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​Diario
di un’infermiera

· In un libro di Louisa May Alcott ·

«Ora che il babbo è partito, sono io l’uomo di casa!». Questo afferma Josephine, la seconda delle quattro ragazze della famiglia March, l’indiscussa protagonista del romanzo Piccole donne di Louisa May Alcott, l’eroina in cui tutte noi, ex ragazzine, ci siamo identificate senza parsimonia. Jo, la piu scarmigliata delle sorelle, che si arrampica sugli alberi, salta le staccionate, non vuole sottostare alle regole di comportamento delle signorine — «Jo, dovresti aspettare che ti rivolgano la parola: che penseranno!» — ma soprattutto divora libri, scrive, fa progetti, ha coraggio, è generosa: taglia i suoi capelli e i soldi ricavati dalla vendita li manda al padre ferito in guerra. Ci piaceva da morire che le sue avventure avessero un seguito, che quella grande casa in Pennsylvania fosse sempre lì e lei continuasse a raccontarci attraverso le sue vicissitudini come sia bello e faticoso crescere.

Una stampa dell’epoca

Louisa May Alcott era determinata, fiera, colta, indipendente come la sua Jo e senza esitazione fece quello che Jo avrebbe fatto, allo scoppio della guerra di secessione decise di dare il proprio contributo come infermiera all’Union Hospital di Georgetown. «“Mi sono arruolata!” Seguì un silenzio impressionante. Tom, l’incorreggibile, lo interruppe con una manata sulla spalla e l’aggraziato complimento “Vecchia Trib, sei un asso!”».

Hospital Sketches (Verona, L’Iguana editrice, 2018, pagine 228, euro 17) è una raccolta di lettere scritte durante le sei settimane di permanenza nell’ospedale, durante le quali Louisa May Alcott contrae una grave malattia che minerà per sempre la sua salute fino alla morte precoce a soli 53 anni. Attraverso la figura dell’infermiera Tribulation Periwinkle, la Alcott descrive le sue esperienze di vita militare, che verranno pubblicate sul giornale «Boston Commonwealth» tra il maggio e il giugno del 1863.

L’enorme successo della saga della famiglia March ha sempre lasciato in ombra le altre opere della Alcott. Hospital Sketches, ad esempio, non ha avuto edizioni italiane fino a oggi e il volume, con il testo inglese a fronte, è da poco stato pubblicato da Iguana Editrice (traduzione e cura di Sara Grosoli, prefazione di Daniela Matronola).

È un piacere quasi stupito ritrovare la nostra Jo/Tribulation che affronta la guerra, non solo tagliandosi i capelli, ma andando fisicamente incontro al pericolo. Come Jo, Trib scherza volentieri sul suo essere zitella, però — a differenza della piccola donna scalpitante, impaziente, ma che in fondo si appaga dello scrivere — Trib è la Alcott figlia del filosofo trascendalista («Le tue azioni parlano così forte che non riesco a sentire quello che dici») e della suffragetta Abbey May.

Tribulation procede con passo sicuro, si lancia nell’azione, non ha falsi pudori, non esita a sporcarsi le mani, fa del proprio meglio per quei ragazzi feriti. Ha per loro empatia e compassione sconfinate, li accudisce, li ascolta, diviene la confidente, ha rispetto della loro fragilità e si compiace quando «l’acqua, le forbici e gli abiti» trasformano ciascuno di loro «da tetro straccione a eroe in posizione supina, con la testa ben tosata».

Fermamente convinta che «più si ride e più si è sicuri di guarire», miscela sapientemente il tragico, il grottesco, l’aulico, il comico. «Era una vita strana; dormire per metà del giorno, esplorare Washington nell’altra metà, e per tutta la notte svolazzare, come un massiccio cherubino, adorno di una cuffia rossa, sui dormienti figli dell’uomo».

Ma quando incrocia una giovane donna sorella di un ragazzo che non ce l’ha fatta, avendo conosciuto lei stessa la perdita di una sorella, non può «lasciarla sola con il suo dolore in quel posto sconosciuto, senza dirle una parola. Così, sentendo una profonda tristezza e nostalgia di casa, e non sapendo cosa altro fare, le buttai le braccia al collo e mi misi a piangere a dirotto senza riuscire a fermarmi. (...) anche se non fu detta una parola, ognuna sentì la comprensione dell’altra; e, nel silenzio, i nostri fazzoletti furono più eloquenti delle parole».

L’autrice ha una grande fede nel divino, autentica, genuina, ma è immersa nella propria epoca, in quell’Ottocento romantico che ancora crede possa esistere una guerra giusta. Nelle vene di Trib, la cui famiglia faceva parte della Underground Railroad, «ribolle il sangue di due generazioni di abolizionisti», e pur nel dolore per quelle morti causate «dall’imprudenza o dalla stupidità al cui comando così tante vite possono essere sottoposte» vede nella maggioranza dei soldati unionisti «uomini zelanti e coraggiosi che combattono per la libertà e la giustizia, autentici soldati del Signore», compresi «i soldati di colore che hanno dato prova di diritto all’ammirazione e ai buoni uffici dei loro fratelli bianchi».

Alcott/Trib non riesce a portare a termine i suoi tre mesi di volontariato, contrae una grave infezione, «le ore cominciarono a confondersi, le notti erano un’unica lunga lotta contro spossatezza e dolore» e una mattina compare nella sua stanza il babbo, venuto per riprendere “Jo”, l’uomo di casa. «Non rimpiangerò mai di essere andata, anche se un’ardua battaglia contro la febbre tifoidea, dieci dollari e una parrucca sono l’unico risultato visibile dell’esperimento, perché si può vivere ed imparare molto in un mese (...). Questo è il genere di studio che amo fare».

Il coraggio di Trib/Alcott, entusiasta e vulnerabile, rivolto ai microcosmi, al farsi carico dell’immediato più che ai massimi sistemi, consapevole dei limiti, mai roboante, che tracima dai suoi scritti, è la sua vita, il suo capolavoro. Ed è con curiosità e tenerezza che guardiamo all’incontro delle future piccole donne con Jo, Meg, Beth, Amy e Trìb.

di Nicla Bettazzi

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18 settembre 2019

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