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Diplomazia dell’incontro

· Il sostituto della Segreteria di Stato a Minsk per l’inaugurazione della nuova sede della nunziatura ·

Mercoledì 4 ottobre l’arcivescovo sostituto della Segreteria di Stato ha inaugurato a Minsk la nuova sede della nunziatura apostolica nella Repubblica di Belarus’. In mattinata, il presule ha incontrato il ministro degli Affari esteri Vladimir Makei quindi i membri della Conferenza episcopale nazionale. Nel pomeriggio, ha avuto luogo l’inaugurazione della sede della rappresentanza pontificia a cui hanno partecipato oltre trecento invitati. Tra loro, lo stesso ministro Makei e altre autorità civili; l’episcopato cattolico guidato dall’arcivescovo presidente Tadeusz Kondrusiewicz, con il nunzio apostolico Gábor Pintér; il metropolita Pavel, esarca patriarcale di tutta la Bielorussia, con altri vescovi ortodossi; il gran mufti e il rabbino capo della comunità ebraica e rappresentanti di altre denominazioni cristiane e religiose. Dopo gli interventi degli arcivescovi Pintér e Kondrusiewicz e del ministro degli Affari esteri, che si sono rallegrati per il venticinquesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Belarus’ e la Santa Sede, il sostituto ha pronunciato il discorso che pubblichiamo di seguito:

Ringrazio il nunzio apostolico per le parole di benvenuto che mi ha rivolto e in particolare per il generoso impegno e la fatica profusi, insieme ai collaboratori, nel portare a termine la costruzione di questa sede, avviata dal precedente nunzio apostolico, a cui egualmente va la mia gratitudine. Sono lieto di trovarmi fra voi e di portarvi anzitutto il saluto cordiale e benedicente di Papa Francesco.

L’odierna inaugurazione, che avviene nel quinto anno del suo pontificato e nel giorno in cui la Chiesa cattolica venera Francesco di Assisi, il santo dal quale egli ha preso il nome, mi pare il miglior segno per celebrare il venticinquesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Repubblica di Belarus’, che ricorrono quest’anno. In quanto diplomatici della Santa Sede, non ci sentiamo mai stranieri presso un popolo. Questo non solo perché in moltissimi paesi, come qui da diversi secoli, vi è una nutrita presenza di cattolici locali, ma anche, e più in profondità, perché ciascun popolo è ugualmente prediletto da quel Dio, per il quale svolgiamo la nostra missione. E pertanto, con grande rispetto, lo sentiamo “nostro”.

Mi piace al riguardo citare un altro Francesco, il grande Skaryna, nell’anno in cui si celebra il cinquecentesimo anniversario della pubblicazione del primo libro in lingua bielorussa, quello dei Salmi da lui curato. Egli scriveva che come tutti gli esseri viventi in natura ben conoscono i luoghi in cui vivono, «così anche le persone, ove sono nate e cresciute, nutrono grande affetto verso quel luogo» (F. Skaryna, Introduzione al Libro di Giuditta ). La nuova sede, che sono oggi lieto di inaugurare, in quanto dimora stabile in questa terra e tra la sua gente, vuol essere un segno tangibile del grande affetto che Papa Francesco nutre per la Belarus’.

Alcuni tratti di questa sede, che costituisce al contempo l’abitazione del personale diplomatico e di una comunità di religiose che vi operano, ripresentano quanto accennato. È un edificio che ha voluto “sposare” questa terra attraverso una struttura sobria e lineare, non trascurando di assumere materie prime e aspetti architettonici tipici del luogo. Si tratta, significativamente, di una casa situata in mezzo ad altre case, in una zona nevralgica della città di Minsk, dove siamo grati di poter risiedere. Qui, accanto a edifici istituzionali e di culto, sorgono luoghi rilevanti per la memoria storica, nonché centri di cultura e di studio, ambiti a cui dedicare la massima attenzione, con lo sguardo rivolto ai tanti promettenti giovani del paese.

È la stessa attenzione e cura che la Chiesa cattolica desidera continuare a offrire, collaborando al bene e allo sviluppo di questo amato popolo e del suo paese. Porto il vivo ringraziamento del Santo Padre ai cattolici per la costante dedizione a servizio della gente, incoraggiandoli a continuare, con autentico amore per questa terra e promuovendo la comunione in ogni ambito, a percorrere la via dell’accompagnamento quotidiano delle persone, come Papa Francesco non si stanca di ricordare, a cominciare dai più bisognosi materialmente e spiritualmente e dalle giovani generazioni, la cui buona formazione è imprescindibile. È significativo, da questo punto di vista, che la scorsa settimana i presidenti delle Conferenze episcopali di Europa abbiano celebrato la loro assemblea per la prima volta a Minsk e che, dopo esser stati ricevuti dal signor presidente della Repubblica — il quale ha ribadito, tra l’altro, l’importanza di promuovere l’educazione religiosa per favorire l’armonia e la pace — si siano qui confrontati proprio sui temi dei giovani e dell’Europa, condividendo tali appassionanti sfide future con i credenti di questo paese.

Nel passato, insieme ai fratelli e alle sorelle ortodossi e di altre fedi, persecuzioni e grandi sofferenze sono state qui patite per il nome di Dio. Nel nome dello stesso Dio, la Chiesa avverte, ora in particolare, la pressante chiamata a contribuire a un avvenire di comunione, costruendo ponti di fraternità e di pace. Questa casa, che volutamente offre spazi ampi dedicati all’incontro, si propone di essere segno e strumento di dialogo. Infatti, le divisioni consolidate e le contrapposizioni ostinate, che impediscono la ricerca autentica del dialogo, feriscono il nome stesso di Dio, il Dio della pace, il cui nome è amore (cfr. 1 Giovanni 4, 8). Perciò la Santa Sede non può che confermare anche qui il proprio impegno a perseguire, con uno stile discreto e propositivo, la cultura dell’incontro. Senza di essa la diplomazia stessa risulta vana. Quando infatti ragioni e interessi di parte ostacolano le aperture tra i popoli e gli stati, alzando, anziché abbassare, barriere che provocano isolamento ed emarginazione, la diplomazia dichiara la propria sconfitta. Poiché essa è tenuta, per sua natura, a ricercare instancabilmente comprensione, dialogo e soluzioni a nome e in favore delle persone concrete, guardando con lungimiranza all’avvenire dei popoli.

Papa Francesco non manca di ribadire l’importanza e l’urgenza della cultura dell’incontro anche per l’Europa. Lo ha fatto, ad esempio, ricevendo il premio Carlo Magno e affermando che proprio mediante l’incontro e l’integrazione reciproca «la comunità dei popoli europei potrà vincere la tentazione di ripiegarsi su paradigmi unilaterali e di avventurarsi in “colonizzazioni ideologiche”; riscoprirà piuttosto l’ampiezza dell’anima europea, nata dall’incontro di civiltà e popoli, più vasta degli attuali confini dell’Unione e chiamata a diventare modello di nuove sintesi e di dialogo. Il volto dell’Europa non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure» ( discorso per il conferimento del premio Carlo Magno , 6 maggio 2016).

Di quest’anima europea è parte rilevante la Belarus’, che auspicabilmente vi potrà sempre più contribuire, apportandovi i tesori preziosi e spesso nascosti della sua gente, tra i quali l’importanza della famiglia e di una vita sobria e laboriosa, avvalorata dalla dignitosa eleganza di sapersi accontentare senza pretendere; il coraggio quotidiano e la paziente dedizione, mirabilmente testimoniata da tante madri e nonne; la capacità di comporre le tensioni in modo pacifico, con la genuina umiltà di chi sa fare un passo indietro perché nutre per l’altro profondo rispetto.

Non si può tuttavia dimenticare che la Belarus’ reca impresse nella carne anche le cicatrici di tante ferite subite, e nella memoria il ricordo doloroso della guerra e di tragici eventi — come non pensare allo sterminio, qui immane, del popolo ebraico? —, di soventi privazioni, di anni e vicende terribili dove, come attesta uno scrittore locale, di «conforto erano le risorse spirituali nascoste nell’anima umana» (V. Bykov, Sotnikov, VIII). Perciò, nel luogo centrale di questa casa, dedicato alla preghiera, gli arredi sacri, in pietra lucida e levigata, sono di colore rosso-rubino, a simboleggiare il legame tra i sacrifici vissuti con amore ed eroismo dai bielorussi e il sangue di Cristo versato sulla croce, la cui sagoma è raffigurata anche all’esterno dell’edificio.

La presenza stabile della Santa Sede in terra bielorussa non è fine a se stessa, ma esprime la garanzia del suo impegno affinché la tutela e la promozione della dignità, della libertà e dei diritti di questo popolo e di ciascuna persona ne traggano beneficio, qui e al di fuori. In proposito, il pensiero non può non andare, anche in questa serata di festa, alle vicende che straziano la vicina Ucraina, confermandoci ulteriormente nel dovere di non desistere da ogni sincero sforzo volto al bene primario di una pace stabile e duratura. Esprimo la gratitudine del Santo Padre alle autorità civili e religiose di questo paese e a quanti si spendono nella nobile missione diplomatica, per tutti i buoni sforzi atti a favorire la convivenza pacifica, lo sviluppo sostenibile e una sempre più proficua integrazione tra le persone e le componenti della società. È dovere di chi ha responsabilità nei confronti degli altri operare con spirito di servizio disinteressato, con l’intento rivolto al bene reale delle persone concrete. Concludo facendomi latore dell’auspicio del Santo Padre: che tutti possiate sempre trovare in questo luogo una mano tesa, una presenza amica, che non ha altro interesse se non quello di promuovere il bene comune e di porre i talenti che la Provvidenza ha distribuito a ciascuno al servizio delle persone e dei popoli.

di Angelo Becciu

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