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Dignità da tutelare

· La Santa Sede e la Convenzione dei diritti del fanciullo ·

Il Comitato della Convenzione dei diritti del fanciullo si riunisce dal 13 al 31 gennaio a Ginevra per la sua sessantacinquesima sessione. Obiettivo dell’organismo è esaminare i rapporti che alcuni Stati (Russia, Germania, Portogallo, Yemen) hanno presentato sull’applicazione della Convenzione nel loro territorio. Si tratta di una richiesta per tutti i firmatari — tra cui la Santa Sede, che già nel 1990 ratificò la Convenzione, tra i primissimi a farlo — che hanno l’obbligo di presentare un rapporto sull’applicazione dei principi e delle direttive della Convenzione. 

Il Comitato — ha dichiarato l’arcivescovo Silvano M. Tomasi, capo delegazione della Santa Sede, in un’intervista a Radio Vaticana — «presenta le sue osservazioni sul rapporto, dando così il via a un dialogo tra lo Stato interessato e gli esperti del Comitato stesso». La Santa Sede partecipa in questo esercizio come gli altri Stati, ma soprattutto «lo vede come una buona occasione per riaffermare i valori e le procedure della Convenzione. Un momento utile per far avanzare la protezione dei bambini nel mondo» ha affermato Tomasi.

Come ha spiegato in una nota padre Federico Lombardi, la Santa Sede ha presentato il suo rapporto iniziale il 2 marzo 1994 e il secondo (che formalmente include anche il terzo e il quarto) il 27 settembre 2011. Su queste basi — e dopo aver ricevuto suggerimenti dal gruppo delle organizzazioni non governative che partecipa al cosiddetto procedimento alternativo di valutazione — il Comitato ha proposto alla Santa Sede una serie di domande per ulteriore informazione, con la richiesta non tassativa di rispondere «preferibilmente» entro il 1° novembre 2013. Gli uffici della Santa Sede hanno così continuato a lavorare alle risposte nel mese di novembre, ed esse sono infine state inviate a Ginevra il 30 novembre. La data fissata dal Comitato per l’incontro con la delegazione della Santa Sede, per discutere il rapporto e le risposte integrative è appunto quella di oggi, 16 gennaio.

Sia il rapporto sia le risposte integrative alle domande di ulteriore informazione dedicano un’ampia parte introduttiva a spiegare e precisare la natura particolare della Santa Sede come soggetto di diritto internazionale che aderisce alla Convenzione, in particolare nella sua distinzione e nel suo rapporto con lo Stato della Città del Vaticano — anch’esso parte della Convenzione — e in rapporto alla Chiesa cattolica, come comunità dei fedeli sparsi nel mondo, i cui membri sono sottomessi alle leggi degli Stati dove vivono e operano. L’introduzione si sofferma poi sulla natura particolare e specifica della legge canonica, propria della Chiesa e ben distinta dalle leggi degli Stati.

Alla luce di queste premesse si comprende facilmente l’impostazione delle risposte scritte alle domande: risposte che manifestano piena disponibilità a collaborare al lavoro del Comitato, ma che indicano anche con precisione i limiti della competenza del Comitato stesso e degli impegni assunti dalla Santa Sede con l’adesione alla Convenzione. Non è raro infatti che le domande proposte — soprattutto dove si riferiscono alla problematica degli abusi sessuali su minori — sembrino presupporre che i vescovi o superiori religiosi agiscano come rappresentanti o delegati del Papa, il che è manifestamente privo di fondamento. Così si risponde che le domande su casi particolari di abusi verificatisi in istituzioni cattoliche in diversi Paesi non riguardano il rispetto della Convenzione da parte della Santa Sede, perché si tratta di casi su cui hanno giurisdizione, in base alle proprie leggi, i Paesi dove gli abusi si sono verificati. Analogamente, la Santa Sede non è tenuta, in forza della Convenzione, a rispondere a domande di informazione relative a procedimenti trattati in base alla legge canonica.

Ampie ed efficaci sono pure le parti del rapporto e le risposte dedicate alla non discriminazione delle bambine rispetto ai bambini, come pure dei bimbi nati al di fuori delle unioni matrimoniali. Tutto è ispirato alla visione cattolica del rispetto della dignità della persona umana in ogni fase dell’esistenza; del rifiuto di ogni discriminazione in base al sesso, già a partire dalla gravidanza e dall’infanzia; della dignità della famiglia, fondata sul matrimonio fra uomo e donna, e degli stretti rapporti fra i diritti del fanciullo e i diritti e doveri dei genitori; della visione profonda e integrale dell’educazione all’amore, assai più ampia di una limitata educazione sessuale; del rifiuto di un’ideologia del gender, che neghi il fondamento oggettivo della differenza e complementarità dei sessi e diventi fonte di confusione anche in campo giuridico e nella interpretazione della Convenzione stessa.

Del resto è ben noto l’impegno sempre profuso della Chiesa a favore dell’infanzia. Come ha sottolineato l’arcivescovo Tomasi nell’intervento svolto durante la seduta del comitato. «Molte istituzioni cattoliche nel mondo — ha ricordato — sono impegnate ad assicurare un’ampia gamma di importanti servizi sociali, sanitari ed educativi, accompagnando così le famiglie nella formazione e nella protezione dell’infanzia». Basti pensare alla rete di scuole cattoliche di ogni ordine e grado costituite dagli ordini religiosi, dalle diocesi e dalle parrocchie che garantiscono un’educazione «a oltre cinquanta milioni di ragazzi in tutto il mondo, spesso in aree rurali e tra le fasce di popolazione più marginalizzate».

Violenza e sfruttamento ai danni dell’infanzia non possono mai trovare giustificazione, sia che avvengano a casa, a scuola, nelle comunità sportive, che nelle organizzazioni e nelle strutture religiose. Ma questa, come ha sottolineato Tomasi, è la posizione consolidata della Santa Sede. Lo si comprende dagli interventi di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e ora di Papa Francesco, che ha annunciato la creazione della Commissione per la protezione dei minori. Per promuovere l’inviolabile dignità dei minori, nel corpo, nella mente e nello spirito.

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