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Dinamismo
della cattolicità

· Dall’ascolto dei popoli autoctoni alla conversione ecologica ·

Il sinodo speciale per l’Amazzonia, al pari del Vaticano II, può essere compreso ad intra e ad extra. Se il concilio ha distinto gli argomenti che riguardavano la Chiesa in se stessa e quelli che la coglievano nel suo rapporto con il mondo, questo sinodo affronta due questioni assai diverse, che riguardano “i nuovi cammini di Chiesa” (ad intra) e “l’ecologia integrale” (ad extra). La questione ecologica riguarda, infatti, l’umanità intera, interrogata sulla sorte dell’Amazzonia, minacciata dall’economia predatoria delle multinazionali, pronte a passare sui diritti e sull’esistenza stessa dei popoli indigeni. La questione ad intra tocca, invece, la vita della Chiesa in Amazzonia e le comunità cristiane nel vasto territorio amazzonico. Se sia questo o quello il tema principale del sinodo non si può dire, visto che i due temi sono collocati sullo stesso piano. Certamente, la questione ad intra è di particolare rilievo, per la situazione della Chiesa in un vastissimo territorio diviso tra otto paesi: le molte diocesi e prelature appartengono a conferenze episcopali diverse, senza che possano essere comprese come una Chiesa locale, o una Chiesa sui iuris, caratterizzata non da un rito o da una lingua, ma dall’appartenenza a una terra e a una cultura indigena, portatrice di tradizioni che rischiano di essere cancellate dagli interessi dei grandi gruppi economici.

Le comunità cristiane riflettono la situazione complessa dell’Amazzonia: la miriade dei popoli amazzonici non supera i due milioni di abitanti, a fronte dei trenta milioni di diversa provenienza, arrivati spesso per sfruttare le ricchezze della regione. La composizione delle comunità cristiane non è, quindi, omogenea: piccole comunità indigene nella foresta, o comunità più simili a quelle del mondo industrializzato nelle città. La sproporzione numerica in qualsiasi altro contesto sociale ridurrebbe le comunità indigene a una minoranza marginale: la situazione amazzonica, con la deforestazione che mette a rischio di estinzione i popoli indigeni, impone alla Chiesa di sviluppare una presenza che assuma la difesa non solo dei suoi membri provenienti dai popoli indigeni, ma dei popoli indigeni in quanto tali e dell’ambiente in cui vivono. Si tratta qui di sviluppare una visione cristiana della vita e del mondo, che non solo assuma le tradizioni di quei popoli purificandole, ma che declini il Vangelo in effettivo dialogo con le culture amazzoniche. Che, avendo vissuto e vivendo in pace con la Madre Terra, hanno molto da insegnare non solo alle culture del profitto, ma anche alla Chiesa.

La sfida sembrerebbe quella di passare dall’inculturazione all’interculturalità, nella certezza che anche la Chiesa ha molto da imparare dall’ascolto di questi popoli, in vista di una vera e propria “conversione ecologica”. Questo non significa snaturare la dottrina cristiana, ma ricercare la modalità più autentica della testimonianza cristiana a partire dal caso estremo dell’Amazzonia, dove emergono in modo evidente i termini del discorso che accompagneranno il futuro del pianeta. Qualcuno ha parlato di “laudatosificare”, cioè di rendere la vita cristiana capace di attuare le sfide di Laudato si’ sull’ecologia integrale attraverso una cultura dell’incontro che ponga la Chiesa nella capacità di testimonianza, in un tempo di rischio globale del futuro dell’umanità. Si comprende, in questa direzione, la sottolineatura del “volto amazzonico della Chiesa”, che non domanda soltanto di “inculturare” il cristianesimo in Amazzonia, ma di “amazzonizzare” la Chiesa.

di Dario Vitali

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17 agosto 2019

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