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Nabokov, un critico mai banale

È fra le scapole che si trova il vero piacere artistico. Di conseguenza se il lettore non avverte lì quel brivido rivelatore, vuol dire che il libro che è davanti ai suoi occhi non è degno né di nota né di lode. Partendo da questo assioma lo scrittore e saggista russo, naturalizzato statunitense, Vladimir Nabokov, operò, nel corso della sua carriera letteraria, una perentoria scrematura delle opere meritevoli di essere poste, una volta lette, sugli scaffali, di una casa o di una biblioteca: ma non certo per essere dimenticate. Al contrario, per essere di nuove consultate quando, usava dire lo scrittore, «la mente sente invincibile il desiderio di alimentarsi con cose belle, che non tramontano mai». Dal naufragio provocato da una critica sferzante, non di rado impietosa, si sono salvati pochi autori, i quali vengono celebrati — non senza qualche riserva venata di caustica ironia, — nel libro Lezioni di letteratura (Milano, Adelphi, 2018, pagine 526, euro 26). Con la traduzione di Franca Pece, è riproposta la raccolta di appunti curata da Nabokov per le lezioni da lui tenute al Wellesley College e poi alla Cornell University, negli Stati Uniti: raccolta pubblicata per la prima volta, in inglese, nel 1980. Non è mai banale, Nabokov, nelle sue affermazioni. E in poche frasi, in cui lampeggia un’ironia al contempo discreta e incisiva, viene colta l’essenza del libro posto sotto il vaglio della critica. A proposito di Mansfield Park di Jane Austen, annota: «È l’opera di una signora e il gioco di una bambina. Ma da quel cestino di lavoro esce uno squisito ricamo artistico, e in quella bambina c’è una vena di stupenda genialità». Quando recensisce Dickens, il saggista afferma che il modo migliore di parlare dello scrittore inglese è di «stare zitti», contemplando, rapiti, la sua produzione letteraria che ogni commento finirebbe per svilire. «Gli autori moderni — osserva Nabokov — continuano ancora a ubriacarsi del suo vino d’annata». E mentre mette in guardia dall’identificare, come ha fatto qualche critico «sprovveduto», l’Ulisse di Joyce a Odisseo

che vaga per le strade di Dublino (antitetica, per Nabokov, è la brama di conoscenza che caratterizza i due personaggi), scioglie un inno a Flaubert, di cui celebra, in particolare, «il saggio senso pratico», che ben si esprime in una massima dello scrittore francese: «Che persone colte saremmo se conoscessimo bene, veramente bene, cinque o sei libri!». Sincero ammiratore dell’arte di Stevenson, Nabokov non risparmia tuttavia strali al suo celeberrimo Dottor Jekyll e Mr Hide. «La storia — scrive — è costruita in modo stupendo, ma è superata. La sua morale è priva di senso, perché non vi si descrivono né il bene né il male. Tutto sommato, li si dà per scontati, e la lotta avviene fra due sagome vuote». Ma nonostante tali riserve, anche Stevenson è tra gli autori eletti, capaci di provocare tra le scapole di Nabokov un brivido autentico: inequivocabile segno della sublime emozione artistica che solo le grandi opere sanno suscitare.

di Gabriele Nicolò

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22 agosto 2019

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