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In difesa della relazione materna

· «L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto» di Luisa Muraro ·

L’ennesimo no di un’autorevole esponente del pensiero femminista alla maternità surrogata, ma soprattutto una lucida e appassionante lettura sulla «realtà che cambia». Fedele alla propria vocazione, nel suo ultimo libro — L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (Brescia, Editrice la Scuola, 2016, pagine 86, euro 8,50) — Luisa Muraro lascia sullo sfondo l’acceso dibattito politico e legislativo in corso e trasforma il tema della gravidanza per interposta persona in un paradigma (negativo) sul senso generale della società contemporanea. Paradigma non per filosofe, ma per tutti, che si accompagna a un appello cogente: «Svegliamoci e mettiamoci a pensare». Ovvero: ricordiamo la storia e guardiamo al futuro, prevedendo gli sviluppi delle nostre scelte («abbiamo l’immaginazione» per farlo). «Qui non si tratta di proibire — scrive Muraro — si tratta di non sbagliare». Se la storia ci insegna che «non bisognava prendere la strada di fabbricare armi atomiche negli anni Quaranta» e che l’eugenetica è nata con le migliori intenzioni, la preoccupazione per il futuro impone un interrogativo: «L’idea di istituire un mercato per le creature del corpo femminile fecondo, che conseguenze potrebbe avere?». E che conseguenze sta già avendo?

Angela Manai, «Maternità» (2012)

Per raggiungere l’attuale livello di civiltà siamo passati dalla lotta per l’abolizione della schiavitù e dalle conquiste del femminismo. La maternità surrogata torna pericolosamente indietro (o peggio: imbocca una strada senza sbocco) su entrambi i fronti. Respingendo con forza l’accusa di incoerenza rivolta alle femministe che si oppongono alla pratica dell’utero in affitto, sul secondo fronte Muraro precisa: la surrogazione si traduce in una nuova forma di soggezione delle donne e criticarla è pienamente in linea con l’impegno femminista per la libertà.

Il primo tema su cui riflettere anche in questo ambito paradigmatico è la «potenza formidabile» e spaventosa dei soldi che non solo «servono a comprare delle cose» (la disponibilità di una donna, le grosse quote degli intermediari, le spese di una clinica, i viaggi all’estero), ma anche a «istituire una legalità» e a creare un ordine costituito, quello del mercato, dove il contratto commerciale si configura come un’autorizzazione a procedere. Il mercato e la tecnica, nella procreazione e nella civiltà in genere, «sono sempre meno dei mezzi a nostra disposizione e sempre più tendono a diventare dei padroni».

La seconda parte del volume è dedicata alla relazione materna, scambio di vita che, sin dal concepimento, si instaura tra due esseri umani: «quello che viene al mondo e quello che ve lo accompagna». Uno scambio, dal profondo valore simbolico, che domanda di andare avanti senza interrompersi anche dopo la nascita e che serve non solo al bambino, ma anche alla donna per sentirsi e diventare madre. Se tale relazione s’interrompe per un imprevisto o un incidente come succede continuamente, la creatura saprà ricostruirla con un’altra persona adulta «animata dall’esigenza interiore di subentrare alla madre naturale», ma — si chiede Muraro — «possiamo accettare che l’interruzione venga programmata senza necessità?». Si tratta di una differenza fondamentale che ha dei risvolti concreti sulla vita di chi viene al mondo. Il solco che separa l’adozione dalla nascita per surrogazione è segnato dalla «questione delle origini». Spontaneo e vitale per ogni essere umano è infatti il desiderio di sapere cosa ci sia stato prima. Chi ci sia stato prima. Sulle risposte a questi interrogativi si costruisce la personalità adulta. La creatura nata da una gravidanza surrogata è destinata spesso a restare senza risposte e — si chiede ancora Muraro — «capirà? Perdonerà? Capirà il desiderio, forse, ma, temo, non l’artificio della separazione» che impedisce la sua ricerca di senso nel passato.

di Silvia Gusmano

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17 settembre 2019

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