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Diario di viaggio: giovedì 14 agosto

La prima pagina del diario di viaggio di Papa Francesco in Corea porta la data di giovedì 14 agosto. Sono le 10.15 quando l’Airbus dell’Alitalia atterra nella base aerea di Seoul dopo oltre 11 ore di volo. Anche questa volta il Pontefice, poco dopo il decollo dall’aereoporto romano di Fiumicino, ha fatto una visita alla zona del velivolo riservata ai circa ottanta giornalisti che lo accompagnano. E dopo aver pregato per Simone Camilli, il videoreporter italiano che ha perso la vita in un’esplosione a Gaza, li ha salutati uno a uno.

È stato un viaggio lungo e dunque, dopo lo sbarco, poche formalità: accoglienza da parte del nunzio apostolico, l’arcivescovo Osvaldo Padilla, una stretta di mano con il cardinale Andrew Yeom Soo-jung, arcivescovo di Seoul, con il presidente della Conferenza episcopale, il vescovo Peter U-il Kang, e altri presuli, l’omaggio del presidente della Repubblica, la signora Park Geun-hye, il dono floreale di due bambini che indossano l’hanbo, il classico abbigliamento tradizionale coreano. Ventuno colpi di cannone a salve salutano il Papa e il presidente che si avviano alle macchine per lasciare la base. Nessun discorso: si parte per la nunziatura per una sosta di qualche ora.

Il primo pomeriggio è dedicato agli incontri ufficiali con le autorità coreane. La cerimonia di benvenuto  è nella Blue House, la casa del presidente. Fuori dell’ordinario l’accoglienza nel giardino presidenziale. Una coreografica parata militare dove sfilano drappelli di arcieri e di alabardieri con i mitici costumi di cinquecento anni fa. Pennellate di fantastici colori su un immenso prato verde. La marcia è scandita da musiche eseguite con inconsueti quanto armoniosi strumenti musicali: dicono che alcuni siano gli originali adoperati mezzo millennio fa e naturalmente restaurati. Il Papa e il presidente assistono alla cerimonia, poi entrano nel palazzo.

Francesco firma il libro d’oro e poi si intrattiene a colloquio privato col presidente. Al termine, nel Chungmu, il salone dei grandi ricevimenti, avviene la parte pubblica dell’incontro, con lo scambio dei discorsi e dei doni. Pace e riconciliazione le parole più ricorrenti. Il presidente dona al Pontefice un quadro realizzato con merletti ricamati. Il Papa lascia al presidente una stampa su carta antica che raffigura la Roma moderna.

Sono circa le 17 quando si forma nuovamente il corteo papale con destinazione la sede della Conferenza episcopale coreana per l’incontro con i vescovi. Il Pontefice, a bordo di un’utilitaria nera, è salutato da una piccola folla di fedeli. È il primo impatto con i coreani. In una sala lo scambio dei discorsi. Il presidente dei vescovi coreani parla della dolorosa frattura tra Nord e Sud. Il Papa annuisce. Poi rende atto ai vescovi della dinamicità della Chiesa in Corea, divenuta, da terra di missione, una terra di missionari. E li lascia invitandoli a essere custodi della memoria e della speranza. Esce dalla sede della Conferenza episcopale mentre un chitarrista suona una ballata argentina.

Così trascorrono le prime nove ore del viaggio di Francesco in Corea. Il Papa ha già percorso un quarantina di chilometri in questa suggestiva città adagiata sulle sponde del fiume Hangang. Una metropoli brulicante di persone, con una popolazione che supera i dieci milioni di individui, decima città nel mondo per grandezza.

Attorno a Papa Francesco c’è tanto entusiasmo e c’è da credere che ad accenderlo non sia soltanto quel venti per cento di cattolici che anche a Seoul ricalcano la statistica nazionale. La festa è nel tradizionale, ordinato costume nazionale: colori straordinari, compostezza vivace, culto dell’ospite. Ciò che rende suggestiva l’atmosfera è quel continuo incrociarsi di passato e presente, nelle cose così come nelle persone. E così le persone si presentano al Papa nei tradizionali costumi ma anche in abiti di foggia occidentale. Poi, lungo il tragitto, tra periferia e centro, i palazzi secolari, le porte della città, i templi attestano un passato illustre ma allo stesso tempo si amalgamano in modo straordinario agli sfavillanti grattacieli che svettano sulle arterie principali, con il traffico intenso che percorre le strade del centro a significare il dinamico presente della città.

Non si direbbe che si tratta di una città che vive in una situazione di perenne “armistizio”: la fine della guerra tra Nord e Sud non è mai stata dichiarata. Una ferita difficile da rimarginare. Ma proprio per questo più grande è la speranza di tutti, senza distinzione alcuna, nella presenza di Papa Francesco.

dal nostro inviato Mario Ponzi

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