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Il ritorno sulla scena internazionale

· Achille Ratti secondo Marcel Launay ·

Negli anni milanesi Achille Ratti fu cappellano di un manipolo di suore francesi della Congregazione di «Notre-Dame au Cénacle», fondata nei primi decenni dell’Ottocento da Thérèse Couderc e dal gesuita Etienne Terme, con lo scopo di promuovere gli esercizi spirituali e di collaborare col clero nell’insegnamento catechistico. Fu l’arcivescovo Luigi Nazari di Calabiana, nel 1882, ad affidare la piccola comunità al venticinquenne Ratti («questa sarà la tua parrocchia»), mentre alle suore, forse stupite dall’età del nuovo cappellano, assicurò che l’incaricato era giovane ma aveva la maturità di un vecchio. Nel lungo rapporto, orale e scritto, Ratti usava il francese, mostrando sin d’allora la versatile propensione per le lingue che fu uno dei motivi della scelta di Benedetto XV di inviarlo in Polonia (le oltre duecento lettere con le suore del Cenacolo, dal 1884 al 1921, sono state pubblicate nel 2010 da Franco Cajani). 

Pio xi con Guglielmo Marconi

Forse fu questa la premessa, cronologica e affettiva, del rapporto intenso e particolare con la Francia del pontefice che amava l’intrepida e animosa Giovanna d’Arco, che canonizzò il curato d’Ars (1925), Teresa di Lisieux (1925) e Bernadette Soubirous (1933), che condannò l’Action française di Charles Maurras (1926). Forse è questo uno dei motivi della costante attenzione della storiografia francese per la figura del Papa, dalle prime biografie di Georges Goyau (1937) e René Fontenelle (1939) a quelle più recenti di Jean Daujat (1995) e Yves Chiron (2004), dalla monografia di Marc Agostino su Pio xi e l’opinione pubblica (1991) agli atti dei convegni dell’École française de Rome su Pio xi (1996) e sul governo pontificio sotto il suo pontificato, fra pratiche romane e prospettive universali (2013).
Esce ora in Francia una nuova biografia di Papa Ratti, che si giova del rinnovamento delle ricerche seguito all’apertura alla consultazione degli studiosi, nel settembre 2006, dei documenti dell’Archivio Vaticano per il suo pontificato (Marcel Launay, Pie XI. Le pape de l’Action catholique, Paris, Les Éditions du Cerf, 2018, pagine 238, euro 20). Docente emerito di Storia contemporanea all’Università di Nantes, l’autore ha al suo attivo numerosi libri: sul clero rurale nel xix secolo (1986), sui cattolici negli Stati Uniti (1991), sul papato all’alba del XXsecolo, a proposito dei pontificati di Leone XIII e Pio X (1997), sulla Chiesa e le sfide europee nel XX secolo (1999). Nel 2015 ha pubblicato una biografia di Benedetto XV, Un pape pour la paix. Con il volume su Pio XI Launay prosegue dunque una rivisitazione, intelligente ed efficace, dei primi papi del Novecento.
L’intento è di sintesi e di divulgazione. Senza note, chiusi da una cronologia e una bibliografia, i dieci capitoli ripercorrono l’itinerario umano di Achille Ratti, dalla nativa Brianza alla Biblioteca Ambrosiana, dalla Biblioteca Vaticana alla Polonia e al brevissimo episcopato milanese. Raptim transit. Comprensibilmente, otto dei dieci capitoli sono dedicati al pontefice e del pontificato si analizzano con cura i molteplici aspetti: il governo della Chiesa, sotto il segno della romanizzazione e della centralizzazione, con il programma di riportare Cristo efficacemente al centro della storia (la prima enciclica, Ubi arcano Dei , 23 dicembre 1922); il rapporto con la società; l’impegno per la scienza cattolica, mentre sembravano spegnersi gli echi del modernismo e si fondava la Pontificia Accademia delle Scienze; lo slancio missionario, che privilegiò l’Asia e la Cina; il «miraggio» unionista nelle relazioni con le altre chiese cristiane; la politica concordataria; l’atteggiamento nei confronti dell’ordine internazionale e la contrapposizione ai molteplici attacchi e ai multiformi totalitarismi che minacciavano la Chiesa e il mondo, dal Messico di Plutarco Elías Calles alla Spagna della guerra civile, dall’Unione Sovietica alla Germania nazista, all’Italia fascista.
Come Pio x alla vigilia del «guerrone», anche Pio XI visse i suoi ultimi mesi nel cupo presentimento di «un crollo che avrebbe superato ogni immaginazione, un’indicibile catastrofe». Il mondo correva senza freni verso il precipizio e l’energico volontarismo del Papa non poteva far nulla per impedirlo. Ma il 10 febbraio 1939 non si spegneva un lottatore sconfitto dalla storia. Fra le tante, due voci francesi sintetizzarono con acutezza lo sforzo coerentemente perseguito.
Il gesuita Gaston Fessard salutò nel Papa «il difensore della libertà umana tutta intera», mentre il cardinal Baudrillart lo definì «il grande difensore della giustizia, della verità, del diritto della persona umana, e soprattutto della pace». Nel crepuscolo della civiltà, sull’orlo dell’abisso, il Papa aveva così seminato per il futuro.
Launay nota, in sede di bilanci, il ritorno della Chiesa sulla scena internazionale con un’energia e una vitalità sconosciute prima del pontefice che, «grazie a una felice esperienza personale», sapeva quanto le relazioni diplomatiche potessero contribuire a quella «pace universale che è l’aspirazione di tutte le anime e di tutti i popoli». Se la politica concordataria, che mirava a preservare la vita religiosa dei fedeli, non portò tutti i frutti sperati, una nuova generazione di personalità, anche diverse fra loro, maturò sotto il segno del pontificato e della regalità di Cristo: con «i Tisserant, Roncalli, Maglione, Tardini, Ottaviani o Montini, e cominciando dal più celebre fra di loro, il cardinal Pacelli», il Papa «lasciava una Chiesa in cammino», confortata e animata dal progetto della ri-cristianizzazione della società, rafforzata dal ruolo dell’Azione Cattolica, i cui frutti diventeranno sensibili solo dopo il grande diluvio della seconda guerra mondiale.

di Paolo Vian

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20 agosto 2018

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