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Difendere
la dignità del lavoro
e dei lavoratori

· Messaggio del Pontefice alla Conferenza internazionale di Ginevra ·

In occasione del centenario dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) a Ginevra, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, ha portato all’assemblea dei delegati un messaggio di Papa Francesco. Il testo — che pubblichiamo di seguito in una traduzione dall’inglese — è stato letto mercoledì 18 giugno, durante la 108ª Conferenza internazionale del lavoro, dedicata al tema «Costruire un futuro per un lavoro dignitoso», che si è svolta dal 10 al 21.

Ai partecipanti alla 108a sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro 10-21 giugno 2019, Ginevra

Saluti

È un onore e una gioia per la Santa Sede partecipare a questa 108a assemblea dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Rivolgo un ringraziamento particolare al Direttore Generale, il signor Guy Ryder, che mi ha gentilmente invitato a presentare questo messaggio, e che mi ha invitato — in diverse occasioni — a visitare gli uffici dell’Ilo a Ginevra, invito che spero di poter accettare non appena i miei impegni me lo consentiranno.

Al fine di esprimere la mia gratitudine e il mio apprezzamento per la vitalità della vostra istituzione ormai centenaria, ma ancora giovane, vorrei iniziare col sottolineare l’importanza che il lavoro ha per l’umanità e per il pianeta. Nonostante tutti i nostri sforzi a favore della costruzione della pace, della giustizia sociale e degli standard lavorativi (1), ci troviamo tuttora di fronte a gravi problemi di disoccupazione, sfruttamento, tratta di esseri umani e lavoro schiavo, salari ingiusti, ambienti lavorativi insalubri, impoverimento degli ambienti naturali, e metodi tecnologici e pratiche discutibili.

Lavoro e realizzazione personale e socio-ecologica

Il lavoro non è soltanto qualcosa che facciamo in cambio di qualcos’altro. Il lavoro è prima di tutto e anzitutto «una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale» (2). Ha anche una dimensione soggettiva. È un’espressione del nostro essere creati a immagine e somiglianza di Dio, il lavoratore (Gn 2, 3). Pertanto, «[s]iamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione» (3).

Oltre a essere essenziale per la realizzazione della persona, il lavoro è anche fondamentale per lo sviluppo sociale. Il mio predecessore san Giovanni Paolo II lo ha espresso molto bene quando ha spiegato che «lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri»; e come suo frutto, il lavoro offre «occasione di scambi, di relazioni e d’incontro» (4). Ogni giorno milioni di persone cooperano allo sviluppo attraverso le loro attività manuali o intellettuali, nelle grandi città o nelle aree rurali, con compiti sofisticati o semplici. Tutte sono espressione di un amore concreto per la promozione del bene comune, di un amore civile (5).

Nondimeno, la nostra vocazione al lavoro è anche inestricabilmente collegata al modo in cui interagiamo con il nostro ambiente e con la natura. Siamo chiamati a lavorare, a «coltivare e custodire» il giardino del mondo (cfr. Gn 2, 15), vale a dire a coltivare il suolo della terra per soddisfare i nostri bisogni, senza dimenticare di prendercene cura e proteggerla (6). Il lavoro è un cammino di crescita, ma solo se è una crescita integrale che contribuisce all’intero ecosistema della vita: agli individui, alle società, al pianeta.

Pertanto, il lavoro non può essere considerato come una merce o un mero strumento nella catena di produzione di beni e servizi (7). Piuttosto, poiché è la base per lo sviluppo umano, il lavoro ha la priorità su ogni altro fattore della produzione, compreso il capitale (8). Da qui l’imperativo etico di «difendere i posti di lavoro» (9) e di crearne di nuovi in proporzione alla crescita della fattibilità economica (10), nonché di assicurare la dignità del lavoro stesso (11).

Creare e difendere i posti di lavoro oggi

Tuttavia, basta uno sguardo franco ai fatti per vedere che, molto spesso, il lavoro purtroppo impedisce la realizzazione umana e non serve a coltivare e custodire il creato di Dio o ad accrescere la dignità dei lavoratori. Dunque, che genere di lavoro dovremmo difendere, creare e promuovere?

È una questione complessa. Nel mondo interconnesso di oggi, rispondere alla complessità delle questioni del “lavoro” esige un’analisi profonda e interdisciplinare. Apprezzo gli approcci dell’Ilo a tale riguardo, specialmente il suo attuale tentativo di ridefinire il lavoro alla luce delle nuove realtà socio-economiche e politiche, soprattutto quelle che colpiscono i poveri. Grazie anche perché consentite alla Chiesa di far parte di questa iniziativa attraverso il ruolo dell’Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Ilo (12).

Quando un modello di sviluppo economico si basa solo sulla dimensione materiale della persona, o quando reca benefici solo ad alcuni con l’esclusione di altri, o quando danneggia l’ambiente, provoca «i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta» (13). La nuova rotta per uno sviluppo economico sostenibile deve porre la persona e il lavoro al centro dello sviluppo, cercando al tempo stesso di integrare le questioni lavorative con quelle ambientali. Tutto è interconnesso e dobbiamo rispondere in modo comprensivo (14).

Contributo della prima serie di tre “t

Un contributo valido a questa risposta integrale è ciò che alcuni movimenti sociali e sindacati di lavoratori hanno definito le tre “t” (tierra, techo, trabajo): terra, tetto e lavoro (15). Non vogliamo un sistema di sviluppo economico che spinge le persone a essere disoccupate, senza tetto o esiliate. «[L]a terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti» (16) ed «essere partecipati equamente a tutti» (17). Tale aspetto assume una particolare importanza in relazione al possesso della terra, tanto nelle aree rurali quanto in quelle urbane, e al processo legale per garantire l’accesso ad essa (18). A questo proposito, il criterio di giustizia per eccellenza è l’applicazione del principio della «destinazione universale dei beni» della terra, dove «il diritto universale al loro uso» è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale» (19).

Fortunato Depero, «Il legnaiolo»

L’interdipendenza tra lavoro e ambiente ci impone di ripensare i tipi di lavoro che vogliamo promuovere in futuro e quelli che devono essere sostituiti o rilocati, come le attività dell’inquinante industria dei combustibili fossili. È imperativo passare dal modello attuale di energia fossile a uno più rinnovabile se vogliamo prenderci cura di nostra madre terra, senza la quale non c’è alcun lavoro possibile. Ma è ingiusto se questo passaggio energetico viene condotto a spese dei bisognosi. Mentre promoviamo e difendiamo i posti di lavoro, dobbiamo tener conto del collegamento tra “tetto, terra e lavoro” (20).

Contributo della seconda serie di tre “t

Un altro contributo a una risposta comprensiva alle questioni attuali che riguardano il lavoro è dato da un’altra serie di tre “T”: più precisamente tradizione, tempo e tecnologia.

La parola tradizione deriva dal latino “tradere”; significa trasmettere ad altri, consegnare, specialmente alle generazioni successive. Nel campo del lavoro, dobbiamo trasmettere non soltanto il “know-how” tecnologico, ma anche le esperienze, le visioni e le speranze. Questa dinamica intergenerazionale è fondamentale nel momento presente della storia, in cui dobbiamo combinare la saggezza con la passione per il bene dell’umanità e della nostra casa comune.

In termini di tempo, sappiamo che «[l]a continua accelerazione dei cambiamenti» e «[..]l’intensificazione dei ritmi di vita e di lavoro» non contribuiscono allo sviluppo sostenibile o al miglioramento della qualità della vita delle persone (21). Dobbiamo smettere di concepire il tempo in modo frammentato, come una semplice dimensione usa e getta e costosa degli affari. In realtà, il tempo è un dono (di Dio) da ricevere, apprezzare e valorizzare, in cui possiamo dare inizio a processi di promozione umana, in cui possiamo essere attenti alla vita che ci circonda. È per questo che abbiamo bisogno di tempo per lavorare, e abbiamo bisogno di tempo per riposare; abbiamo bisogno di tempo per faticare e abbiamo bisogno di tempo per contemplare la bellezza dell’opera umana e della natura (22). Abbiamo bisogno di tempo per rallentare e comprendere l’importanza di essere presenti nel momento invece di continuare a correre verso il momento successivo.

Sappiamo anche che la tecnologia, dalla quale riceviamo così tanti benefici e opportunità, può impedire lo sviluppo sostenibile quando è associata a un paradigma di potere, dominazione e manipolazione (23). Nell’attuale contesto della quarta rivoluzione industriale, caratterizzata da questa tecnologia digitale rapida e raffinata, dalla robotica e dall’intelligenza artificiale (24), il mondo ha bisogno di istituzioni come l’Ilo. Voi avete la capacità di sfidare una diffusa mentalità tossica alla quale non importa se c’è un degrado sociale o ambientale; alla quale non importa cosa o chi viene usato e scartato; alla quale non importa se ci sono il lavoro forzato dei bambini o la disoccupazione giovanile (25).

Come sostiene il tema della Giornata mondiale contro il lavoro minorile 2019 dell’Ilo, «I bambini non dovrebbero lavorare nei campi, ma sui sogni!» (26).

In quanto ai giovani, «la mancanza di lavoro recide nei giovani la capacità di sognare e di sperare e li priva della possibilità di dare un contributo allo sviluppo della società» (27). La disoccupazione giovanile e l’insicurezza del lavoro sono spesso collegate a una mentalità economica di sfruttamento del lavoro e dell’ambiente, con una cultura tecnocratica che non pone al suo centro l’essere umano, e con la mancanza di volontà politica di affrontare in profondità questa complessa questione (28). Non sorprende, quindi, che i giovani esigano un cambiamento e «si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi» (29). Dobbiamo ascoltare la generazione dei giovani al fine di rispondere all’atteggiamento di dominio attraverso un atteggiamento di cura: cura per la terra e per le generazioni future. È «una questione essenziale di giustizia [e di giustizia intergenerazionale], dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno» (30).

Un’istituzione globale come l’Ilo è ben attrezzata per promuovere, accanto alla Chiesa, una tale mentalità di cura, inclusione e vero sviluppo umano. Per questo dobbiamo favorire e difendere i posti di lavoro, tenendo al tempo stesso conto di questo collegamento tra tradizione, tempo e tecnologia (31).

Conclusione

Nell’odierno mondo interconnesso e complesso, dobbiamo sottolineare l’importanza di un lavoro buono, inclusivo e dignitoso. È parte della nostra identità umana, necessario per il nostro sviluppo umano e vitale per il futuro del pianeta. Pertanto, mentre elogio il lavoro svolto dall’Ilo nell’ultimo secolo, incoraggio tutti coloro che servono l’istituzione a continuare ad affrontare la questione del lavoro in tutta la sua complessità. Abbiamo bisogno di persone e istituzioni che difendano la dignità dei lavoratori, la dignità del lavoro di ognuno, e il benessere della terra, nostra casa comune!

Che Dio vi benedica tutti!

Dal Vaticano, 10 giugno 2019


1) Cfr. Organizzazione Internazionale del Lavoro, Costituzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (1919), Preambolo.
2) Lettera Enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015), n. 128; AAS 107 (2015), 808.
3) Ibid.
4) Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 273.
5) Cfr. Lettera Enciclica Laudato si’, n. 131; AAS 107 (2015), 937-938

6) Cfr. Ibid., n. 67; AAS 107 (2015), 873-874.
7) San Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Laborem exercens (14 settembre 1981), n. 7; AAS 73 (1981), 592-594.
8) Cfr. Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.
9) Esortazione Apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 203; AAS 105 (2013), 1105.
10) Cfr. Ibid., n. 204; AAS 105 (2013), 1105-1106.
11) Cfr. Ibid., n. 205; AAS 105 (2013), 1106.
12) Vedi, tra gli altri, il progetto: The Future of Work, Labour After Laudato si’.
13) Laudato si’, n. 53; AAS 107 (2015), 868.
14) Cfr. Ibid., nn. 16, 91, 117, 138, 240; AAS 107 (2015), 854-855, 883-884, 894, 902-903, 941-942.
15) Cfr. Discorso ai partecipanti al 3° incontro mondiale dei movimenti popolari, 5 novembre 2016.
16) Laudato si’, n. 93; AAS 107 (2015), 884-885.
17) Concilio ecumenico Vaticano II, Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, n. 69.
18) Cfr. Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 283.
19) Laudato si’, n. 93; AAS 107 (2015), 884-885.
20) Cfr. Lettera in occasione della Conferenza internazionale «Dalla Populorum progressio alla Laudato si’», 23 novembre 2017.
21) Laudato si’, n. 18; AAS 107 (2015), 854.
22) Cfr. Ibid., n. 12; AAS 107 (2015), 852.
23) Cfr. Ibid., nn. 102-114; AAS 107 (2015), 887-893.
24) Cfr. J. Manyika, «Technology, Jobs, and the Future of Work», Rapporto del McKinsey Global Institute preparato per il Fortune-Time Global Forum, Città del Vaticano, dicembre 2016.
25) Sebbene il numero di minori impiegati di età dai 5 ai 14 anni stia diminuendo, ciò sta accadendo troppo lentamente. Con ancora più di 100 milioni di minori che lavorano, è improbabile che possiamo raggiungere l’obiettivo di porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme entro il 2025. Inoltre, sebbene il tasso di disoccupazione a livello globale sia diminuito, oltre 170 milioni di persone sono ancora disoccupate. In più, le probabilità d’impiego di donne, persone con disabilità e giovani (di età compresa tra i 15 e i 24 anni) continuano a essere molto basse (per esempio, un giovane su cinque non lavora, non va a scuola e non segue una formazione). Cfr. Organizzazione internazionale del lavoro, World Employment Outlook – Trends 2019 (13 febbraio 2019).
26) Organizzazione Internazionale del Lavoro, Tema della Giornata mondiale contro il lavoro minorile 2019 (12 giugno 2019).
27) Esortazione Apostolica Christus vivit (25 marzo 2019), n. 270.
28) Cfr. Ibid. n. 271; Laudato si’, nn. 4, 106, 109, 149, 166; AAS 107 (2015), 848, 889-890, 891, 907, 913-914.
29) Laudato si’, n. 13; AAS 107 (2015), 852.
30) Ibid., n. 159; AAS 107 (2015), 911.
31) Cfr. Lettera in occasione della Conferenza internazionale «Dalla Populorum progressio alla Laudato si’», 23 novembre 2017.

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