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Dio delle città

· ​Sfide e opportunità della vita urbana in un libro di Vincenzo Rosito ·

Esiste il secondo comandamento e merita di essere ricompreso là dove gli assetti tradizionali vacillano. Dio delle città. Cristianesimo e vita urbana (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2018, pagine 160, euro 14) è un piccolo libro in cui Vincenzo Rosito si guarda bene dal nominare invano Colui che nessuna consuetudine può imprigionare. Rispetto alla tentazione di fabbricarsi idoli che rimuovano una complessità senza precedenti, l’autore sceglie la via lunga dell’onestà intellettuale e della simpatia per la realtà. Con rigore indaga l’urbanizzazione, «movimento di portata globale e di applicazione locale che non determina soltanto i confini architettonici e urbanistici delle nostre città: è piuttosto una delle più incisive modalità di trasformazione della soggettività e dell’idea di comunità». Nonostante appaia sempre più evidente la sopravvivenza del sacro — almeno nella sua forma di “religione a bassa intensità” — la domanda teologica è posposta a un’acuta indagine del paesaggio umano. Al di là del titolo, Dio è come si lasciasse intravvedere solo sul finire del libro. 

Damian Tirado, «Jour de fête» (2014)

Sono in corso trasformazioni paradossali dell’abitare il mondo. «Dietro la crescente e diffusa omologazione dei linguaggi, al di là dell’universalizzazione delle mode e dei mercati, la diseguaglianza delle condizioni di vita progredisce in maniera evidente e preoccupante. L’urbano è un teatro particolarmente esposto ai sommovimenti diversificanti che imprimono solchi di disparità nel campo della socialità globale». Occorre elaborare una nuova idea di metropoli, in un’epoca in cui «l’urbano, con le sue molteplici implicazioni antropologiche e sociali, non coincide con la sfera geografica e amministrativa delle singole città». Osservarle come realtà territorialmente estese, densamente abitate e culturalmente omogenee non è più sufficiente. I rapporti di forza tra grandi aree metropolitane e Stati sono del resto radicalmente mutati, a vantaggio di veri e propri network globali che collegano le più influenti città del Pianeta.
Cambia però soprattutto la vita di persone e comunità, a partire da processi di «stiramento» degli spazi: «La grande città è sempre più una realtà composita, multipolare e diffusa. Nello specifico la “diffusività territoriale” riconfigura il volto dell’“urbano” quale assetto abitativo contrapposto al “rurale”». Le residenze sospinte nelle larghe fasce suburbane, il terziario nei centri storici o nei nodi extraurbani del sistema dei trasporti, gli spazi del consumo e del tempo libero in zone decentrate o non adiacenti agli altri luoghi di vita: come muta l’esperienza umana in uno scenario che ne scompone i momenti fondamentali? I temi della mobilità, dei flussi, ma anche dell’impermeabilità e dell’esclusione, interrogano l’autore.
Folgorante, in apertura, l’opposizione di funivia e processione. Con riferimento a un’opzione sempre più diffusa, «l’installazione di una funivia urbana rivela o denuncia un’insolita idea di città. (...) In nome della mobilità o dell’efficienza dei trasporti pubblici si è disposti a “passare sopra” la vita che scorre nei quartieri più disagiati. In questo modo il punto di vista del passante diventa quello di un osservatore distante (...). È un attraversamento paradossale: si può andare da un punto all’altro della propria città saltando ciò che sta nel mezzo, vedendolo passare sotto i piedi. La funivia, nata per superare valli e crepacci, taglia oggi gli arcipelaghi urbani, le zone del disagio e della povertà, enclave culturali che rendono particolarmente complessa l’orografia sociale».
Giocando sul carattere ardito dell’accostamento, Rosito scava nella religiosità popolare riconoscendo invece le processioni come «rappresentazioni corali di una comunità di sequela». In un villaggio o nel quartiere di una metropoli esse costituiscono «innanzitutto una pratica collettiva di attraversamento: chi vi prende parte vuole percorrere le strade della vita ordinaria, entrare in contesti che solitamente non visita o che non sono normalmente offerti agli sguardi dell’intera comunità. (...) Tutti devono sentirsi visitati, tutti attendono che la comunità scorra e attraversi almeno per un giorno all’anno i quartieri più distanti e marginali». Insomma, passar sopra o attraversare?
L’autore non dimentica la lezione di Georg Simmel: il riserbo del blasé, che si aggira apatico e indifferente nelle vie delle moderne metropoli, esprime certo l’interiorizzazione di alcuni tratti della vita urbana e del sistema borghese, tuttavia il suo atteggiamento passivo e distaccato «non è un tratto caratteriale generalizzato, ma un’autentica strategia di attraversamento e di sovvertimento dell’urbano». Ne può dunque esistere una cristiana, qualitativamente diversa da quella indicata da Simmel? È realmente indispensabile, per sopravvivere alla complessità, quella che Charles Taylor definisce una rigida «schermatura del sé»? Dio, nel libro, non è mai nominato invano. Eppure, persiste una fiducia di fondo: «Imitando Gesù che “praticava i luoghi dell’urbano”, la teologia cristiana dovrebbe “praticare i luoghi dell’umano” per farne spazi di comunione». È il segreto evangelico che alimenta una persuasione: «La “città secolare” diventa una scena privilegiata e aperta a nuove sperimentazioni di sequela cristiana (...). Su questa linea è possibile non solo determinare i tratti di un cristianesimo dal volto urbano, ma anche la possibilità di cammini personali ed ecclesiali che sappiano attraversare la città senza il distacco del blasé o senza futili velleità dimostrative».
Di fondo è la coscienza, sociologica prima che teologica, dell’urbanizzazione come «processo che impone il riposizionamento degli individui e dei gruppi sociali. Questi non sono soltanto i destinatari di spazi differenziati e funzionali, ma autentici soggetti sovversivi, capaci cioè di riconfigurare incessantemente ogni tentativo di pianificazione spaziale mediante il fluire delle loro stesse vite, semplicemente attraversando le strade di confine o i territori lisci di una grande città». Ed è proprio il tema del sovvertimento, cioè di un delicatissimo ma incessante farsi spazio del Regno di Dio, a dominare la proposta pastorale dell’autore.
Il carattere dinamico del cristianesimo, cioè la sua interna energia, consente di indicare alle Chiese lo scenario contemporaneo come un’occasione per tornare alla propria forma originale. Si può abbandonare il conflitto tra arrendevolezza e intransigenza, tra religione a bassa intensità e riconquista di posizioni influenti, per riconoscere nel panorama urbano «la costitutiva collocazione e ubicazione della “forma” ecclesiale», ovvero «quel radicamento nella vicinanza che avvia cammini e gesti di approssimazione al povero». Rosito delinea quindi una “contestualizzazione culturale” del cristianesimo che smuova «le sedimentazioni ossificate delle metropoli moderne, per nutrirsi di tattiche impercettibili, facendo dell’astuzia una virtù non più dileggiata». La scaltrezza evangelica qui evocata, più che «alla garanzia di spazi rappresentativi o alla gestione di competenze e servizi» mira alla generazione continua di «autentici incontri urbani. (...) Non basta immettere locuzioni alternative nella lingua di una città, occorre invece osservare con cura e determinazione le possibilità pratiche aperte dai diversi linguaggi urbani. Ciò significa nutrire una passione sconfinata per la praticabilità del quotidiano, avere a cuore la possibilità di percepire e di trasformare il mondo attraverso le azioni scontate e disinvolte della vita ordinaria».
La comunità cristiana dovrebbe saper leggere il testo in cui è inserita, riconoscendo che nessuna città «si esaurisce nello spazio delle proprie mura, poiché è espressione di una tensione antropologica radicale: dare forma condivisa allo spazio dell’interazione comune». I discepoli di Gesù, quindi, partecipano alla «continua impresa di fondazione del comune stesso»: in un simile «esercizio diffuso di immaginazione collettiva», l’autore indica tre strategie di attraversamento della città contemporanea, veri e propri scardinamenti di una complessità disgregante. Se rapportati alla strategia del blasé, che contesta con la lentezza e indifferenza del suo passeggiare una convivenza umana frenetica, «i cammini ecclesiali non sono attraversamenti distratti della città, non si omologano ai flussi, né cercano di tenere semplicemente il passo delle trasformazioni urbane. Sono piuttosto trasversali, toccano le strutture sociali e denunciano le disuguaglianze crescenti. Sono soprattutto cammini di prossimità, avvicinamenti gratuiti che danno centralità ai limiti e priorità ai bordi».
La prima via indicata dall’autore è quella di una pastorale che riqualifichi il tempo. «Si diffonde la percezione che il tempo non sia una condizione necessaria per attraversare lo spazio, ma soltanto un impedimento e una limitazione»: Rosito immagina un’«ascetica urbana», che incida sul tempo delle persone, e una pastorale che assuma «un approccio graduale» capace di valorizzare il ritmo mai predeterminato «delle progressioni vitali». Da sempre, infatti, gradualità e ritmo «rendono sopportabile e realizzante il cammino, sostengono le iniziazioni avvicinando il desiderio al godimento, l’attesa alla realizzazione». Cita la francese Daniele Léger, reimmaginando la stessa struttura fisica dei luoghi di culto: «La chiesa deve essere pensata come percorso, e dunque la luce, i suoni, gli spazi devono essere narrazione di un itinerario, un cammino: quello dell’individuo immerso nel traffico e soggetto ai ritmi della vita d’ufficio. Lo spazio della chiesa partecipa dei ritmi e degli spazi esterni, ma come luogo in cui questi possono essere sospesi: si entra e il tempo si arresta, il tempo è sospeso, si può recuperare un’interiorità attraverso la sospensione della ripetitività quotidiana».
La seconda strategia riguarda il superamento delle distanze, o meglio il coraggio di percorrerle: se l’urbano scompone l’esperienza e le comunità, «il numero di passi o di chilometri che separano due individui non preclude la possibilità di cammini molteplici e d’innumerevoli percorsi di avvicinamento». La prossimità evangelica è dunque «sia il principio sia la forma del cristianesimo quando si confronta con l’urbanizzazione contemporanea», che rinvia così alla «più intima e sovversiva tra le implicazioni cristiane, quella che accosta e avvicina l’eucaristia alla città: c’è un affine desiderio di prossimità tra la condivisione dello stesso pane e la concordia dei concittadini».
La terza scommessa è sugli “interni urbani”, piazze e strade in cui ci s’incontra all’aperto sapendosi «inclusi in una porzione delimitata e qualificata dello spazio». Si tratta di valorizzare quei luoghi di transito che consentono di trovare qualcosa mentre si è alla ricerca d’altro: «L’opportunità di un saluto fugace e la casualità di un incontro inatteso sono aspetti preziosissimi per la vita urbana». Ciò comporta che «la riserva d’imprevedibilità che caratterizza le metropoli moderne potrebbe essere un valido orientamento pastorale per la vita delle comunità cristiane. Da tempo, l’ulteriorità e l’alterità di Dio nella città non ha più soltanto la forma di una cattedrale», ma spesso «l’aspetto della sporgenza e della provocazione, ha la forma di uno scorcio imprevisto che suscita stupore e ridesta interessi. Alla pastorale dei luoghi simbolici e rappresentativi è necessario affiancare una pastorale degli incontri inattesi». Occorre una Chiesa che non esaurisca il suo compito nell’attivazione di opere proprie, ma che sappia immaginare azioni «che non siano un lavoro sulle cose urbane, ma imprese comuni e coinvolgenti tra le cose della città». Stare negli interstizi, ai crocevia, e soprattutto «sapersi coinvolgere e saper festeggiare»: gesti che non richiedono in prima istanza un atto di volontà, ma la disponibilità a lasciarsi sorprendere.

di Sergio Massironi

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05 dicembre 2019

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