quest'ultimo non si può arrogare il diritto esclusivo di regolare la vita della Chiesa in materie che la riguardano in modo prioritario senza consultarla, e, ancor peggio, soverchiando l'identità interessata. Di fatto la mansuetudine, la rassegnazione, persino l'umiltà umiliata, superato il grado eroico, hanno un loro limite. E a nessun uomo che sia degno di reggere il destino di un popolo, viene permessa l'insensatezza di provocare l'avversario quando questo ha dimostrato di non desiderare la guerra con alcuni, bensì la pace con tutti. Con ciò a guadagnarci di più in fin dei conti sarà la Repubblica».

Tuttavia il radicalismo repubblicano fu ancora una volta confermato nel discorso politico pronunciato a Ginevra il 23 giugno 1933 sulla situazione religiosa della Spagna dal socialista Francisco Largo Caballero, ministro del lavoro. Pochi giorni prima era stata pubblicata l'iniqua Legge sulle confessioni e congregazioni religiose, ma, secondo il ministro, non esisteva in Spagna alcuna persecuzione contro la Chiesa, in quanto si era giunti all'epoca della vera libertà religiosa per tutti. L'unica cosa che era stata fatta, secondo Largo Caballero, era stato di «limitare l'enorme potere economico e spirituale che la Chiesa aveva raggiunto, come era avvenuto in altri stati dell'America e soprattutto in Messico, la cui rivoluzione ha insegnato molte cose agli spagnoli, specialmente in materia agraria e religiosa. Uno Stato forte — continuò il ministro — com'è la Repubblica Spagnola, non può permettere che esista al suo interno una sede più forte, perché lo Stato è un potere assoluto che è al di sopra di tutti i poteri sociali. Lo Stato potrà così controllare l'insegnamento, affinché non s'insegni nulla contro la Repubblica e la Costituzione Repubblicana. La libertà assoluta è incompatibile con lo Stato creatore e non servirebbe ad altro che a minare le basi dello Stato stesso; ingenuità che non siamo disposti a tollerare. Libertà, a che fine?». Secondo la cronaca di «El Debate», a quel punto Largo Caballero fece riferimento a Lenin, ma tale riferimento fu poi tolto dal riassunto ufficiale del discorso. Nel commentare il fatto, il nunzio Tedeschini fece la seguente osservazione: «I metodi socialisti sono sempre gli stessi. Quando questo partito è in minoranza rivendica per sé una libertà assoluta, e quando invece al potere, allora è una ingenuità lasciare la libertà agli altri e particolarmente alla Chiesa».

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