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In Madagascar tra bellezza e povertà

· Un film sulla storia di Pedro Opeka ·

Padre Pedro Opeka, missionario sloveno di nascita e argentino di adozione, cercava risposte per capire quale fosse il senso della vita al servizio degli altri e le ha trovate in Madagascar, uno dei paesi più poveri al mondo. Lì vive dal 1975 e dona ogni giorno la sua vita ai più bisognosi. La bellezza del Madagascar, le sue montagne, la sua natura, l’hanno rapito; la povertà estrema della gente lo ha spinto a restare e a lavorare per trasformarla in speranza, dignità e futuro. 

Padre Opeka con alcuni ragazzi del villaggio da lui ricavato da una discarica e dove ora vivono decorosamente ventimila persone

Nel pomeriggio di venerdì 16 novembre, presso la Filmoteca vaticana, a Palazzo san Carlo, è stato presentato il documentario intitolato Pedro Opeka, buon amico, che racconta la vita sul campo e la dedizione nelle periferie del paese africano di questo missionario della congregazione della Missione di san Vincenzo de’ Paoli. Dopo oltre due ore di immagini e di testimonianze si può tracciare una panoramica completa del paese.
Il Madagascar è uno dei paesi più poveri e meno sviluppati al mondo. Le statistiche sono sconfortanti. Il 50 percento della popolazione soffre di denutrizione cronica (è il quarto tasso più alto nel mondo). Circa la metà dei bambini con meno di 5 anni presenta un ritardo nella crescita. È il quart’ultimo paese al mondo in quanto a disponibilità di acqua potabile. E solo il 14 percento degli abitanti ha accesso a strutture sanitarie adeguate, secondo i dati delle Nazioni Unite.
Si caratterizza per la diversità etnica, culturale e biologica, ma anche per la disuguaglianza socioeconomica e il contrasto tra le aree rurali e quelle urbane. A ciò si sommano i danni provocati dal cambiamento climatico, la deforestazione e l’erosione che distrugge i campi. E poi la devastazione generata dalle tensioni politiche interne. Sebbene non abbia mai vissuto una guerra civile, la crisi è costante ormai da anni.
In questo panorama, la missione è un motore di speranza per la popolazione locale, a cui il mondo spesso volta le spalle. «Viviamo tutti sulla stessa terra», racconta Opeka nel documentario e ribadisce che siamo persone, esseri umani uguali, figli di Dio che meritano prima di tutto dignità.
Fin dal suo arrivo nel paese si è messo dalla parte dei più poveri tra i poveri: migliaia di bambini, padri, madri, anziani che rovistavano ogni giorno in immense discariche per raccogliere immondizia e rifiuti da vendere per qualche centesimo. Si è allora riproposto di offrire loro un futuro degno. È convinto che «le parole non bastano». Bisogna mettersi al lavoro.
Ha iniziato costruendo con le sue proprie mani case per le famiglie povere che non ne avevano mai avuto una e che vivevano sotto lo stesso tetto con gli animali, e ha finito col fondare una piccola città: Akamasoa, che in lingua malgascia significa “buoni amici”. In quella che prima era una discarica, ora vivono dignitosamente ventimila persone. Ha poi incentivato la costruzione di strade, ospedali, pozzi per garantire l’acceso essenziale all’acqua potabile. E anche scuole, centri e mense sociali. Per padre Opeka l’educazione è una garanzia. «È il cammino verso un mondo migliore» ricorda nel documentario.
Quando ha avviato il progetto, c’erano migliaia di bambini nelle discariche, che vivevano tra i rifiuti per guadagnare qualche centesimo al giorno. Lì ora ce ne sono sempre di meno e nelle scuole sempre di più. «Sono innocenti, qualcuno deve difenderli e dare loro una vita migliore», dice con forza. La maggior parte dei bambini non ha cibo a sufficienza a casa per cui nella mensa sociale si assicurano che consumi almeno un pasto al giorno. Ogni settimana vengono distribuite tonnellate di riso. «Dà alimento ai nostri corpi e alle nostre anime», commenta un uomo, mentre racconta davanti alla telecamera come il progetto di padre Pedro ha cambiato la sua vita. «Se tutti vivessimo in modo modesto, non ci sarebbe crisi» spiega il missionario. Scomparirebbero tante terribili ingiustizie.
Con lui collaborano centinaia di volontari e lavoratori che dedicano a loro volta la propria vita ai poveri. Sono tre i pilastri del suo progetto: il lavoro, l’educazione e la disciplina. La comunità lavora in una cava dove si estrae pietra per trasformarla in materiale da costruzione e ghiaia per le strade. Tra le altre cose, si dedica anche ad attività artigianali e a progetti di riciclaggio e separazione dei rifiuti.
L’idea di padre Opeka è di fornire alla popolazione gli strumenti necessari, ossia sostegno, educazione, lavoro e formazione, e di suscitare nei poveri un cambiamento di coscienza perché diventino essi stessi artefici della propria prosperità. Con una premessa fondamentale: evitare l’assistenzialismo perenne e i suoi rischi. Insegna loro a vivere con ciò che producono. Inculca in loro il valore del lavoro come motore di dignità, d’indipendenza e come sostrato per intessere una rete di comunità.
Un altro strumento importante è lo sport, un alleato perfetto per infondere valori e creare vincoli nella società, per imparare a sostenersi a vicenda e diventare un esempio per i più giovani. Il calcio è la «passione argentina» del missionario. «Quando giochi ti dimentichi dei problemi», dice mentre insegue il pallone, con al collo la sua inseparabile croce di legno. «Anche lo sport è qualcosa di spirituale, aiuta a trovare un equilibrio tra corpo e spirito». Le messe domenicali di questo missionario carismatico, vitale, energico e deciso riuniscono più di diecimila fedeli.
Alla presentazione del documentario, organizzata dall’ambasciata di Slovenia presso la Santa Sede, e moderata dall’ambasciatore Tomaž Kunstelj, ha partecipato anche l’autore, il giornalista sloveno Jože Možina. Ha spiegato che il video ha riscosso grande successo nella televisione slovena e ha aggiunto che padre Pedro è diventato un «modello per tutto il mondo». Il giornalista ha informato personalmente il missionario della proiezione del suo documentario in Vaticano e questi gli ha chiesto di trasmettere un messaggio: «stiamo costruendo un mondo nuovo, stiamo costruendo popoli di speranza». Možina pensa che il suo sacrificio non è sempre facile, «ma è un trionfo» e un modo molto cristiano di avvicinarsi alla gente. «La Bibbia in generale e il Nuovo Testamento in particolare, sono la sua principale fonte d’ispirazione» ha concluso.
Il Madagascar finora ha ricevuto una sola visita di un pontefice: quella di san Giovanni Paolo ii, dalla quale nel 2019 saranno trascorsi trent’anni. Il cardinale Désiré Tsarahazana, arcivescovo di Toamasina (nel nord del paese) lo scorso mese ha annunciato che il paese è tra le prossime destinazioni di papa Francesco e che i vescovi locali gli hanno chiesto di andarvi. E, in occasione del recente sinodo, ha esposto le dure sfide e la corruzione a cui i giovani malgasci devono far fronte.

di Lorena Pacho Pedroche

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14 ottobre 2019

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