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Dimenticare
la Shoah

· ​Un romanzo di Massimiliano Boni ·

Villa Torlonia  (Roma)

Un romanzo, un’opera di fantasia che ha dietro di sé le storie di sei milioni di ebrei morti nella Shoah. Così l’autore, Massimiliano Boni, consigliere alla Corte Costituzionale, definisce il suo libro (Il museo delle penultime cose, Roma, 66thand2nd, 2017, pagine 373, euro 18), il terzo romanzo da lui scritto. Un libro il cui vero protagonista è il museo della Shoah di Villa Torlonia, un museo, come sappiamo, non ancora nato, con alle spalle una storia travagliata, destinato a occupare la villa che fu la residenza di Mussolini. Nel romanzo, che si svolge in un futuro non lontano, nel 2030, il museo è ormai una realtà, ha passato un periodo di grande successo, con tanti visitatori, ma è ormai in crisi. Crisi finanziaria ma anche crisi di interesse che lo svuota di visitatori. È diretto da un non ebreo, coadiuvato da un giovane studioso ebreo romano, Pacifico Lattes. Pacifico si occupa di Shoah, ma ha paura della Shoah. 

Non ha mai visitato Auschwitz, in compenso ha letto tutto quello che si poteva trovare di memorialistica, ha ascoltato e visto i video dei viaggi della memoria, vive immerso nella storia di novant’anni prima. Non lo interessa però tanto il destino successivo alla deportazione, il campo di concentramento e di sterminio, ma vuole invece restituire vita ai deportati, agli ebrei romani di cui soprattutto si occupa, coglierli prima che siano inghiottiti nel buco nero della Shoah.
Pacifico indaga, scava nelle storie dei deportati, sempre più tormentato, mentre intorno il mondo sembra precipitare nell’oscurità: la memoria si è persa quasi del tutto, le violenze fasciste finiscono per colpire sanguinosamente gli stessi dirigenti del museo, Pacifico precipita in una sorta di depressione e di incapacità di reagire. Ad aiutarlo sono i figli bambini, la moglie forte e coraggiosa, e anche il fatto di essere riuscito, nonostante le sue esitazioni, a decifrare la storia complicata di Attilio, l’ultimo sopravvissuto. Forse il mondo intorno a lui riuscirà a cambiare strada. Già il Presidente del paese, l’inventore del Piano della felicità, è costretto dagli scandali a dare le dimissioni. Il museo riprende a vivere e a trasmettere la memoria.
Una piccola storia, quella di Attilio, ha rimesso in moto il ricordo, gli ha ridato il valore morale che aveva perduto nel logorarsi del tempo e del mondo intorno. Non sappiamo se basterà per tutti e non solo per il museo e per i suoi difensori della memoria. Il romanzo si chiude con parole di speranza non prive, però, di una certa cautela: l’angelo della morte è stato sconfitto. Ma solo per il momento. 

di Anna Foa

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27 giugno 2019

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