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In difesa
di Erodoto

· Pubblicata l’edizione critica del settimo libro delle «Storie» ·

Busto erodoteo

A differenza di Tucidide, unanimemente apprezzato fin dall’antichità e innalzato al vertice della gerarchia storiografica dai classicisti moderni, estimatori della sua lucida, disincantata Weltanschauung, della sua “scientificità” e della sua pregnanza stilistica, Erodoto ha riscosso attraverso i secoli giudizi alquanto controversi.

Aristotele, fustigatore di sue reali o presunte inesattezze nella descrizione di fenomeni naturali, lo definì mythológos (narratore di miti), con ciò ridimensionando lo spessore realistico-documentale delle sue Storie (Historiai, propriamente indagini), che i bibliotecari alessandrini avrebbero poi suddiviso in nove libri, a ciascuno associando il nome di una Musa. Una stoccata contro la supposta inattendibilità delle sue ricostruzioni gli fu inferta da Plutarco, nel trattato La malevolenza di Erodoto: il poligrafo nativo di Cheronea in Beozia non gli perdonava, per risentimento patriottico, la critica allo scarso contributo militare, non privo di ambiguità, offerto dai tebani alla coalizione ellenica durante le guerre persiane (499-479 prima dell’era cristiana) e gli rimproverava un eccesso di zelo filo-ateniese.

Un positivo contrappasso venne dalla latinità: Cicerone lo insignì del titolo di pater historiae, a significare il fondamentale salto di qualità impresso all’indagine storica da colui che aveva saputo varcare il limite localistico, genealogico, mitografico dei logográphoi del VI-V secolo, con capofila Ecateo di Mileto. E se suonava riduttiva l’accentuazione dell’aspetto favolistico (innumerabiles fabulae), sotto il profilo retorico lo stesso Cicerone, nell’Orator, espresse la sua stima in chiave di similitudine fluviale: quasi sedatus (pacato) amnis fluit.

Perché si cominciasse a rendere giustizia alla statura letteraria di Erodoto dopo altre oscillazioni tardoantiche, si dovettero attendere, al di là dell’oblio medievale, le prime traduzioni in latino — a opera di Lorenzo Valla, nel 1474 — e in italiano, a firma di Matteo Maria Boiardo, nel 1533. Si fece così strada, fino all’assegnazione di un seggio ormai stabile accanto a Tucidide nel “parlamento” dei classici greci, una valutazione finalmente integrata, per così dire interattiva, dei tre registri che si fondono nel variegato percorso delle Storie: quello specificamente storiografico, quello geo-etnografico e quello aneddotico. In particolare, il secondo prevale nei libri I (con baricentro nella Lidia del re Creso sottomessa da Ciro, iniziatore dell’espansionismo persiano), II (conquista dell’Egitto da parte di Cambise, con ampio lògos dedicato alla civiltà egizia), III (strutturazione interna dell’impero persiano, articolato in satrapie, e scorcio aperto verso l’India), IV (campagne militari di Dario nella Libia e soprattutto nella Scizia, semisconosciuta terra settentrionale, soggetto di un documentario ante litteram, a illustrazione della sua esotica fisionomia antropo-culturale).

Di maggiore consistenza storica risultano gli ultimi cinque libri, che vertono sul ventennio del conflitto greco-persiano: il V culmina con la rivolta delle pòleis ioniche in Asia Minore e la sua repressione da parte di Dario; il VI con la prima spedizione dei “barbari” in Grecia, respinta grazie alla vittoriosa battaglia di Maratona (490 prima dell’era cristiana); il VII e l’VIII con la seconda, massiccia invasione persiana, “tamponata” dalla gloriosa sconfitta spartana alle Termopili e dalla strategica vittoria navale nelle acque di Salamina (480), per merito essenziale degli ateniesi di Temistocle; mentre la decisiva battaglia di Platea (479) occupa il segmento finale dell’viii e la parte iniziale del IX libro, che registra la definitiva disfatta di Serse e della sua decimata armada invencible.

Quanto all’onnipresente filone aneddotico-digressivo, destinato ad alleggerire la pressione del flusso evenemenziale, basterà accennare ai due excursus più celebri, collocati rispettivamente all’inizio e alla fine dell’opera: da un lato la vicenda, all’insegna della fatale polarità èros-thànatos, di Candaule che, orgoglioso della bellezza di sua moglie, la espone nuda alla vista di Gige e finisce così per consegnarsi inconsapevole alla mortale vendetta della donna; dall’altro, la divorante passione amorosa di Serse per una figlia del fratello Masiste, con conseguenze ancora più funeste.

Le dimensioni considerevoli del capolavoro erodoteo indussero la Fondazione Lorenzo Valla e il partner Mondadori — quando, negli anni ottanta del Novecento, vararono in sinergia l’edizione critica con traduzione integrale, introduzioni e commenti specialistici — a “lottizzare” i nove volumi previsti affidandone la curatela a cinque studiosi italiani (Corcella, Fraschetti, Medaglia, Nenci, Vannicelli), all’israeliano Asheri e all’inglese Lloyd. Tra il 1988 e il 2006 si sgranò ininterrotta la pubblicazione di otto volumi. Unico a rimanere in cantiere il settimo della serie, giunto in libreria solo di recente, nel marzo 2017: Erodoto, Le storie, Libro vii: Serse e Leonida, a cura di Pietro Vannicelli, testo critico di Aldo Corcella, traduzione di Giuseppe Nenci (pagine CIV-624, euro 35). Come in ogni settore delle Storie, anche in questo settimo “episodio” Erodoto mantiene fede al suo manifesto iniziale: «Questa — si legge nel proemio (vol. I, p. 7) — è l’esposizione delle ricerche di Erodoto di Alicarnasso, perché gli eventi umani non svaniscano con il tempo e le imprese grandi e meravigliose, compiute sia dai greci sia dai barbari, non restino senza fama».

di Marco Beck

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24 gennaio 2020

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