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Dio a modo mio

· ​Inchiesta sulla religiosità giovanile ·

Il mondo giovanile vive rapide e profonde trasformazioni e non si lascia adeguatamente esplorare con i consueti strumenti di indagine. La difficoltà aumenta se si vuole approfondire il rapporto dei giovani con la fede, entrando in una sfera molto personale e intima.

Questo nuovo lavoro si basa su 150 interviste a tutto campo sull’esperienza di fede dei giovani. Un terzo di esse, cioè 50, sono state riprese in un secondo tempo, per una nuova intervista destinata ad approfondire meglio il percorso di coloro che sembrano più vicini alla Chiesa.

Le uniche statistiche che qui riprendiamo sono quelle fornite (e desunte da altri studi) da Paola Bignardi nelle sue conclusioni del volume. Secondo l’Istituto Toniolo, nel 2013 i giovani che si proclamano credenti nella religione cattolica sono il 55,9%, mentre si dichiara ateo il 15,2% dei giovani e agnostico il 7,8%. Il 10% afferma di credere in un’entità superiore, ma senza fare riferimento a una divinità specifica. Solo il 15,4% dei giovani dice di partecipare a un rito religioso ogni settimana. Anche tra coloro che si dichiarano cattolici soltanto il 24,1% è un praticante settimanale. Inquietante è il fatto che, l’anno successivo, la percentuale di coloro che si dichiarano cattolici, è diminuita di 3,4 punti percentuali, scendendo al 52,5%. Anche altri dati confermano questo continuo calo dei giovani che vanno a Messa la domenica. L’atteggiamento nei confronti della Chiesa rimane critico. Il voto medio dato alla Chiesa su una scala da 1 a 10 è di 4,0 (4,2 per gli uomini, 3,8 per le donne) (p. 173).
Ma questo non significa che i giovani non abbiano più fede. «È una generazione alle prese con una nuova forma di ateismo, non più ideologico, ma esistenziale» (p. xi), eppure la fede appare come una dimensione tutt’altro che estranea. I giovani non si ritrovano più con la fede dell’infanzia, che però non è cresciuta con loro. Oltre che figure di riferimento credibili, sembra mancare ai giovani la dimensione comunitaria della fede. In parte questo accade perché ci si adegua a un sentire ampiamente veicolato dalla pubblicistica e dalla cultura mediale in cui essi sono immersi. L’impressione che si ricava è che essi non percepiscano più la Chiesa come un ambiente accogliente e interessante.
Si percepiscono, dietro le risposte dei giovani, concetti non solo riduttivi, ma distorti della fede. Non pochi confondono la fede con l’etica che il cristianesimo propone. Molti perciò notano, anche in base all’esperienza di molte loro conoscenze: «Non c’è bisogno di essere credenti per comportarsi bene». Altri fanno coincidere la fede con i sentimenti e le emozioni. Una volta si era più riservati; oggi si è più propensi a esibire la propria emotività, come fosse essa ad esprimere la qualità della vita. La scoperta della dimensione emotiva e affettiva dei sentimenti non è negativa, perché colora la vita e contribuisce ad attenuare l’eccessiva razionalizzazione della fede diffusa in passato. Ma ci si deve giustamente allarmare se ci si interessa più delle emozioni che della fedeltà durevole, oggi molto rara.
La quasi totalità dei giovani manifesta un atteggiamento positivo nei confronti dell’esperienza di fede. Anche chi dichiara di non credere afferma che credere dà speranza, consolazione, aiuto, amore. Dallo studio appare un mondo giovanile che nasconde tesori di interiorità e un’inedita attesa di Dio. Ma, per educare questo mondo, occorre passare da un modello che intende proporre una serie di impegni a uno impostato sul dialogo, che è scambio, personalizzazione dell’annuncio e accompagnamento. In alcuni movimenti sembra che ciò sia avvenuto, ma essi appaiono «giardini» isolati dal mondo centrale della Chiesa: il volume non ne fa cenno.
Il futuro della fede dei giovani dipende dal passato e dal presente, cioè dal modo con cui gli adulti vivono la loro esperienza di fede e da come le comunità interpretano il loro compito di evangelizzazione.

di GianPaolo Salvini

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17 settembre 2019

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