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Diritto di vivere

· Cattolici ed evangelici tedeschi sull’espulsione di rifugiati afghani ·

Sembra ormai lontano l’anno 2015, durante il quale i numerosi rifugiati afghani che avevano trovato ospitalità in Germania beneficiavano di misure di accoglienza “facilitate” dalla cancelliera Angela Merkel. A fine gennaio, per la seconda volta nell’arco di poche settimane, un gruppo di richiedenti asilo è stato rimandato nel proprio paese di origine, conformemente a un recente accordo tra l’Unione europea e Kabul: un rimpatrio aspramente criticato dalle autorità cattoliche e protestanti tedesche, le quali ritengono che la guerra civile che dilania l’Afghanistan richiederebbe una più ampia vigilanza in materia di politica migratoria e un esame caso per caso.

Nella mattinata del 24 gennaio, ventisei rifugiati afghani, la cui domanda di asilo era stata respinta, sono giunti a Kabul in aereo, scortati da settantanove poliziotti tedeschi. Secondo le autorità di governo, sette rifugiati avevano precedenti penali. La reazione dei cristiani tedeschi non si è fatta attendere. Pochi giorni fa monsignor Stefan Hesse, arcivescovo di Amburgo e presidente della Commissione episcopale per i problemi migratori, e Manfred Rekowski, presidente del Consiglio per la migrazione e l’integrazione della Chiesa evangelica in Germania, hanno alzato la voce: «Nessun uomo deve essere rimandato in un luogo dove la sua vita è minacciata dalla guerra o dalla violenza. La sicurezza della persona deve avere la meglio sulle politiche migratorie», si legge in un comunicato congiunto datato 26 gennaio e firmato dai due rappresentanti religiosi. «I conflitti armati interni si sono intensificati in Afghanistan, così come il numero di persone che hanno abbandonato il paese», sottolineano entrambi, precisando che in molti si dirigono verso Kabul per trovare rifugio e che la situazione è peggiorata anche lì.

In queste ultime settimane molte organizzazioni internazionali hanno suonato il campanello di allarme. L’ufficio delle Nazioni unite per gli affari umanitari ha descritto una situazione «allarmante» in Afghanistan, dove oltre mezzo milione di civili si è spostato nel 2016 per sfuggire alla violenza e ai combattimenti, cioè più del doppio del 2014. Inoltre l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo hanno segnalato un deterioramento significativo della situazione della sicurezza nel paese asiatico.

La Chiesa cattolica e la Chiesa evangelica «non sono sistematicamente contro l’espulsione di migranti che non hanno alcuna prospettiva valida per rimanere in Germania» — viene affermato nella nota congiunta — ma rimandare un rifugiato verso regioni molto pericolose dell’Afghanistan rimane «inaccettabile», ribadiscono sia monsignor Hesse sia Manfred Rekowski. Secondo loro, bisogna esaminare caso per caso, ovvero se esiste un rischio per la vita dell’individuo, se la sua integrità fisica è minacciata, o se si profila un rimpatrio “ragionevole”, riaffermano i due responsabili religiosi, auspicando che i migranti vengano ulteriormente assistiti prima di trovare una vita dignitosa per loro e per i loro familiari.

«Il governo tedesco vuole far diminuire il numero di richiedenti asilo: questo non è illegale ma bisogna vedere se tale prospettiva è accettabile da un punto di vista umanitario», osserva dal canto suo Ulrich Pöner, incaricato dei problemi migratori presso la Conferenza episcopale tedesca, interpellato dal nostro giornale. «Non tutte le regioni dell’Afghanistan sono pericolose, il governo ha ragione su questo punto; in alcune zone, come nella città di Kabul, i rifugiati rientrati con una famiglia ancora sul posto hanno ritrovato condizioni di vita decenti, contrariamente a rifugiati di altre regioni dell’Afghanistan, che non avendo appigli nella capitale riscontrano molte difficoltà», spiega Pöner.

A metà dicembre, trentaquattro richiedenti asilo afghani sono stati espulsi dalla Germania, dopo il rifiuto delle loro domande di asilo. In totale, sono stati in cinquanta a dover salire sull’aereo in partenza per Kabul, ma nel frattempo sedici erano già spariti nel nulla. Questo rimpatrio interveniva in applicazione dell’accordo firmato il 2 ottobre scorso a margine della Conferenza di Bruxelles sull’Afghanistan tra l’Unione europea e Kabul, in virtù del quale l’Europa prevede di rimandare indietro ottantamila rifugiati afghani, il cui asilo è stato rifiutato dai paesi del vecchio continente. Gli afghani rappresentano il 20 per cento dei migranti entrati in Europa nel 2015. Si tratta del secondo più grande gruppo di rifugiati, dopo i siriani. Secondo il ministero dell’interno tedesco, la Germania conta 11.900 profughi afghani che devono essere espulsi, ma 10.300 beneficiano di un rinvio. «Angela Merkel vuole dimostrare di non essere soltanto la cancelliera che accoglie i migranti, ma anche colei che applica in materia di diritto di asilo le leggi del suo paese, che prevedono che un migrante la cui domanda viene rifiutata debba essere rimandato nel paese di origine», afferma Ulrich Pöner.

In effetti, l’inasprimento della politica di accoglienza dei migranti voluto dal governo tedesco (criticato dopo aver autorizzato oltre un milione di profughi a entrare in Germania nel 2015) ha anche fini politici. Angela Merkel si presenterà per un quarto mandato nel settembre prossimo. Nella corsa alla cancelleria, dovrà affrontare un rivale di peso, l’ex presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, designato ufficialmente candidato del Partito social-democratico il 24 gennaio scorso. Una competizione i cui primi perdenti potrebbero essere, purtroppo, i richiedenti asilo in Germania.

di Charles de Pechpeyrou

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