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Diario di guerra

· Il bombardamento di Roma del 19 luglio 1943 raccontato dalle suore di Maria Bambina ·

La prima esplode alle 11.03 di quel lunedì d’estate. Il bersaglio è lo scalo merci di San Lorenzo. Poi, ne piovono un’infinità. Quattromila bombe, oltre mille tonnellate di ordigni. Il bombardamento alleato di Roma, il 19 luglio del 1943, esattamente 75 anni fa, è una ferita profonda nella memoria della città. Tremila morti, undicimila feriti. Il quartiere di San Lorenzo ridotto in macerie, la Basilica gravemente danneggiata. Colpiti anche lo scalo ferroviario Littorio, a nord della capitale e l’aeroporto di Ciampino. È uno shock tremendo. Un trauma come il sacco dei visigoti o quello dei lanzichenecchi. Quel giorno, a poco più di una settimana dallo sbarco alleato in Sicilia, Mussolini sta incontrando Hitler a Feltre. La sua situazione è traballante. Il 25 luglio il Gran Consiglio del fascismo lo sfiducerà. I romani sono addolorati e storditi. È il Papa che li conforta e incoraggia. Pio XII, accompagnato dal sostituto Montini, arriva a San Lorenzo subito dopo il bombardamento. Come il Pontefice, anche la Chiesa romana si mobilita per sostenere chi è stato colpito.

C’è un istituto a pochi passi dal Vaticano che — subito dopo l’occupazione tedesca di Roma nel settembre 1943 — darà rifugio agli ebrei perseguitati. Ma già a luglio, in seguito al bombardamento alleato, l’Istituto di Maria Santissima Bambina — una scuola retta dalle suore di Carità delle sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, in via del Sant’Uffizio, al civico 17 — apre le porte per ospitare gli sfollati.

«Il 19 luglio, festa di San Vincenzo de’ Paoli, si abbatté su Roma un terribile bombardamento che ebbe, inesorabile conseguenza, un numero rilevante di vittime tra morti e feriti e lasciò circa 45.000 persone senza tetto. Verso sera, mentre in lontananza si vedevano bagliori di fiamme sul quartiere San Lorenzo colpito dalle bombe e sull’aeroporto, cominciò ad affluire sotto il colonnato una folla di sinistrati: gente che, ancora sotto l’incubo del terrore, veniva senza sapere perché in Piazza San Pietro, forse nella vaga speranza che almeno là, vicino al Papa, avrebbe trovato un po’ di pace e di conforto. La casa delle suore non poteva rimanere indifferente dinanzi agli eroismi di carità che, da quel momento, cominciarono a moltiplicarsi sul colle Vaticano. Tra le ventuno e le ventidue dello stesso 19 luglio, ora insolita per una casa religiosa, ma la carità non conosce abitudini, molti sinistrati bussarono alla nostra porta chiedendo alloggio; tra essi ventidue suore spagnuole. Scene pietose si succedevano in portineria: donne piangenti con bambini al collo, intere famiglie messe sul lastrico imploravano soccorso; le suore, commosse e felici di potersi prodigare, si affrettarono a vuotare le aule scolastiche, per trasformarle in dormitori. In poche ore il Collegio Maria Santissima Bambina venne trasformato in casa degli sfollati: una nuova opera di carità imposta dalle dolorosissime circostanze; non più la piccola turba irrequieta e pur facilmente domabile delle educande, ma un gruppo di gente di condizioni e abitudini diverse, bisognose di aiuto e nello stesso tempo esigenti».

È il racconto di quelle ore drammatiche, nella cronaca dell’Istituto, redatta, alla fine della guerra, il 5 aprile 1947. L’autrice è, probabilmente, la stessa superiora che governa il collegio dal 1938 al 1957, suor Giovannina Venturi. Cinque pagine dattiloscritte, intitolate Diario di guerra.

Le suore raccontano cosa sia stato quel 19 luglio 1943. Una cesura drammatica e inaspettata per i romani: «Durante il primo triennio di guerra Roma continuò la sua vita normale; tranne pochi allarmi, che permettevano ai cittadini di attendere tranquillamente alle proprie occupazioni, nessun pericolo pareva minacciare la città, ed era penetrata in tutti la convinzione che gli orrori della guerra avrebbero risparmiato la sede del Vicario di Cristo, la culla della civiltà Europea. La casa provincializia delle suore di Carità, prospiciente il Colonnato Berniniano, e protetta dal cupolone di San Pietro, vide svolgersi in quel primo periodo di guerra le sue consuete attività. Ma nell’estate del 1943 la situazione cambiò».

Le suore si mettono a disposizione di chi ha bisogno. Decidono di trasformare le aule della scuola in alloggi per gli sfollati. Ma la situazione peggiora. Roma, in agosto, è bersaglio di un nuovo bombardamento. «Le suore, saggiamente guidate dalla madre reverenda provinciale, non guardarono a sacrifici; ciascuna aveva la propria incombenza: pulizia delle aule-dormitori, servizio di tavola nel salone trasformato in refettorio; la cucina era divenuto il centro di gravitazione della casa; pranzo e cena per tanta gente era il problema cruciale di ogni giorno. La Provvidenza Divina non venne però mai meno. Dopo il secondo bombardamento del 13 agosto 1943 e la strana situazione verificatasi in gran parte d’Italia in seguito all’armistizio; il numero dei ricoverati all’ombra di Maria Bambina aumentò notevolmente. Alla fine di settembre 120 persone erano stabilite in casa».

Ora, tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, ad aver bisogno di accoglienza non sono più soltanto coloro che hanno perso tutto a causa dei due bombardamenti degli alleati. Adesso, c’è una nuova emergenza. A chiedere un posto sicuro dove poter alloggiare e nascondersi sono anche i perseguitati dai nazisti, che hanno occupato Roma. «Ma gli sfollati non erano più soltanto i danneggiati dai bombardamenti; si nascondevano tra loro molti ebrei perseguitati dalle leggi razziali tedesche; persone del più alto rango sociale, raccomandate dalla Santa Sede che, con instancabile e ammirevole operosità, cercava con tutti i mezzi di sottrarle alla barbarie cui venivano assoggettati i loro connazionali nei campi di concentramento». Secondo il racconto del Diario, è direttamente il Vaticano a chiedere di nascondere gli ebrei. Sono richieste che le suore sentono di non poter rifiutare perché arrivano dai collaboratori più stretti del Papa, sebbene siano coscienti dei gravi rischi che stanno correndo. «Ogni tanto v’era una nuova richiesta; di tanto in tanto una telefonata della Segreteria di Stato di Sua Santità chiamava in Vaticano la madre reverenda provinciale, ed il motivo era sempre lo stesso: un ricercato, una famiglia perseguitata da accogliere, proteggere, aiutare. Ai rappresentanti del Papa non si doveva dare un rifiuto, quando ogni buco della casa fu pieno, si aprì la casetta rustica di Via della Camilluccia e anche lì circa 30 persone trovarono asilo. V’era inoltre un gruppo di uomini rifugiati presso conventi maschili, a cui tutti i giorni si portava, con grande pericolo, il pranzo. Gravi preoccupazioni incombevano però su chi aveva la responsabilità della casa e delle opere; dare rifugio agli ebrei significava esporsi alle pene severissime comminate dalle leggi tedesche e al pericolo di una perquisizione da parte della polizia tedesca o fascista. La casa era stata posta sotto la speciale protezione di san Giuseppe».

Il momento più drammatico è qualche giorno dopo la razzia del ghetto romano. Soldati tedeschi bussano alle porte dell’istituto. Le suore possono esibire un documento vaticano, ancora conservato nel loro archivio, che le mette al riparo dalle perquisizioni. «La mattina del 22 ottobre alle 12.30 otto soldati tedeschi con un ufficiale e un fascista si presentarono alla nostra porta. Chiesero informazioni del Collegio Maria Bambina senza significare il motivo della loro visita. Fu loro mostrato il documento che dichiarava la casa proprietà extra territoriale della Santa Sede, debitamente regolarizzato dal Vaticano e dal Comando tedesco. Esaminata la carta, i tedeschi partirono senza fare alcuna opposizione. Il tutto si svolse in un quarto d’ora, ma la trepidazione fu ben grande; san Giuseppe e la protezione del Sommo Pontefice ci salvarono! Ciononostante si viveva in ansia continua per la sicurezza della casa e dei suoi ospiti».

Come in altre cronache di questo genere, non manca un riferimento alla vita religiosa interna e al rapporto con gli ebrei. Ma i problemi cui far fronte sono eminentemente di carattere pratico. Nell’istituto sono ospitati sfollati e nascosti perseguitati, le aule sono trasformate in dormitori. Come fare per riprendere le attività scolastiche?

«L’inizio dell’anno scolastico 1943-1944 trovò le aule occupate, né gli sfollati pensavano a trovarsi un altro alloggio. D’altra parte non si poteva non riaprire la scuola, poiché ne sarebbero andati di mezzo i diritti di parificazione. Le suore escogitarono i mezzi più ingegnosi per far procedere ugualmente bene le due opere. Le lezioni vennero impartite con doppio orario; la palestra di ginnastica fu trasformata in tre aule, il cui muro di divisione era costituito da lavagne allineate; naturalmente le insegnanti erano costrette ad un continuo studio del tono di voce: non troppo forte per non disturbare le altre classi: non troppo debole per farsi capire dalle allieve, ma tutto serviva ad esercizio della virtù e a mantenere un’atmosfera di serenità, non scevra di santo umorismo».

L’altro grande problema è lo stesso in cui si dibatte l’intera città. È la fame, le difficoltà di approvvigionamento, acuito dal fatto che la comunità dell’Istituto si è accresciuta in modo abnorme. «Col 1944 la situazione di Roma divenne più grave: l’oppressione tedesca si faceva ogni giorno più forte e lo spettro della fame incombeva sulla città, priva di risorse. Il Santo Padre dispose un servizio di autotreni per provvedere alla popolazione di farina e viveri, ma il gesto, eminentemente cristiano, non piacque a molti. Si incominciò una guerriglia subdola al Vaticano; le colonne di autotreni, in viaggio per l’Umbria o la Toscana, vennero varie volte bombardate o mitragliate; furono perquisiti, violando i diritti di extraterritorialità, alcuni seminari di Roma e persino il convento benedettino annesso alla basilica di San Paolo. In tali condizioni di cose la situazione della casa di Via Sant’Uffizio diveniva, giudicando umanamente, ogni giorno più precaria».

La paura maggiore è sempre quella di essere scoperti. I tedeschi continuano a indagare. Le suore spesso tentano di dire no a nuovi rifugiati o cercano di spingere altri a trovare una diversa sistemazione. A frenare la loro inquietudine è sempre un intervento dall’alto, probabilmente della Segreteria di Stato, che le fa desistere. «Ormai i tedeschi avevano dimostrato di infischiarsene altamente della extra territorialità e del carattere sacro di luoghi e persone e noi da qualche tempo eravamo sotto sorveglianza (...). La madre reverenda provinciale varie volte venne nella determinazione (...) di mettere per lo meno un fermo alle accettazioni. Ma giungeva opportunamente una parola di incoraggiamento dall’alto a far desistere dalla decisione, già presa a malincuore e solo per evitare mali maggiori. Intanto la Santa Sede aveva mandato protezione e difesa della casa un distaccamento di guardie Palatine, che facevano a turno servizio giorno e notte ed avevano il loro quartiere nelle due aule adibite ad asilo».

L’occupazione tedesca di Roma è agli sgoccioli. Ma le suore vivono altri momenti difficili. «Il primo marzo 1944, alle 19.40; mentre la comunità si trovava raccolta in chiesa per la visita al Santissimo, un improvviso fragore di vetri infranti spaventò le suore; sei bombe erano state sganciate nell’immediata vicinanza della casa, coll’intenzione di colpire il Vaticano. Per fortuna non vi fu alcuna vittima e la nostra casa ebbe solo la perdita di 250 lastre di vetro e 600 tegole. Anche questa volta san Giuseppe ci aveva visibilmente protette. Dal marzo al giugno, per l’avvicinarsi delle truppe anglo-americane, vi furono frequenti allarmi e bombardamenti delle zone periferiche da parte degli alleati; la città venne preparata per la resistenza e tutto faceva prevedere tragici eventi per Roma».

Le cose vanno diversamente. I tedeschi si ritirano. A Roma entrano gli alleati senza battaglie cruente. I romani accorrono spontaneamente in piazza San Pietro per ringraziare il Papa, che, nell’opinione generale, è colui che ha difeso la città. Dalla terrazza dell’Istituto, vicinissima al colonnato del Bernini, le suore assistono a questo omaggio e lo raccontano. «Nella notte dal 3 al 4 giugno per Sant’Uffizio fu un passaggio ininterrotto di soldati, cannoni, carri armati e mezzi di guerra: l’esercito tedesco si ritirava da Roma senza colpo ferire e poche ore dopo vi entravano le truppe alleate. La città eterna era salva per mezzo del Papa che aveva tentato tutti i mezzi per risparmiare ai suoi figli gli orrori della guerra. Nel pomeriggio dello stesso giorno una fiumana di popolo spinto irresistibilmente dalla riconoscenza si riversò in piazza San Pietro, acclamando al Papa. Avvezze a godere questi spettacoli, che hanno però ogni volta un fascino nuovo, le suore riunite sulla terrazza della casa da cui si domina l’immensa piazza, attendevano anch’esse con lo sguardo fisso ad una finestra. Improvvisamente la bianca figura del Pontefice apparve benedicente salutata da un grido immenso di amore e di gratitudine. Il vescovo di Roma parlò ai suoi fedeli della misericordia divina scesa sulla città per l’intercessione della Madonna del Divino Amore, la Madonna dei romani; con accento vibrato e tenerissimo esortò alla riconoscenza verso Dio da mostrarsi con una vita veramente cristiana; infine ripetutamente benedisse e disparve. Il popolo sfollò lentamente, portandosi nel cuore l’eco dolcissima della voce del Padre. Quale non doveva essere la nostra riconoscenza per tante protezioni e grazie ricevute dal Cielo?».

Gli sfollati e i rifugiati lasciano man mano l’Istituto di Maria Bambina. La situazione eccezionale iniziata con il primo bombardamento di Roma si esaurisce. Dopo oltre quindici mesi, raccontano le suore, l’Istituto torna alla normalità. «Il 1° novembre partì per la Sicilia l’ultima famiglia di profughi. La casa riprese così il suo ritmo regolare».

di Antonello Carvigiani

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