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Dietrofront sullo yuan

· Secondo una nota dell’istituto, un apprezzamento della valuta cinese non avrebbe effetti sul deficit americano ·

La Fed smentisce Bernanke

«Sullo yuan i cinesi hanno ragione». La dichiarazione, questa volta, non arriva dalle stanze del potere a Pechino né da qualche organo di stampa asiatico, ma direttamente dalla Federal Reserve, la banca centrale americana. Dopo mesi di critiche e attacchi alla politica monetaria del Dragone, l’istituto ha rivisto il proprio giudizio: «I cinesi — si legge in una recente pubblicazione della Fed sulle tendenze economiche internazionali — hanno ragione quando affermano che il deficit statunitense riguarda i risparmi e gli investimenti degli americani, e che un apprezzamento dello yuan non avrebbe alcun effetto su di esso».

Parole in controtendenza con quanto affermato dal presidente della Fed, Ben Bernanke, solo pochi giorni fa. Bernanke, infatti, ha chiesto esplicitamente ai cinesi di rivedere i tassi di cambio, in linea con le perplessità espresse anche dal segretario al Tesoro, Timothy Geithner, nella sua recente visita in Brasile. Le dichiarazioni espresse nella pubblicazione sono state subito corrette dalla Fed di Saint Louis, che ha precisato ch’esse non riflettono in alcun modo la posizione ufficiale dell’istituto. «Uno yuan più forte — si legge nella pubblicazione — sarebbe un vantaggio per i consumatori cinesi e per i produttori americani, ma non avrebbe alcun effetto a livello globale sul deficit commerciale».

A chiedere una riforma del sistema monetario internazionale è stato, ieri, il Fondo monetario internazionale (Fmi). Il direttore generale del Fondo, Dominique Strauss-Kahn, ha sottolineato che la volatilità dei tassi di cambio «può non essere mai interamente eliminata, ma si possono trovare altre vie per mitigare gli effetti avversi». Strauss-Kahn ha chiesto inoltre che lo yuan venga inserito nel paniere di valute che aderiscono agli Sdr ( Special Drawing Right ), la moneta creata dall’Fmi nel 1969.

Sul fronte statunitense, migliorano le previsioni sul deficit, che a gennaio è cresciuto meno del previsto. Il deficit di bilancio, calcolato su base mensile, è salito a quota 49,80 miliardi di dollari, contro i 42,63 miliardi di un anno fa. Si tratta comunque di un dato notevolmente migliore delle attese degli analisti, che stimavano un rosso di settanta miliardi.

Aumenta, intanto, il valore dollaro nei confronti del franco svizzero e soprattutto dello yen giapponese. Gli analisti indicano quattro fattori alla radice dell’apprezzamento. Anzitutto, dati macroeconomici deboli all’estero: segnali negativi dall'Australia, dalla Svizzera e dal Canada hanno fatto aumentare gli acquisti di dollari americani. A questo si è aggiunto poi un miglioramento dell'economia americana, soprattutto sul piano occupazionale grazie al calo delle richieste di sussidi di disoccupazione. Fino a quando lo stato occupazionale non andrà migliorando, gli acquisti di asset programmati da parte della Fed continueranno. Tuttavia, se i disoccupati dovessero ancora diminuire, la Banca centrale potrebbe tornare sui suoi passi e cambiare strategia finanziaria, rivedendo il piano di allentamento quantitativo che tanto ha fatto discutere. Il terzo fattore — dicono gli esperti — è l'avversione al rischio, a causa dei rumors su un possibile peggioramento della crisi del debito europea. Infine, l'ultimo fattore della salita del dollaro sono le proteste in Egitto e il rischio di un riaccendersi improvviso delle tensioni in Vicino Oriente.

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26 agosto 2019

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