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Dimenticando che c’è una storia

· Tanti stereotipi in un volume francese su donne e Chiesa ·

Mario Pecoraino, «Martina» (1993)

«L’indifferenza è la sorte comune riservata alle donne. (…) Cosa vogliano le donne non è necessariamente ciò che vogliono gli uomini per loro: esse reclamano meno differenza, in particolare sessuata, più di uguaglianza e di considerazione». Così scrivono Maud Amandier e Alice Chablis nel libro, da poco uscito in Francia, Le déni. Enquête sur l'Église et l'égalité des sexes (Paris, Bayard Editions, 2014, pagine 400, euro 18), introdotto da una prefazione elogiativa del gesuita Joseph Moingt. Non si può che essere d’accordo con questa affermazione e con molte delle altre critiche contenute nel volume, ma non altrettanto con il percorso storico e documentario ricostruito dalle autrici, percorso che le conduce, di conseguenza, a conclusioni non condivisibili. Stupisce infatti che delle eredi del colto cattolicesimo francese possano proporre una sintesi critica di storia della Chiesa così povera e grossolana. Basti solo dire che accusano la Chiesa di avere perso l’appuntamento con la modernità offerto dal Rinascimento! E non solo non danno prova di una buona conoscenza di storia della Chiesa, ma dimostrano scarsa dimestichezza anche con la storia sociale. Ignorano infatti, per qualsiasi epoca, quale sia l’effettiva condizione delle donne, e quindi si precludono la possibilità di valutare il ruolo del cristianesimo nel determinare la loro sorte.

Questa ignoranza però svolge una funzione retorica non secondaria nello svolgimento delle loro argomentazioni: le autrici possono sostenere, così, che la Chiesa cattolica, e in particolare la sua versione della tradizione cristiana, sono origine e causa di ogni forma di patriarcato. Ignorano allegramente le innovazioni che già il primo cristianesimo ha introdotto nella vita delle donne: la possibilità di scegliere una via religiosa e perfino di percorrere una carriera spirituale fino a raggiungere la santità esattamente come gli uomini, l’indissolubilità del matrimonio — che voleva dire nella realtà che le donne sterili non potevano più essere ripudiate — e lo stabilire uguali diritti e uguali doveri per entrambi gli sposi.

Evidentemente ignorano che nei primi secoli — proprio grazie a queste innovazioni — il cristianesimo attirò a sé un’imponente quantità di donne, fatto che ha contribuito in modo determinante al costituirsi istituzionale della nuova religione. L’atteggiamento che la Chiesa riserva alle donne, infatti, deve essere giudicato sempre, ovviamente, in confronto con ciò che riservava loro la società del tempo e non, come sembrano fare le autrici, secondo i parametri delle società occidentali contemporanee. Oltre a muoversi con tanta disinvoltura — e una preparazione approssimativa — nella storia, Amandier e Chablis manipolano le fonti in modo molto ideologico, scegliendole e citandole esclusivamente per sostenere le loro tesi, del tutto indifferenti alla realtà e alla verità di quanto gli autori citati scrivono e la realtà documenta. Citerò due soli esempi. Innanzi tutto, la brutale ricostruzione di un caso difficile e doloroso come quello della bambina di Recife violentata dal patrigno e incinta di due gemelli, esploso alcuni anni fa e per il quale vengono riportate solo alcune voci, funzionali a condannare l’atteggiamento tenuto dal Vaticano.

La stessa disinvolta parzialità viene esercitata nei confronti della filosofa laica francese Sylviane Agacinski, citata quando le sue tesi servono a confermare le autrici, e bellamente trascurata quando si esprime sul gender o sul matrimonio omosessuale, perché si schiera dalla parte contraria. Bisogna rilevare, inoltre, che la loro difesa del gender è riferita a un concetto opportunamente edulcorato: il conflitto in proposito consisterebbe nella contrapposizione fra una difesa a oltranza della differenza sessuale, considerata completamente naturale, da parte della Chiesa, e una concezione ambigua, presentata in modo impreciso. Secondo le autrici, infatti, il gender prevederebbe soltanto un’importante influenza della costruzione culturale nella definizione dell’identità sessuata.

La situazione, ovviamente, è diversa. In realtà, la posizione critica della Chiesa — in gran parte condivisa dalla filosofa laica Agacinski — è rivolta contro chi nega che esista una differenza sessuale biologicamente fondata, ma la attribuisce solamente alla formazione culturale, proponendo così un’evoluzione sociale verso una società sessualmente indifferenziata.

In sostanza, il libro è una raccolta di luoghi comuni polemici e spesso ingenerosi nei confronti della Chiesa: accusata di reprimere il sesso, di impedire la libertà della donna perché si oppone all’aborto e ai contraccettivi chimici — i metodi di regolazione naturale della fertilità, come quello Billings, nel libro non sono menzionati — e perché nega il sacerdozio femminile. Le autrici rimproverano poi alla Chiesa di provocare la morte di milioni di africani perché si oppone all’uso del preservativo, e di aprire la porta alla pedofilia perché impone la castità ai preti.

Insomma, si sarebbe tentati di dire che l’unica ragione per cui Amandier e Chablis si sentono ancora cattoliche è l’aspirazione al sacerdozio femminile, considerato l’unica possibilità per le donne di migliorare la loro condizione nella Chiesa. Si tratta di una visione piuttosto scontata e stereotipata di femminismo, totalmente dipendente dalle ideologie femministe laiche, incapace di accompagnare le pur condivisibili critiche alla Chiesa con riconoscimenti positivi rivolti sia alla storia che al presente, incapace in sostanza di una visione equilibrata.

E stupisce che questo avvenga proprio oggi, cioè in un momento storico in cui nei Paesi occidentali le conquiste di un femminismo fondato sulla riappropriazione del corpo femminile attraverso la libertà di aborto e di contraccezione — cioè sulla negazione della maternità — è entrato prepotentemente in crisi. Le donne saranno pure libere di abortire, ma hanno perduto il loro potere di procreare, sia perché sono sempre meno fertili, sia perché con i moderni mezzi di procreazione artificiale la maternità è stata spezzata in tre figure (la donatrice di ovulo, la donna che affitta l’utero, la madre “sociale”).

Su questa strada sono previsti in futuro solo passi indietro: fra dieci anni, probabilmente, si potrà sostituire la madre con un utero artificiale, e si potrà controllare la fertilità attraverso un microchip, manovrabile anche da persone diverse dalla donna sulla quale è impiantato. Queste non sono strade di emancipazione, ma piuttosto configurano nuove forme di schiavitù del corpo delle donne — come quella delle donne che affittano l’utero o vendono gli ovuli — e aprono problemi drammatici di definizione dell’identità femminile.

Il fatto che la Chiesa abbia sempre difesa la differenza femminile, e abbia continuato a valorizzare la maternità, in società che la mortificavano, la rende potenzialmente l’istituzione più adatta a difendere le donne da queste derive, ad aiutarle a definire una nuova identità specifica senza paura di perdere la raggiunta parità.

Però, per farlo, la Chiesa dovrebbe accorgersi che le donne esistono, che hanno molte cose da dire e da dare, e che riaprire il dialogo con loro, ascoltarle, potrebbe costituire un momento di rinnovamento positivo e fertile per tutto il mondo cristiano. Altrimenti, rimangono solo la critica sterile e distruttiva e il conseguente ampliarsi di un divario, anche interno, fra donne e istituzione, ben difficile da sostenere da parte di una struttura a vocazione universale, che difende la positività della differenza dei sessi.

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19 marzo 2019

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