Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Dio abita nella città

· Per vincere la paura ·

La città da sempre impaurisce. Quella dove vivo da oltre dieci anni, Istanbul, conta quindici milioni di abitanti, ma ho scolpite nella memoria le immagini di quando, da ragazzino, ritornavo dopo l’estate a Milano. Al casello di Bologna dell’Autosole la periferia offriva già uno spettacolo che non diceva più nulla né del sole né del mare estivi, ma arrivati alle porte di Milano l’angoscia sembrava calare come il cielo grigio già offuscato dall’inquinamento.

Ognuno di noi ha un ricordo inquietante e un suo racconto dello spazio urbano, ma ci deve essere posto per una riflessione più ampia. In un piccolo libro Marco Filoni (Lo spazio inquieto. La città e la paura, Palermo, Edizioni di Passaggio, 2014) riprende e riassume temi che la grande filosofia ci ha abituato a trattare: cioè il rapporto così intimo tra la paura e lo spazio cittadino. L’interesse di questa lettura è dato dal fatto che vengono tratteggiate in breve tutte le sorgenti della paura connesse con il vivere urbano, con la città in quanto tale e con l’immaginario a essa legato.

E forse basta riflettere un poco sull’esperienza che ciascuno di noi fa della città per convenire che la città incute paura e la produce in tutte le sue dimensioni. Nell’ultimo capitolo l’autore scrive: «Abbiamo provato a vedere dove esattamente è la paura nella città. E verso chi si rivolge. L’abbiamo vista per la prima volta sulle mura della città antica, su possenti fortificazioni, una paura che si rivolgeva all’esterno, una paura di ciò che era fuori. Il nemico al di là del muro. Ma non solo. La paura era ed è anche dentro, si annida nella città: è paura del nostro essere diversi, del nostro non essere tutti uniti nel momento in cui si deve decidere».

La città induce un estraniamento che è tanto interno a noi stessi quanto esterno. Una storia, narrata da Andrea Staid nel suo racconto antropologico I dannati della metropoli. Etnografia dei migranti ai confini della legalità (Milano, Milieu, 2014), mette in scena una città legale che coesiste accanto a quella illegale. Si parla addirittura di una città oscura: come tutto ciò che è oscuro, fa paura.

Questo non sembra sorprendere eccessivamente il credente, abituato da sempre al delirio d’onnipotenza umana: «Anche le immagini del sogno infranto di Babele, la città autosufficiente che porta al cielo, dell’anti-città consolidata che si estende sulla terra, Babilonia, esprimono (e, se si vuole, aiutano a esorcizzare) le paure e le angosce dell’uomo nel percepire che partecipa alla costruzione della stessa anti-città che lo divora». Così Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, una delle più grandi metropoli del mondo, si esprimeva, in un piccolo libro (Dio nella città, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2013) più breve, ma forse ancora più potente di quello sopra citato.

Papa Francesco conosce il tessuto delle città, probabilmente al corrente delle relative teorie filosofiche e antropologiche. E sfida la realtà della paura urbana con una teologia della città dove c’è spazio proprio per colui che ne sembra escluso, Dio. Questo suo libro, vero e proprio manifesto per una teologia della città, commenta anche alcuni passi del documento finale della quinta conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, svoltasi nel 2007 ad Aparecida.

Il cardinale Bergoglio indica la via per superare con lo sguardo della fede la paura della città. Il documento di Aparecida lo dice a chiare lettere «Dio vive nella città», e il futuro Papa lo riprende e lo commenta: «La città attuale è relativista: tutto va bene, e magari cadiamo anche nella tentazione di ritenere che, per non discriminare e includere tutti, sentiamo come necessaria la relativizzazione della verità. Non è così. Il nostro Dio, che vive nella città e si coinvolge nella sua vita quotidiana, non discrimina né relativizza. La sua verità è quella dell’incontro che scopre dei volti, e ogni volto è unico».

Questo atteggiamento del cuore e della mente è l’unico possibile per vincere la paura della città. I vescovi dell’America latina hanno dimostrato audacia nell’affermare che Dio vive nella città e Bergoglio, oggi Papa, lo ribadisce. È lo sguardo di una fede viva e coerente che permette di scoprire nei volti dei vicini, numerosi ma unici, la bellezza interiore delle città.

di Alberto Fabio Ambrosio

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE