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Diario di un uomo
come tanti

· Gli «appunti spirituali» di Massimiliano Bardotti ·

Il Diario segreto di un uomo qualunque. Appunti spirituali di Massimiliano Bardotti (Todi, Tau editrice, 2019, pagine 88, euro 10), fin dalle prime righe rivela quel piglio intenso e appassionato che contraddistingue l’intera produzione poetica del suo autore. Questi «appunti spirituali» (come recita il sottotitolo) si aprono con un ricordo di Etty Hillesum, giovane intellettuale ebrea, capace di trovare «senso, motivo e bellezza in un campo di concentramento», poiché la ricerca di significato e la militanza dell’amore sono le linee guida su cui si dipana la riflessione in prosa lirica del poeta toscano.

Pagina dal diario di Etty Hillesum (1941)

La figura di Etty Hillesum è evocata come sprone alla testimonianza di una reazione forte, non violenta, personale, spirituale al male, a ogni male che ci circonda, per — scrive Bardotti — «coltivare il linguaggio del bene». In un’Olanda pietrificata dall’orrore dell’occupazione nazista, Etty Hillesum grazie alla sua straordinaria ricerca spirituale, ha elaborato una “sconcertante” risposta al male, alimentata da un inedito e intimo dialogo con Dio. La sua battaglia non si è combattuta su un piano storico, ma spirituale: il male è dentro ognuno di noi e solo riconoscendolo come nostro, solo disseppellendo Dio «da pietre e sabbia» interiori, diviene possibile testimoniare anche nell’orrore più nero un raggio di luce, il senso di una vera umanità. Ed è proprio questa consapevolezza che le fa maturare la decisione drammatica di unirsi al suo popolo, per «portare luce»: lei che potrebbe salvarsi, sceglie volontariamente la deportazione. La riflessione esistenziale di Bardotti prende avvio proprio da questa testimonianza coraggiosa di una giovane donna, esortando alla scelta concreta del bene, richiamando al risveglio della coscienza, alla sintonizzazione sulle onde di una trascendenza che permette all’essere umano di sentirsi creatura e dunque figlio e fratello.

Il bene, in questo Diario, è inteso come sofferto punto d’arrivo di un cammino contrastato, di un processo di lotta con un male che si chiama non-senso, disfatta, morte: «Ho creduto la vita una follia — scrive il poeta — e ho odiato, per questo, nei miei genitori una forza antica, che non placa il suo movimento e trova nei cuori una volontà ribelle, che non s’accontenta d’aver ricevuto la vita, e vuole ridarla».

Ma è proprio l’attraversamento senza sconti di questo male a far sì che il vero bene emerga, come «bene nascosto in quel groviglio. La perla rara, preziosa, rara». È con grande sorpresa che ci si accorge così che «una vita felice è impossibile per chi non ama il prossimo suo»: parole che fino a un momento prima suonavano vuote e di circostanza.

Se il primo gesto di chi non sa nuotare è il dire sì all’acqua, così il senso della vita consiste nel «divenire ciò che siamo destinati ad essere. Riconoscere la propria vocazione e accettarla, dirle di sì. Non ribellarsi alla propria missione. Lasciarsi scegliere». Sta alla poesia, allora, secondo Bardotti, cantare l’armonia conquistata, la vibrazione all’unisono dell’uomo con i suoi simili e con il creato: sta alla poesia mostrare la bellezza e la mano del Creatore, per la sua capacità di «ringraziare qualcosa di grande e di invisibile, una forza antica che tutto governa, una bellezza eterna e inestinguibile, la vita stessa o l’essenza della meraviglia. Qualcosa di infinito».

di Elena Buia Rutt

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09 dicembre 2019

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