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Diritti umani rappresentanza politica teologia

· In Marocco ·

Hai parlato di un mondo meraviglioso che verrebbe perché noi lo vogliamo. In questo mondo, dicevi, i bambini non conosceranno più la miseria, le madri non abbandoneranno i loro figli, le donne non saranno più picchiate, disprezzate, vilipese. Marciamo, ancora e sempre, come dei pazzi e dei dannati. Quando noi siamo arrivati, ho già sognato. (Saida Menhebi, 1952-1977)

Fenomeno in apparenza marginale, il protagonismo politico femminile in Marocco è una realtà di lungo corso che percorre il Novecento dalla prima metà fino a oggi, animando la lotta nazionalista anticoloniale e le nascenti organizzazioni femminili, attraversando formazioni politiche tradizionalmente maschili, sfidando la censura e la repressione del regime di Hasan ii (1961-1999). Dagli anni quaranta le donne si mobilitano per ottenere migliori riconoscimenti in termini di diritti, mentre a partire dagli anni settanta anche fra le formazioni femminili prende corpo l’articolazione tra quelle islamiste e quelle secolari. Questa polarizzazione si dimostra tuttavia meno marcata nel nuovo secolo, quando elaborazione teologica e pratica movimentista aprono alla cosiddetta terza via, che mira ad armonizzare le posizioni fra riconoscimento dei diritti umani e piena adesione all’islam.

Donne nazionaliste e mobilitazione anticoloniale

La prima figura di spicco nella storia contemporanea marocchina è Malika al-Fasi (1919-2007), nazionalista proveniente da una facoltosa famiglia di Fès. Suo cugino e marito, Muhammad al-Fasi, negli anni quaranta era stato rettore della Qarawiyyin, prestigiosa istituzione universitaria tra le più antiche al mondo, fondata nell’859 da una donna, Fatima al-Fihri, mentre un altro suo cugino, Allal al-Fasi, è leader del partito Istiqlal (“indipendenza”), che lotta in prima linea per sollevare il Marocco dal protettorato francese, instaurato nel 1912 con il trattato di Fès. Fin da bambina riceve in casa un’approfondita educazione, e ben presto matura una consapevolezza anticoloniale che la spingerà a schierarsi contro l’occupazione francese, divenendo nel 1944 l’unica donna fra sessantasei firmatari a sottoscrivere il Manifesto per l’indipendenza. A quindici anni aveva pubblicato con uno pseudonimo sul giornale «al-Maghreb» il suo primo articolo in cui sottolineava l’importanza dell’educazione femminile e, quando la principessa Lalla Aicha riceve il diploma di formazione primaria, ne saluta il valore simbolico in un articolo intitolato La rinascenza delle donne marocchine, notando al contempo come alle bambine fosse ancora preclusa l’educazione secondaria. Con altre donne s’impegna poi a devolvere donazioni affinché la Qarawiyyin ammetta anche ragazze, obiettivo che infine viene raggiunto.

Negli anni quaranta si registra la formazione della prima associazione femminile marocchina, che raccoglie anch’essa donne della borghesia di Fès vicine all’Istiqlal. Le Sorelle nella Purezza si fanno promotrici del primo documento ufficiale in cui si richiede l’abolizione della poligamia, la custodia materna dei figli in caso di divorzio, pari valore legale fra uomo e donna in sede di testimonianza giudiziaria. Oltre la mobilitazione delle esponenti della borghesia, negli anni cinquanta si ha una certa adesione di donne alla lotta armata contro l’occupazione francese. La partecipazione femminile al raggiungimento del Marocco indipendente sarà poi testimoniata dalla concessione di trecento tessere alle donne veterane di guerra, anche se si stima che l’apporto femminile sia stato di gran lunga numericamente maggiore.

Tra repressione e difesa dei diritti umani

All’indomani dell’indipendenza e della formazione del nuovo regno del Marocco avvenuta nel 1956, mentre le formazioni femminili d’élite vengono inquadrate in associazioni caritatevoli a favore di minori e bisognosi, di fronte alla sostanziale derubricazione delle istanze femminili dalle agende di partito e all’approvazione di un “codice della persona” (Mudawana, 1957) che minimizza i diritti civili femminili, si hanno la formazione di compagini movimentiste più radicali e l’ascesa delle donne sull’arena politica. Contestualmente ai primi anni di piombo marocchini (1962-1999) emerge infatti un protagonismo femminile dai molteplici volti: sindacale, studentesco, associativo e politico in senso stretto. Partiti di orientamento progressista aprono alla rappresentanza interna femminile, mentre nel 1962 a Casablanca ha luogo il primo congresso sindacale dell’Union progressiste des femmes marocaines, sezione femminile dell’Union marocaine du travail. Come risposta il sovrano dà avvio al cosiddetto femminismo di stato, che prevede alcune iniziative a favore delle donne saldamente gestite dall’alto, con l’aiuto dell’Union nationale des femmes marocaines, fondata nel 1969 e presieduta dalla principessa Lalla Fatima.

Negli anni settanta, nel quadro del crescente movimentismo laico, le donne si mobilitano nelle associazioni in difesa dei diritti umani, come l’Association marocaine des droits humains nata nel 1979. In questo contesto, a seguito della crescente e feroce repressione del regime di Hasan ii verso ogni forma di dissidenza, numerosi oppositori, tra cui donne, vengono sottoposti a sequestri e detenzioni arbitrarie. Celebre è il caso di Saida Menebhi. Già animatrice del movimento studentesco, Menebhi è una giovane insegnante di inglese iscritta all’Union marocaine du travail e membro di spicco del movimento Ila al-Amam (“avanti”), che viene arrestata nel 1977 per la sua affiliazione alla cosiddetta Nuova Sinistra ed è sottoposta a tortura. Dal carcere scrive struggenti componimenti poetici sulla condizione di detenuta e muore a venticinque anni in seguito a uno sciopero della fame per i diritti dei detenuti protrattosi per trentaquattro giorni.

Come lei, sul finire degli anni settanta partecipano al movimento studentesco e sono poste in arresto anche Rabea Ftouh, Fatima Oukacha, Fatna El Bouih, Latifa Jbabdi, che però riescono a sopravvivere alle sevizie del regime. Anche El Bouih scrive dal carcere le sue memorie (Hadith al-’Atamah, “Narrazioni dall’oscurità”). Dopo il rilascio El Bouih e Jbabdi, entrambe legate al movimento marxista 23 Mars, hanno proseguito la loro attività politico-attivistica. Jbabdi (1955) è tra le fondatrici dell’Union de l’Action Féminine, a cui aderisce pure El Bouih. E all’indomani dei cambiamenti del 1999 dopo la morte di re Hasan ii e la definitiva uscita dagli anni di piombo, Jbabdi è membro fondatore dell’Observatoire marocain des prisons e del Forum pour la vérité et la justice. Sfruttando le quote femminili da poco introdotte, è parlamentare dal 2007 al 2011 ed è coinvolta nella commissione istituita nel 2004 per offrire una compensazione alle vittime degli anni di piombo e alle loro famiglie. Già fondatrice e direttrice dal 1983 al 1994 del giornale «8 Mars», è attiva in numerose associazioni per i diritti umani in Marocco ed è stata membro fondatore anche dell’Association démocratique des femmes du Maroc.

Sempre sul versante della rappresentanza parlamentare, Badia Sqalli è nel 1993 la prima donna a varcare le soglie del parlamento marocchino insieme con Latifa Bennani-Smires, del Istiqlal, mentre Nouzha Sqalli, pure attiva nella difesa dei diritti umani, è la prima donna marocchina a essere nominata ministro nel 2007. Riguardo alla rappresentanza lavorativa, notevole è la figura di Khadija Rhamiri (1950). Sindacalista di lungo corso, Rhamiri si è battuta per l’accettazione della rappresentanza sindacale femminile, con particolare riferimento al settore agricolo, poco sindacalizzato. E nel 1987 fonda la sezione sindacale femminile in seno all’Union marocaine du travail, che oggi ha una crescente presenza femminile anche in posizioni dirigenziali, come quella ricoperta di recente da Amal El Amri, che negli anni dieci del nuovo secolo diviene parlamentare nel Parti du progrès et du socialisme.

Laiche e islamiste verso una convergenza

Come si è visto, l’adesione all’associazionismo e alla lotta per i diritti umani è stata per molte donne il trampolino di lancio verso la partecipazione politica e la rappresentanza parlamentare. In Marocco il movimentismo storico, coadiuvato dalle associazioni, ha due fondamentali volti: quello laico, appena descritto, e quello islamico, che rispetto alla questione femminile sostiene che «l’islam abbia già liberato la donna». Fra le islamiste emerge la figura carismatica di Nadia Yassine, afferente al gruppo Giustizia e spiritualità, che muovendo dalla tradizione sufi si oppone sia al regime alawita di Hasan ii sia all’indirizzo politico secolare che spinge il Marocco alla firma di convenzioni internazionali per i diritti umani come la Cedaw, per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, sottoscritta dal Marocco con alcune riserve.

Oggi tuttavia si parla di una terza via fra secolarismo e islamismo, intrapresa da chi come Asma’ Lamrabet, teologa e già direttrice del Centro di studi e ricerche sulla donna nell’islam di Rabat, attraverso una rilettura dei testi sacri mira a conciliare il riconoscimento dei diritti umani con la piena adesione all’islam. Lamrabet, d’altra parte, raccoglie l’eredità intellettuale della celebre sociologa marocchina Fatima Mernissi (1940-2015) che, partendo da posizioni laiche, con la sua ultima produzione ha inteso recuperare le radici islamiche di uguaglianza e libertà grazie a una rilettura della tradizione della Sunna, cioè dei detti e fatti del profeta. Come sottolinea Sara Borrillo, autrice di Femminismi e Islam in Marocco. Attiviste laiche, teologhe e predicatrici (Esi, 2017), in Marocco il teologico è politico. Questa sfida teologica è significativa, poiché mira a far riconoscere l’autorità politico-religiosa di una voce femminile, ed è promettente nella direzione di un reale miglioramento delle condizioni di vita delle donne musulmane che non intendono rinunciare alla pienezza di una vita nel segno della fede.

di Martina Biondi

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21 novembre 2019

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