Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Diplomazia per riconciliare

Nel pomeriggio del 7 novembre si è tenuto in Vaticano il convegno dell’Associazione internazionale Carità politica, conclusosi con una lunga relazione del cardinale segretario di stato, di cui pubblichiamo la parte centrale. A fine incontro è stata letta una breve lettera dell’associazione indirizzata «ai popoli indigeni e alle imprese minerarie» dall’esordio inequivocabile: «Tutti gli uomini sono tenuti a prestare responsabilmente ascolto al grido della terra e dei poveri».

Faberex, «Sciamano dell’Amazzonia»  (2011)

Se si vuole comprendere veramente quanto sia importante e urgente garantire sviluppo, e con esso sicurezza, pace, riforme sociali ed economiche, quello di Papa Francesco è un approccio unico. In esso, infatti, ritroviamo accanto ad attenzione e sistematicità — penso alla strutturata riflessione che Egli ha svolto nella Laudato si’ — anche lo sprone ad andare al di là delle situazioni, della semplice informazione o delle sole rivendicazioni. E questo con un metodo che privilegia la relazione e il dialogo tra uomini e donne, pur se appartenenti a diverse etnie, culture, lingue e visioni religiose o etiche. Anzi, è proprio in questa diversità che, secondo il Papa, trova ispirazione il futuro dei popoli, la stabilità istituzionale degli stati, e in particolare si concretizza uno sviluppo umano integrale e cioè a misura d’uomo, delle sue aspirazioni ed esigenze.

Un rinvio alle strategie o agli atti elaborati a livello internazionale indica nella cooperazione internazionale lo strumento di base attraverso cui la Comunità internazionale e le sue istituzioni puntano a realizzare lo sviluppo. Una posizione che la Santa Sede sostiene nel quadro delle attività poste in essere tra i singoli paesi, come pure in quelle ben più complesse elaborate dalle organizzazioni multilaterali ormai diventate luogo insostituibile per discutere e strutturare piani d’azione e programmi. Ma non possiamo tacere che una tale visione della cooperazione, se è riuscita a fornire tanti risultati positivi, oggi è in piena crisi. Una crisi non solo legata al mancato “finanziamento dello sviluppo”, come i dati laconici dell’impegno intergovernativo sottolineano, ma all’assenza di valori in grado di motivare un serio impegno per lo sviluppo.

In proposito, forse abbiamo liquidato come semplice provocazione la proposta di Papa Francesco di integrare la cooperazione con un elemento solo in apparenza estraneo alla funzione diplomatica: «È troppo pensare di introdurre nel linguaggio della cooperazione internazionale la categoria dell’amore, declinata come gratuità, parità nel trattare, solidarietà, cultura del dono, fraternità, misericordia? In effetti, queste parole esprimono il contenuto pratico del termine “umanitario”, tanto in uso nell’attività internazionale» (Discorso alla sede della Fao, 16 ottobre 2017, 3).

La diplomazia, infatti, ha a cuore le buone relazioni tra le nazioni ed è chiamata a costruirle. Ma per fare questo deve arricchirsi di valori sempre nuovi e cioè rispondenti ai tempi, compresi quelli che in apparenza le sfuggono per significato e per pratica. Questo orientamento caratterizza oggi l’azione della Santa Sede anche in materia di sviluppo, certamente incoraggiata dall’insegnamento e dalla testimonianza di Papa Francesco, ma impegnata a seguire il linguaggio e la prassi della diplomazia per far emergere valori condivisi capaci di evolversi in altrettanti momenti di dialogo, in sentimenti di amicizia, di rispetto e magari anche di protocollo.

La certezza è che la diplomazia non esiste, né opera per mantenere uno status quo o per garantire il potere, anche perché sarebbe un esercizio assai modesto visti i limiti e spesso la frustrazione che l’azione diplomatica subisce di fronte ad atteggiamenti unilaterali o a espressioni di pura potenza. Alla diplomazia è affidato piuttosto il compito di sviluppare idee originali e strategie innovative, «affinché, con una maggiore audacia creativa, si ricerchino soluzioni nuove e sostenibili» (Discorso al Corpo Diplomatico presso la Santa Sede, 11 gennaio 2016).

Di fronte alle nuove sfide e alla necessità di scelte sostenibili, l’intuizione e un ponderato discernimento diventano lo strumento di cui il diplomatico dispone per affrontare e superare le contrapposizioni che caratterizzano la nostra quotidianità e forse anche le frustrazioni derivanti dalla ineguale relazione tra sviluppo e povertà. Infatti, viviamo e operiamo in un mondo che da una parte si sente un tutt’uno in ragione della globalizzazione, ma nei fatti si ritrova profondamente frammentato davanti ai tanti drammi e disastri che l’attraversano. Penso ai conflitti armati, alla crisi climatica e ambientale, alla mobilità umana, alla povertà e alla violazione dei diritti umani, per citare gli ambiti più evidenti che nella nostra era mettono a serio rischio anche la continuità della vita umana sul pianeta.

Un rischio quest’ultimo individuato da Papa Francesco fin dagli albori del pontificato, gradualmente sviluppato, affrontato sistematicamente nell’enciclica Laudato si’ e poi applicato in contesti o circostanze diversi. Ricordo l’incontro con i popoli indigeni dell’Amazzonia nel quale parlando di sviluppo, Egli indicava come sia «imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi, assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri» (Discorso a Coliseo Madre de Dios, 19 gennaio 2018). Una posizione direttamente in linea con i contenuti della Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni, adottata dall’Onu nel 2007.

O ancora, quando ricordava ai leader del Pacific Island Forum Secretariat «la necessità di una presa di coscienza mondiale, di una collaborazione e di una solidarietà internazionali, di una strategia condivisa, che non permettano di restare indifferenti di fronte a problemi gravi come il degrado dell’ambiente naturale e della salute degli oceani, connesso al degrado umano e sociale che l’umanità di oggi sta vivendo» (Discorso in occasione dell’incontro in Vaticano, 11 novembre 2017).

Pensando al grande impegno per l’obiettivo dello sviluppo, sono convinto che l’attività diplomatica è chiamata a perseguire una strada sicuramente ambiziosa, ma che non presenta alternative: mobilizzare risorse umane, economiche, tecnologiche, culturali e religiose. Per la Santa Sede è un dovere continuamente ribadito: basta qui il riferimento al binomio inscindibile tra pace e sviluppo posto da san Paolo VInel lontano 1967 con l’enciclica Populorum progressio e costantemente ripreso dai suoi successori. Operare per favorire la cooperazione nelle sue diverse forme è un dovere che impone di condividere a vantaggio della famiglia umana non solo beni e strumenti, ma le esperienze sul campo, gli indicatori messi a disposizione dalla politica, le regole poste dal diritto internazionale. Se ci riflettiamo si tratta di una prospettiva senza alternative, costruita con strategie razionali e mezzi tangibili, basata sulla consapevolezza che la causa prima e la finalità ultima di ogni azione umana è la persona nella sua realtà materiale e spirituale, nella sua dimensione individuale e comunitaria.

In effetti, un rapido sguardo sull’oggi della storia e in particolare sulle relazioni internazionali ci rende consapevoli che la diplomazia manifesta tutto il suo peso e gli effetti della sua azione solo quando riesce a proporsi come efficace strumento di servizio alla causa dell’uomo. Questo domanda lo sforzo quotidiano non solo per conoscere le situazioni, ma per interpretarle e così fornire le soluzioni necessarie, anche in quei frangenti in cui tutto sembra oscuro e ogni intervento impossibile. E proprio nelle strategie di sviluppo la diplomazia non può limitarsi a essere una modalità di incontro, ma è uno strumento privilegiato per unire idee divergenti, posizioni politiche contrapposte, visioni religiose e finanche ideologie differenti.

Come già dicevo in precedenza, è certamente un percorso faticoso e incerto nei risultati, soprattutto in un momento in cui anche la politica internazionale e i suoi leader sembrano rassegnati di fronte all’immagine dei numerosi conflitti in atto, all’uso indiscriminato delle armi, al ricorso alla violenza terroristica all’interno degli stati o tra gli stati, come pure si preoccupano di considerare come crisi momentanee quelli che sono ormai fattori strutturali della nostra epoca: spostamenti di popolazione, cambi climatici, tendenze demografiche, mercati destrutturati. E così facendo ignorano la pregnanza di valori come la coesione, la fraternità, la solidarietà e finanche la compassione.

Non è raro vedere i diplomatici assistere impotenti a combattimenti, violenze o attentati, sperimentando quanto sia difficile fermarli, mentre le vittime aumentano e si moltiplicano le sofferenze di coloro che perdono gli affetti o sono costretti a lasciare le case, la terra, il lavoro per iniziare un pellegrinaggio che non ha quasi mai una meta certa. Con molta chiarezza Papa Francesco sostiene che proprio di fronte a questo quadro la diplomazia deve riscoprire il suo ruolo, quale forza che agisce preventivamente rispetto alle minacce alla pace e alla sicurezza, ma che opera per dare stabilità e futuro al post-conflitto cercando di cogliere ogni segnale anche minimo capace di fare della solidarietà tra persone e popoli l’alternativa alle armi, alla violenza, al terrore: «La pace si conquista con la solidarietà. Da essa germoglia la volontà di dialogo e la collaborazione, che trova nella diplomazia uno strumento fondamentale».

Ed è in questo processo che per il Papa si inserisce «l’impegno convinto della Santa Sede e della Chiesa cattolica nello scongiurare i conflitti o nell’accompagnare processi di pace, di riconciliazione e di ricerca di soluzioni negoziali agli stessi» (Discorso al Corpo Diplomatico, 9 gennaio 2017).

Diplomazia, dunque, come veicolo di dialogo, di cooperazione e di riconciliazione che prendono il posto delle rivendicazioni reciproche, delle contrapposizioni fratricide, dell’idea di nemico e del rifiuto dell’altro. E, soprattutto, una diplomazia capace di sostituirsi all’uso della forza e cioè a quella strada considerata più breve, forse rapida, ma certamente senza ritorno: «Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza!» (Angelus, 1° settembre 2013).

di Pietro Parolin

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 novembre 2018

NOTIZIE CORRELATE